Purtroppo, questi sono anni calamitosi, nei quali più di qualche potenza e gruppo armato sono animati...
L’alluvione in Nepal causato dallo stacco di una porzione di ghiacciaio
La piena del 26 agosto in Nepal e Tibet si è verificata nella valle di Rasuwa e sul sistema fluviale Lhende Khola–Trishuli. Questa ha provocato, secondo stime di queste ore, almeno 450 vittime e sarebbero 1400 i dispersi. I danni sono enormi e la comunità internazionale si è già mobilitata.
Le cause del disastro sono allo studio della Società glaciologica italiana, che attraverso il professor Giovanni Crosta,<b style="background-color:transparent"> geologo dell’Università degli Studi di Milano – Bicocca, riferisce che “le prime ricostruzioni indicano che una grande massa di ghiaccio e roccia si è staccata da un ghiacciaio posto a circa 5100 metri di quota, precipitando per circa 1.400 metri nella valle sottostante. Il collasso ha prodotto una valanga di ghiaccio e detriti e un segnale sismico di notevole energia. La porzione di ghiacciaio coinvolta nel collasso avrebbe avuto una larghezza di circa 600 metri, una lunghezza di circa 400 metri e uno spessore prossimo a 50 metri. Si tratta di una valutazione preliminare, basata sull’analisi delle immagini satellitari disponibili, che restituisce tuttavia la dimensione eccezionale del fenomeno”.
Nella caduta, specificano i tecnici della Società glaciologica, la massa può inglobare acqua, rocce e sedimenti, aumentando progressivamente volume, velocità e capacità distruttiva e propagandosi per decine di chilometri. Dall’elenco delle zone danneggiate si può stimare in circa 80-90 km la lunghezza del tratto vallivo coinvolto.
L’evento è stato inizialmente associato alla categoria delle piene improvvise da collasso di un lago glaciale, note come Glof – Glacial Lake Outburst Flood, e che costituiscono un fenomeno comune nelle aree himalaiane e altre aree glacializzate. Tuttavia, proseguono gli esperti, “dalle informazioni che progressivamente si ricevono, appare più corretto definirlo, allo stato attuale delle conoscenze, come una piena catastrofica generata da una valanga di ghiaccio e roccia e dalla conseguente mobilizzazione di acqua e detriti”. Una piena che ha percorso rapidamente decine di chilometri, travolgendo centri abitati, infrastrutture, ponti, strade e impianti idroelettrici, anche a grande distanza dalla zona di origine.
“La tragedia di Rasuwa dimostra come, nelle regioni di alta montagna – ha dichiarato Rodolfo Carosi, Presidente della Società Geologica Italiana – un fenomeno inizialmente localizzato possa trasformarsi rapidamente in una catena di eventi dagli effetti devastanti”.
La ricostruzione definitiva richiederà lo studio integrato delle immagini satellitari precedenti e successive all’evento, dei dati sismici, dei modelli topografici e delle evidenze raccolte sul terreno. Sarà inoltre necessario valutare la possibile presenza di sbarramenti residui lungo il sistema vallivo, che potrebbero determinare ulteriori condizioni di pericolo.
“La prevenzione richiede innanzitutto un monitoraggio continuo e multidisciplinare”, spiegano. “Osservazioni satellitari ad alta frequenza, reti sismiche, sensori per il controllo dei versanti, misure delle variazioni dei laghi glaciali e delle portate fluviali, stazioni meteorologiche e ricognizioni sul terreno devono essere integrate in sistemi capaci di riconoscere tempestivamente anomalie e possibili segnali precursori. Particolare attenzione deve essere rivolta alla formazione di nuovi laghi glaciali, all’espansione di quelli esistenti e agli sbarramenti naturali creati da frane o valanghe di ghiaccio. Queste strutture possono formarsi o modificarsi molto rapidamente e devono quindi essere identificate attraverso il confronto frequente delle immagini satellitari e, dove possibile, controllate mediante strumenti installati sul terreno”.
Il monitoraggio scientifico, tuttavia, non è sufficiente se non è collegato a sistemi di allerta preventiva realmente operativi. “In eventi caratterizzati da velocità di propagazione così elevate – ha spiegato ancora Carosi - anche pochi minuti di preavviso potrebbero salvare molte vite. Un sistema di allerta è efficace soltanto quando associa tecnologie affidabili, comunicazioni immediate e popolazioni adeguatamente informate. Il monitoraggio, la conoscenza del rischio e la preparazione delle comunità devono costituire un unico sistema di prevenzione”.
Il riscaldamento globale sta modificando profondamente gli ambienti di alta montagna, contribuendo alla regressione dei ghiacciai e alla degradazione del permafrost e potenzialmente favorendo l’instabilità dei versanti e l’evoluzione dei laghi glaciali. Non è scientificamente corretto attribuire un singolo evento al cambiamento climatico prima di disporre di studi specifici; è però evidente che la rapida trasformazione delle regioni glaciali, e la loro maggiore sensibilità a piccole variazioni delle temperature, nonché il più rapido riscaldamento delle aree d’alta quota, richiede un aggiornamento continuo delle carte di pericolosità e delle strategie di sorveglianza.
La Società Geologica Italiana richiama infine l’importanza della cooperazione scientifica internazionale e dello scambio tempestivo dei dati, soprattutto nei bacini idrografici transfrontalieri. Un fenomeno originato in una zona remota di alta montagna può attraversare rapidamente i confini nazionali e raggiungere insediamenti situati molti chilometri più a valle.
La conoscenza geologica non può impedire che questi processi si verifichino, ma può permettere di riconoscerne i segnali, prevederne i possibili percorsi e trasformare i risultati della ricerca scientifica in efficaci azioni di prevenzione.



