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Autonomia: prime intese della Regione con il Governo
In settimana, il presidente della Giunta regionale, Alberto Stefani, ha incassato una prima intesa con il Governo sull’autonomia differenziata, dopo aver ricevuto, in proposito, una rinnovata fiducia dal Consiglio regionale.
Nell’invitare al voto il Consiglio, Stefani ha tenuto una relazione con i piedi per terra, senza quei toni roboanti e battaglieri a cui ci aveva abituati il suo predecessore, Luca Zaia.
Per tale pacatezza c’è una ragione che va oltre il diverso temperamento dei due: l’intervento della Corte costituzionale, che il 14 novembre 2024, con la sentenza n. 192, si è pronunciata sulla legge quadro promulgata qualche mese prima (legge n. 86/2024).
Il pregio più grande di questa sentenza è stato quello di far cadere il palco che una certa propaganda identitaria aveva costruito.
La sentenza, infatti, ha spiegato bene che acquisire nuove forme di autonomia ai sensi dell’articolo 116 della Costituzione non significa guadagnare quote di sovranità.
Popolo e Nazione, ha precisato al Corte, “sono unità non frammentabili”: esiste una sola Nazione così come vi è solamente un popolo italiano. Su queste premesse - e in ciò sta il cuore della sentenza - non è possibile parlare di cessione di “materie” come per tanto tempo ci siamo sentiti raccontare. La devoluzione, infatti, può riferirsi solo ad alcune specifiche funzioni, ossia a un insieme circoscritto di compiti limitati, all’interno di certi ambiti.
Il principio di sussidiarietà, ha detto la Corte, esclude un modello astratto di attribuzione di funzioni, richiedendo, invece, che sia scelto, per ogni specifico compito, il livello territoriale più adeguato, in relazione alla natura della funzione e al contesto (sociale, amministrativo, geografico, economico, demografico, finanziario e persino geopolitico) in cui avviene la devoluzione.
Ciò significa che l’autonomia non può essere ricondotta a una logica di potere, ma solo di efficienza e responsabilità. Una devoluzione di compiti, per usare le parole della sentenza, dovrà essere ex parte populi, non ex parte principis. Dovrà, cioè, tenere conto delle esigenze dei cittadini di quel territorio, non delle pretese dei governanti.
La Corte ha, così, ridimensionato la portata politica dell’autonomia differenziata e ne ha disinnescato quella carica polarizzante che, attraverso la retorica dei schei, del residuo fiscale, dei popoli regionali ostracizzati dallo Stato centrale e del “prendiamoci tutte le materie”, senza considerare come, perché e con quali ottimizzazioni, aveva caratterizzato una certa narrazione.
Adesso l’autonomia diventa, finalmente, una faccenda da adulti. Da affrontare in maniera concreta e senza logiche identitarie.
Prova ne sia l’intesa preliminare sottoscritta nel mese di novembre (ora confermata) fra la Regione Veneto e il Governo, per devolvere una prima serie di funzioni in tre materie in cui non sono in gioco livelli essenziali di prestazione (i cosiddetti Lep): protezione civile, professioni e previdenza complementare.
L’intesa, in buona sostanza, prevede la possibilità per la Regione di emanare, previa autorizzazione statale, nuove ordinanze, per far fronte a situazioni di emergenza e di reclutare e formare nuove risorse.
Prevede, poi, la possibilità di disciplinare professioni di rilievo regionale, escluse le attività riservate per legge statale a iscritti in albi e elenchi (non vi potranno essere, cioè, gli avvocati veneti, per esempio), e la promozione di forme di previdenza complementare e integrativa su base regionale. Nulla di entusiasmante, ma qualche piccolo passo concreto.
Chiariamoci: il principio sotteso all’autonomia è da difendere, perché avvicinare il cittadino a chi esercita il potere di spesa permette un maggiore controllo e, quindi, un maggior livello di efficienza e responsabilità.
Per chi vuole l’autonomia, però, adesso è tempo di essere concreti, individuando dove, davvero, si possa fare meglio, senza retorica.
Il metodo lo ha dettato la stessa Corte Costituzionale: istruttoria approfondita, suffragata da analisi basate su metodologie condivise, trasparenti e possibilmente validate dal punto di vista scientifico. L’ultimo scoglio normativo è quello della approvazione di livelli essenziali di prestazione, uniformi per tutto il territorio nazionale, nelle materie afferenti diritti civili e sociali. In assenza di tale approvazione, infatti, non sarà possibile devolvere alcuna funzione in tali ambiti. Si tratta, naturalmente, delle materie più delicate, come l’istruzione, la sanità, i trasporti, le reti energetiche, la tutela dell’ambiente, il lavoro.
Materie in cui, nei fatti, si sono, finora, determinate le vere disuguaglianze fra territori.
I Lep - il cui “orizzonte concettuale”, per la Corte Costituzionale, è l’eguaglianza - portano con sé una doppia sfida: quella delle risorse necessarie, che si riveleranno enormi, e quella politica a livello locale, perché la loro approvazione smaschererà una volta per tutte l’incapacità di certe classi dirigenti.
Da grandi poteri derivano grandi responsabilità, diceva l’Uomo ragno. (*cultore della materia in Diritto costituzionale)



