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Il coraggio di “fermarsi accanto”

La Cappellania penitenziaria accompagna, ogni quindici giorni, diversi gruppi parrocchiali in carcere a Treviso. Le testimonianze: “Non ci è permesso essere indifferenti”

All’inizio dell’Anno giubilare, il vescovo Michele Tomasi ha invitato le comunità cristiane a cercare spiragli di speranza anche nei luoghi e nelle persone più dimenticate, come quelle detenute nelle carceri.

È così che l’esperienza di ingresso di gruppi in carcere, presente in casa circondariale di Treviso da una ventina d’anni, diventa, ora, un progetto strutturato, grazie al cappellano, don Pietro Zardo e a tutto il gruppo della Cappellania penitenziaria.

Oggi, infatti, diversi gruppi che fanno riferimento alle nostre parrocchie, congreghe, consigli, scout, Azione cattolica, sacerdoti, fanno il loro ingresso nella struttura trevigiana ogni quindici giorni. A prepararli e a guidarli, proprio la Cappellania penitenziaria, che ha, inoltre, raccolto alcune testimonianze dopo l’esperienza, che riportiamo più avanti in questo articolo.

“La parabola del Samaritano nella storia della Chiesa, è considerata pagina di inesauribili considerazioni spirituali, legate dall’unico filo dell’amore radicale del Vangelo - le parole di don Pietro Zardo -. In questa luce vorremmo iniziare a condividere, saltuariamente, quanto delle persone, di diversa provenienza umana e spirituale, esprimono, per aver avuto il coraggio di «fermarsi accanto», dentro al carcere, a dei detenuti «feriti, mezzi morti» al lato della strada della vita, delle società e del normale «buon senso», anche se chiaramente colpevoli di fronte a tutti. Piccole testimonianze, per semplice gesti e segni di umanità, o forse anche per una preghiera, fatta con un’anima nuova nella celebrazione dell’Eucaristia”.

Le testimonianze di chi ha partecipato al progetto

Per molti è stata la prima volta, colpiscono i cancelli, le tante porte chiuse, la confusione, il sovraffollamento, le celle anguste, gli spazi difficili da condividere, ma soprattutto colpisce l’incontro con l’altro, il bisogno di relazione e condivisione, la celebrazione condivisa della messa.

“Mi porto ancora dentro qualche immagine di confusione di sovraffollamento, di tristezza”, spiega un sacerdote, che poi ha voluto sottolineare l’importanza del lavoro di chi, come la Cappellania, riesce a portare umanità in questo luogo.

“È stata una visita umanamente e pastoralmente importante - prosegue un altro - abbiamo compreso un servizio vissuto davvero in una prospettiva evangelica, nello stare assieme e prendersi cura del fratello carcerato. L’esperienza mi ha lasciato nel cuore la convinzione che non mi è permesso di essere indifferente”.

“Ho potuto cominciare a immaginare che cosa significhi vivere tanto tempo in un luogo come questo. Ho provato un senso di angoscia, di paura, di soffocamento e di costrizione - il racconto di un parroco -. Ricordo il bisogno delle persone detenute di parlare con qualcuno. Se c’è una cosa che mi è parsa chiara, è che c’è continuità tra quello che avviene in carcere e quello che avviene fuori, e questo aiuta a comprendere la nostra società”.

“Sono stati momenti forti, che mi hanno provocato - le parole dopo un’altra esperienza -. L’attraversamento di tante porte blindate mi ha interrogato sul significato della parola libertà. I detenuti sono reclusi, ma il loro cuore è libero o in catene, e il mio? Sono «libero», ma quante prigioni ci sono in me che tengono incatenato, chiuso il mio cuore? Così, ho capito che libertà non è fare quello che si vuole, ma cercare il punto di riferimento, la regola che mi aiuta a vivere bene e nel rispetto degli altri, di me stesso, del creato e di Dio, è fare non ciò che voglio io, ma ciò che è bene per me e per la vita. Lì dentro, c’è una «comunità» che vive, cerca di testimoniare amore e in quella comunità si cerca di recuperarsi e recuperare la persona, il cuore, la vita”.

Un incontro in cui sono emersi “profondità di pensieri e un confronto vero - la testimonianza degli scout di Monastier e Olmi -. Questa esperienza ci ha fatto riflettere sul significato della libertà, su come il tempo passi in modo diverso in carcere. Ma, soprattutto, il tempo fuori, dopo aver finito di scontare la tua pena, il reintegro in società”.

“È la prima volta che celebro l’Eucaristia in carcere - la condivisione di un sacerdote -. Ed è per loro, come per noi, un tempo del cuore e dello Spirito. Per chi viene da fuori è l’opportunità più appropriata per stare vicino e per condividere: «Ora ti conosco un poco. Ora so chi tu sei. Ti porto nel mio pensiero, nel mio cuore, nel mare immenso della preghiera»”.

“Il trovarci catapultati in una realtà così lontana dal nostro vivere quotidiano - il racconto di un gruppo di Monastier - e incrociare gli sguardi di chi fino a poco prima era semplicemente un «errore» ha immediatamente fatto sì che la nostra prospettiva cambiasse. Non la nostra consapevolezza che le colpe vanno in qualche modo ripagate, ma che tutto questo avvenga con umanità, questo si, ci pare necessario”.

“L’incontro con i detenuti - racconta un’altra persona da Monastier -, ti provocherà così forte che un cambiamento ci sarà. È un cammino che ti porta a indossare le scarpe altrui, quelle delle madri e dei padri dei carcerati e anche le loro. Bellissima sorpresa è aver trovato all’interno una vera e propria comunità che si raduna alla presenza del Signore. Una comunità che accoglie, piena di dignità”.

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