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Imprenditori, il ricambio che non arriva
Fa scalpore il ritorno al comando di Luciano Benetton. Il pedagogista ed economista Johnny Dotti spiega perché il passaggio tra generazioni è sempre più difficile. E come si può provare ad uscire da una crisi che innanzitutto sociale.
Nell’Italia della denatalità e della disoccupazione giovanile a fare notizia sono sempre più spesso gli ultraottantenni. Pensiamo alla politica, e all’ennesimo ritorno in campo di Silvio Berlusconi, dato per “finito” fino a pochi mesi fa ed ora alle prese con la nuova sfida elettorale. Spostiamoci in campo economico, ed ecco il fragoroso ritorno di Luciano Benetton alla guida della sua “creatura”. Ha fatto molto scalpore l’intervista a “Repubblica” dell’imprenditore trevigiano, che in pratica annuncia di voler “riprendere in mano” l’azienda, a suo dire mandata in rovina dai manager che l’hanno guidata negli ultimi anni.
Prendendo spunto dal caso Benetton abbiamo interpellato Johnny Dotti, pedagogista ed esperto di economia sociale, docente all’Università Cattolica e presidente di Welfare Servizi. In ottobre, alla Settimana sociale di Treviso, aveva molto insistito nel suo intervento sulla necessità del ricambio generazionale nelle imprese. “Mi sarebbe facile, in coerenza con quelle parole, prendermela con Benetton, accusarlo di sentirsi immortale... In realtà quell’intervista è molto interessante e incrocia diversi aspetti”. Prosegue Dotti: “Mi viene da dire, certo, che se Benetton ora prende una decisione del genere vuol dire che prima ha commesso qualche errore. Non conosceva come ragionano molti manager di oggi, sbilanciati sulla finanza?”. Sta di fatto, tuttavia, che oggi il ricambio generazionale in Italia è diventato molto difficile. Per tutti. “In primo luogo perché nel nostro paese non c’è mai stato un numero così basso di giovani. Siamo in una situazione demografica drammatica... Questa assenza si percepisce, si coglie che i giovani hanno meno forza per imporsi”.
Si passa alla seconda parte del ragionamento, che naturalmente ha ormai una valenza generale, a prescindere dai singoli casi: “L’impresa italiana è di origine familiare e questo vale anche per molte grandi imprese, oltre che per quell’89% di piccole e micro imprese che caratterizza il nostro sistema produttivo. Questa cosa è stata una virtù, in termini di costi, velocità nel prendere le decisioni, valore aggiunto. Ma ora facciamo i conti con il limite dato dal fatto che la famiglia è entrata in crisi. Il numero dei matrimoni in un anno è sceso ai livelli del 1943. Eravamo abituati alla tenuta della famiglia, la davamo per scontata... Oggi non è più così ed è inevitabile che chi ha un’impresa si chieda: «A chi passo la mia azienda? Di chi sarà?»”.
La terza parte del ragionamento di Dotti riguarda, di conseguenza, la capacità manageriale: “Le famiglie delle grandi dinastie famigliari, i Marzotto, i Bombassei... oggi non sono più quelle dei padri e dei nonni. Ed è venuta meno anche la scuola delle grandi imprese italiane, che era capace di creare bravi manager. Ma ora le grandi imprese non esistono più. I manager escono tutti dai rinomati studi di consulenza. Il modello manageriale famigliare oggi non è più supportato dal dato sociale”.
Una crisi che non è isolata: “Imprenditori, manager, politici, con dolore ci metto anche la Chiesa... L’Italia vive una grande crisi di classe dirigente”. Un fenomeno cui non è immune, ad esempio, la cooperazione sociale, “nonostante la natura e lo statuto di queste imprese spinga verso la condivisione delle responsabilità”. E neppure il volontariato, “esercitato oggi mediamente da chi ha 55 anni”.
Attenzione, però, invita Dotti: “Questa tendenza non è da giudicare moralmente. Bisogna inventarsi nuove forme di iniziativa e di impresa, scommettere sull’innovazione. Qui sta il vero punto dolente, perché le istituzioni, a tutti i livelli, dovrebbero favorire questo processo, invece di difendere la loro sedia”. In ogni caso, ammonisce il docente, leviamoci dalla testa che tra dieci anni siano ancora gli anziani a risolvere i problemi: “Tra dieci anni ci saranno ancora meno giovani, ancora meno famiglie, e gli anziani saranno meno ricchi. Anche perché qualcuno sta cercando di «mangiarsi» il loro patrimonio. Le due grandi idrovore si chiamano gioco d’azzardo, che si prende 100 miliardi all’anno, e la privatizzazione delle banche popolari”. E quindi? “Bisogna inventarsi formule nuove, che non possono più mettere al centro l’artigiano che passa l’impresa al figlio o la famiglia classica. Ma devono prevedere alleanze tra anziani e giovani. Quando ci si riesce, vengono fuori cose eccezionali. Per dare un’idea, come quando si restaura un’antica dimora per darle una nuova destinazione. La sfida è rigenerare la tradizione, oppure tra dieci anni rischiamo la scomparsa come paese”.



