Scuola e violenza
Sul piano educativo ci si trova, spesso, disarmati perché se la violenza minorile sta...
Alla Castellana rugby l’inclusione non è uno slogan, ma un modo concreto di vivere lo sport. E, ora, la società compie un passo in più: avviare un percorso per creare una squadra composta da giovani adulti con disabilità, un progetto nato da un’idea maturata nel tempo e diventata realtà grazie a un incontro fortunato.
Da mesi, Luca Bragagnolo, presidente e figura di riferimento della società sportiva, proponeva al direttivo di aprire la Castellana a un’esperienza nuova: una squadra inclusiva, capace di accogliere ragazzi con disabilità e farli sentire parte del gruppo. “Era un pensiero che avevamo da tempo - spiega Bragagnolo - volevamo trovare il modo giusto per aprire la società a tutti, senza lasciare indietro nessuno”. Un’idea che guardava alle esperienze già attive nel territorio e ai risultati positivi che stanno ottenendo.
L’occasione è arrivata grazie al passaparola, quello semplice e potente degli “amici di amici”. Così, Bragagnolo ha incontrato Claudio Dametto dell’associazione di promozione sociale Due mulini, realtà impegnata da anni nel sostegno a persone con fragilità. È bastato poco per capirsi: da una parte la disponibilità della società sportiva ad aprire le porte, dall’altra la volontà dell’associazione di offrire a giovani con disabilità nuove opportunità di autonomia e relazione.
Per iniziare a conoscersi, alcuni ragazzi dell’associazione hanno partecipato al Terzo tempo della Castellana rugby, lo scorso 29 aprile. Un momento simbolico, perché nel rugby il Terzo tempo è da sempre sinonimo di amicizia, condivisione e rispetto reciproco: si mettono da parte le differenze e si condivide.
Tre giovani hanno varcato la porta della club house: uno in cucina, due a servire ai tavoli. Un gesto semplice, ma capace di creare un clima immediato di collaborazione e gioia. “È stato un successo - raccontano gli organizzatori -, il primo di nuove possibilità tutte da costruire insieme”.
L’entusiasmo è stato tale da confermare che la strada intrapresa è quella giusta.
L’obiettivo è “andare oltre il fischio finale, trasformando la club house in uno spazio di inclusione e formazione”; e, più ad ampio respiro, far scendere in campo i ragazzi con disabilità, costruendo un percorso graduale che permetta loro di vivere il rugby in modo sicuro, divertente e formativo.
“È stata un’esperienza bellissima - dice Dametto -. È nata da un’intuizione che ha viaggiato di parola in parola fino a farci incontrare. Per i nostri giovani significa autonomia, relazione, possibilità nuove”; oltre la famiglia, per evitare che la casa diventi l’unico luogo abitato e per far sì che ci siano posti in cui le persone siano altro rispetto ai propri limiti; oltre l’istituto, perché nei centri diurni si è “utenti” mentre nel Terzo tempo si è parte attiva; oltre anche il lavoro, spesso stressante o assente, come spazio di puro godimento delle amicizie e degli interessi.
Il progetto piace, perché mette insieme mondi che, in fondo, non sono così distanti: la società sportiva che vuole crescere come comunità e un’associazione che cerca spazi di inclusione autentica. Realtà diverse solo in apparenza, unite da un modo simile di guardare alle persone.