venerdì, 28 agosto 2026
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Cadono alberi: piante d’alto fusto sostituite sempre meno spesso

Secondo i dati del Sole 24 Ore, Treviso è passata al 18° posto del 2018 al 27° del 2025, anche se il rapporto alberi per abitante è lievemente aumentato

Fa più notizia un albero che cade che una foresta che cresce. Questo vecchio adagio, comune tra i vecchi cronisti dei quotidiani, purtroppo, non vale più. Gli alberi cadono nelle città, nelle campagne, nei giardini pubblici e nei giardini storici. È la tempesta Vaia dell’uomo che incide sul rapporto abitanti-alberi. Almeno questo dicono i numeri del Veneto. La città di Treviso in Italia è passata, secondo i dati del Sole 24 Ore, dal 18° posto del 2018 al 27° del 2025, anche se il rapporto alberi per abitanti è lievemente aumentato (27,14).

Treviso, a livello nazionale, è ferma a meno di un quinto degli alberi presenti a Modena, città che guida la classifica delle città rispettose degli alberi. Venezia, in sette anni, perde 10 posizioni, precipitando al 29° posto, maglia nera del Veneto assieme a Vicenza, che passa dal 23° posto al 37°. Unica città veneta in controtendenza è Padova, che in classifica è tredicesima, risalendo ben 11 posizioni e con 36,41 alberi ogni centomila abitanti.

Non va meglio in campagna, dove la coltivazione intensiva di mais, soia e nuovi vigneti spingono all’eliminazione delle siepi e dei fossati alberati per facilitare il passaggio dei grandi mezzi agricoli meccanizzati e massimizzare la superficie coltivabile.

Il caso più recente si è verificato a Crespano del Grappa, ma tutta la Pedemontana veneta, negli anni, è stata interessata dalla eliminazione di piccoli fossati. Capannoni ed espansioni logistiche mangiano costantemente la campagna residua, portando all’abbattimento del verde rurale. Dopo le grandi battaglie sui piani regolatori di inizio anni 2000, ormai i Comuni, in deficit cronico e alla ricerca di introiti dall’edilizia privata, eliminano vincoli storici o paesaggistici. C’è poi il tema della “sicurezza”: basta un fulmine, una tempesta, per dire che una pianta è da abbattere, spesso senza neanche sostituirla. Giganteschi e maestosi alberi vengono sostituiti da improbabili aceri di 1,5 metri, tenuti in piedi da strutture in legno e che impiegheranno 3 anni solo per superare l’altezza media di un uomo. Sempre la sicurezza giustifica drastiche deforestazioni lungo i canali di bonifica e i fiumi (fondamentali in Veneto per il controllo delle acque): i consorzi eseguono tagli radicali della vegetazione ripariale. Riducono il rischio idrogeologico, ma cancellano importanti corridoi ecologici e indeboliscono gli argini.

Fa discutere l’abbattimento del platano di riviera Comisso, accanto a Ponte San Francesco a Treviso. Intervento necessario, la pianta è malata, stessa sorte per alcuni alberi nella golena tra Porta Calvi e Ponte de Fero, viale Cacciatori, nei parchi di villa Manfrin e villa Margherita, gli impianti sportivi di via Tandura, via Mure, il Cimitero Maggiore e via Terraglio. L’assessore all’Ambiente, Alessandro Manera, afferma che saranno prontamente sostituiti, in almeno 5 casi anche con piante già mature. Nega errori nella gestione: “Gli alberi hanno un loro ciclo di vita e si ammalano”. Tuttavia, un platano ha un ciclo vitale tra i 300 e i 500 anni. I precedenti non sono esaltanti, se si considera la crisi che nel 2022 e 2023 ha subito il Bosco di San Paolo, appena piantumato.

Il tema della sicurezza si è trasformato in una paura generalizzata, complice il mutamento climatico e i venti forti che possono superare i 70 chilometri orari durante le grandinate o le tempeste. Si innesca un circolo vizioso e ciò che dovrebbe proteggerci dalle tempeste o evitarle, gli alberi ad esempio, viene eliminato, a volte senza consultare un arboricoltore.

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