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Aperta la Settimana sociale. Impagliazzo: "Partecipare la storia oggi significa puntare sulla comunità"

L'appuntamento si è aperto all'insegna del beato Giuseppe Toniolo, con una relazione del presidente di Sant'Egidio. In apertura il vescovo Gardin ha sottolineato l'importanza della dimensione sociale dell'evangelizzazione.

11/10/2018

All’insegna di Giuseppe Toniolo mercoledì 10 ottobre si è aperta la 32ª edizione della Settimana sociale dei cattolici trevigiani.

dei cattolici trevigiani. Un appuntamento atteso ogni anno, un importante momento di approfondimento delle coordinate sociali lette alla luce del Vangelo e, quest’anno, della riflessione spirituale proposta dal beato trevigiano Giuseppe Toniolo del quale proprio quest’anno cade il centenario della morte. Perciò la formula e il susseguirsi dei lavori della Settimana hanno un sapore particolare, apprezzato e condiviso, a partire dai tanti e sempre più numerosi organizzatori quali La vita del popolo, Azione cattolica, Istituto diocesi di Treviso, Comitato nazionale per il centenario di Toniolo, Ufficio diocesano per la Pastorale e sociale e del lavoro, Scuola di Formazione sociale e Politica. I lavori si sono aperti con l’intervento di Gianfranco Agostino Gardin, arcivescovo-vescovo di Treviso che ha illustrato il senso e l’importanza, della settimana sociale  facendo sue le parole dell’“Evangelii Gaudium” di papa Francesco che sottolineano particolarmente la dimensione sociale dell’evangelizzazione e la necessità di una religione che superi la semplice sfera dell’interiorità e si esterni nella vita, nella comunità, nell’intera società. Da qui, per mons. Gardin l’attualità del tema che l’edizione di quest’anno la settimana si è data. Nella sua esaustività esso sollecita una vera “spiritualità dell’azione” che si cali a pieno titolo, sull’esempio di Toniolo, nel sociale, nell’economia, nella politica, andando ben al di là «del ripiegamento della fede cristiana nell’intimismo e nella sfera privata, dell’affievolirsi della speranza e della fiducia dell’uomo». Sono quindi seguiti gli interventi di Ornella Vanzella, presidente diocesana dell’Azione cattolica e di mons. Lucio Bonomo direttore de “La vita del popolo” e rettore del collegio vescovile Pio X che anche quest’anno ospita la manifestazione.

Si è poi passati gradatamente al tema della prima serata attraverso la breve riflessione sul pensiero e sulla spiritualità di Giuseppe Toniolo, proposta da Bruno Desidera, giornalista del “la Vita del popolo”. Toniolo, ha sottolineato Desidera, ha pienamente incarnato il senso del suo imperativo di vita tutto racchiuso in quel “partecipare”, sinonimo di azione premurosa e attenta nelle dinamiche sociali ed economiche del suo tempo. Toniolo, ha aggiunto, è stato uomo di sintesi, tra spiritualità, cultura e impegno, ha saputo guardare lontano, al futuro e perciò è uomo di speranza, pensando a progetti che puntualmente sono stati attuati, come la necessità di un pensiero sociale della Chiesa, l’avvento di una Università cattolica, di un istituto per la pace, (preludio alle Nazioni Unite?), nell’ottica dell’affermazione dei valori, della democrazia e dell’etica del dovere e indispensabile «rimedio alla disgregazione sociale, causato in buona parte dalle deviazioni del capitalismo dell’epoca».

Successivamente si è dato spazio all’intervento del prof. Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di S. Egidio e professore ordinario di Storia contemporanea all’Università Roma 3: una vera “lectio magistralis”, tanto dettagliata, quanto lineare e coinvolgente nelle sue articolazioni pertinenti e puntuali.

Impagliazzo ha esordito rilevando una profonda analogia del nostro oggi, con i tempi in cui operò il beato economista Toniolo. Allora ad andare in crisi fu la cosiddetta Belle Epoque. Oggi, insoddisfatti come siamo di come si siano affermate le democrazie di molti paesi, in preda ad una crisi sociale e finanziaria sempre più minacciosa, a pericolosi conflitti locali, al dramma di migliaia di migranti che cercano altrove una loro dignità in terre lontane, testimoni di un pericoloso nazionalismo e sovranismo che boccia inesorabilmente il dialogo, siamo alla ricerca di un autentico cristianesimo. Proprio come Toniolo che parlava, guardando con trepidazione al futuro di un generale incivilimento, attraverso lo studio del passato indispensabile per leggere il presente e soprattutto futuro.     

Impagliazzo ha poi biasimato quello che ha definito “presentismo” che ha comportato la scomparsa dell’orizzonte storico, vivendo, come scrive il sociologo De Rita, in un tempo senza memoria e senza futuro, con il rischio di una società sempre più “liquida”. Come ha criticato la cosiddetta cultura del narcisismo che non guarda al futuro. Timorosa della storia che per natura è movimento verso l’oltre della raggelante quotidianità essa è dominata dalla paura del futuro e orientata all’affermazione dell’“io” a discapito del “nostro”, dell’incontro, di una autentica comunità che nel frattempo abbiamo purtroppo smarrito. Ma a questa situazione si può, si deve, reagire, se si vuole davvero partecipare la storia. Il futuro può nascere, la speranza non è ancora stata uccisa perché, citando il compianto Giovanni Paolo II, Impagliazzo afferma che “Tutto può cambiare, dipende da te».

Ricorrendo poi a scrittori come Lugi Zoia, che lamenta nella società di oggi soltanto l’interesse privato a discapito di quello pubblico, lamenta la fine delle autentiche relazioni dell’uomo d’oggi. Il solo rapporto con la tastiera e lo schermo rende l’uomo prigioniero del Web e genera la solitudine dell’uomo digitale. Si può parlare, in queste condizioni, di una vera libertà, se la libertà, per dirla con Giorgio Gaber, «non è uno spazio libero, ma partecipazione»?

Impagliazzo chiude, proponendo l’urgenza, sollecitata del card. Bassetti che parla della necessità di «rammendare il tessuto della società e ritrovare le reti che si sono perse». E’ questo il vero senso della formula di Toniolo “partecipare”, non chiudersi in se stessi ma vivere nel mondo, nella società, nel capire i nessi che legano o che dovrebbero legare reciprocamente gli uomini.

L’ultimo segmento della brillantissima relazione si sofferma sulla necessità di vivere quella che Impagliazzo ha definito «apologia della storia» per ricordare che Dio è, vive nella storia che per natura è sempre vecchia e sempre nuova. E’ nello stesso Dio incarnato, nella condivisione del Vangelo, nel recupero dello spirito profetico dei testi biblici, che si ritrova il senso della storia, come suggeriva il beato Giorgio La Pira bandendo la tentazione  di non scorgere nella storia un senso, o quanto meno, come denuncia papa Francesco, l’unico senso nel denaro.

Siamo noi credenti e cristiani a dover dare un senso alla storia, vivendo il vangelo, prodigandoci per una cultura di pace, partecipando attivamente, dopo averli conosciuti, ai processi e alle dinamiche che reggono i sotterranei del divenire sociale.

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