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Letta: Europa, dopo la vittoria di Trump batti un colpo

La vittoria di Trump. I limiti della sinistra. Perché vincono i populismi e le possibili risposte. Enrico Letta, ospite a Treviso, a tutto campo. Per l’ex premier Enrico Letta è necessario tornare “a una politica di verità, non a quella spettacolarizzata che vive di referendum”

17/11/2016

Primo: “Gli elettori hanno sempre ragione”. Secondo “Questo non mi porta a cambiare idea su Trump”. Terzo, e più importante: “Le elezioni negli Usa devono provocare una reazione in Europa”. Quarto, ugualmente importante: “il populismo, alla lunga, può essere sconfitto solo con una politica di verità” e non (per chi vuol capire...) “a colpi di referendum”.
Enrico Letta si “gode” il suo nuovo ruolo di docente e direttore della Scuola di Affari internazionali dell’Istituto di studi politici di Parigi. Dalla capitale francese gode di un punto di vista privilegiato e più libero per analizzare le dinamiche politiche ed economiche. Ed è stato protagonista di una veloce visita a Treviso, giovedì 10 novembre. L’ex presidente del Consiglio, invitato dal Meic (Movimento ecclesiale di impegno culturale), ha parlato a Palazzo dei Trecento sul tema “Il potere politico: esilio della coscienza o luogo della costruzione illuminata del bene comune?”. In precedenza ha avuto a Ca’ Sugana un veloce incontro con il sindaco Giovanni Manildo e con il vicesindaco Roberto Grigoletto, ed ha visitato la mostra sull’impressionismo a Santa Caterina.
Siamo riusciti, nella sua breve e intensa mezza giornata trevigiana, ad avvicinarlo e a parlare con lui delle recenti elezioni americane e del futuro della politica europea.
Presidente, cosa pensa della vittoria di Trump?
C’è una prima questione: bisogna interrogarsi sulle ragioni che hanno portato gli elettori a votare per Trump: gli elettori decidono ed hanno ragione, questa è la democrazia. Bisogna capire perché gli americani  sono andati contro l’establishment politico, contro l’offerta politica tradizionale… Se è accaduto un fatto così clamoroso vuol dire che ci sono delle ragioni, e la risposta non può essere superficiale. Questo, però, non mi porta a cambiare giudizio su Trump. Il mio è un giudizio molto negativo, giudizio che mi porta a dire che ci dev’essere una reazione a tutto questo, una reazione che l’Europa deve avere.
Cosa non le piace del nuovo Presidente degli Usa?
L’idea che passi questo concetto per il quale tutte le scorrettezze sono concesse e sono possibili pur di arrivare al risultato... La definirei un’estremizzazione del machiavellismo… e poi l’insulto nei confronti dell’avversario, il non rispetto nei confronti del diverso, il sessismo, il disprezzo nei confronti dei migranti, la negazione - non, si badi, la sottovalutazione… proprio la negazione - che esista un problema ambientale.
Quello dell’ambiente è un tema così centrale?
Si tratta di una delle bandiere di papa Francesco, la Laudato Si’ è un testo coraggioso, l’occasione per ciascuno di noi di sentirsi padre e madre. Quando sento Trump parlare di ambiente mi dico: ecco un buon motivo per fare l’Europa. Io voglio che i miei figli vivano in un mondo nel quale le regole dell’ambiente non sono scritte da Trump e dai cinesi. Sono stato da poco a Pechino, ho visto come si vive con le mascherine. Il problema ambientale è vero e serio. Altrimenti anche in questo caso conta il censo, chi ha soldi vive in ambiente respirabile, gli altri si accontentano delle mascherine.
Resta il fatto che in tutto il mondo, dagli Usa all’Europa, fino alle Filippine vincono quelli che chiamiamo i populisti. Si è fatto un’idea sui motivi che portano a questi risultati?
Credo che il fenomeno sia in parte dovuto alla disintermediazione che internet ha portato nel  mondo, nella politica. Cos’è la disintermediazione? E’ appunto la mancanza di intermediari, come ad esempio sono stati finora i partiti. Questo fenomeno porta all’immediatezza dei concetti e all’estremizzazione delle posizioni che si prendono. Trump di fatto a vinto a dispetto dei due partiti statunitensi, visto che aveva contro anche buona parte dei dirigenti Repubblicani. E’ la questione che ci interroga di più, dobbiamo trovare risposte positive e razionali. Obama è stato questo, noi rimpiangeremo Obama, che ha vinto due campagne elettorali basandosi su internet, ma sull’internet positivo, che porta alla partecipazione, al coinvolgimento, non alla destrutturazione. Ritengo che gran parte del problema sia lì ed al tempo stesso nel non farsi trascinare nella politica spettacolarizzata, alla politica che vive di referendum immaginando che i referendum siano la soluzione.
E invece?
Invece no, i referendum non sono la soluzione perché prendere decisioni al 51 per cento, con il voto di una giornata, non è democrazia, è una cosa spettacolare che però non porta alla soluzione dei problemi. Basta vedere il caos nel quale sono piombati gli inglesi con la Brexit. Non sanno neanche loro come uscirne. Porterà solo guai, a loro e a noi.
Un’altra spiegazione che viene data dagli analisti è l’emergere di nuove fasce sociali che si sentono sotto attacco ed emarginate, come ad esempio il ceto operaio del Midwest americano.
Secondo me questo è un fenomeno legato alla nostra percezione della globalizzazione. Nei paesi emergenti è vista come una grande opportunità, nei paesi ricchi è vista come un rischio di essere acchiappati da altri, di perdere i propri privilegi. Ma si vive la globalizzazione solamente con un rilancio, non con la paura. Questo però passa attraverso leadership che siano in grado di spiegare tutto questo, non con leadership che soffiano sul fuoco delle paure, che fanno il gioco del capro espiatorio. Un esempio è quello dei migranti. Da alcuni sondaggi si ricava che gli italiani pensano che siano il 20%, invece sono il 7%. Evidentemente questa distorsione passa attraverso un discorso pubblico, una narrazione che viene fatta in modo non corretto.
Come però invertire la rotta?
Tutto passa attraverso una politica di verità, questa è la questione essenziale. Credo in questo e credo sia un impegno per i cittadini, che devono esigere una politica di verità e non invece andar dietro a qualunque invenzione. Altrimenti nessuno di noi deve poi prendersela se le risposte non sono efficaci.
Dagli ultimi risultati elettorali però la componente progressista e di sinistra esce con le ossa rotte. E’ per colpa di un linguaggio troppo intellettualistico ed elitario?
La sinistra europea purtroppo è totalmente inadeguata ad affrontare questo passaggio, ma non solo quella europea. La Clinton si è dimostrata il peggior candidato possibile in questo momento, proprio perché incarnava l’establishment.
Intanto l’unico a parlare esplicitamente di disuguaglianza sembra essere papa Francesco, che pone in agenda temi politici pur non facendo politica…
Meno male che c’è lui a puntare l’attenzione su questi temi: la disuguaglianza, l’ambiente, i migranti, tutte priorità che hanno a che fare con il futuro, con gli ultimi, con il disagio, dobbiamo essergliene grati.

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