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Suolo salvo in Veneto. Ma solo nel 2050...

La Regione Veneto si è data una legge per riportare a zero il consumo del suolo. Ma il sistema di deroghe viene giudicato da molti come il “tallone d’Achille” del provvedimento. Con la conseguenza di vanificarne gli effetti. Così, l’obiettivo del “consumo zero” è previsto in tempi biblici

“Ogni costruzione una demolizione”, con questo slogan la Regione Veneto si è data una legge per riportare a zero il consumo del suolo. Un impegno elettorale del governatore Zaia. Alcuni, però, gli rimproverano di averlo realizzato solo sulla carta. La legge, lavorando sulla compensazione tra demolizioni e costruzioni, dovrebbe riuscire a raggiungere lo “zero” nel 2050. Secondo l’opposizione una scadenza lontana, che di fatto annulla ogni effetto sul presente; una legge che pensa ai figli e al futuro secondo la maggioranza.
Si parte da un consumo del suolo che in Veneto arriva al 12,2 per cento del totale contro una media nazionale del 7,6 per cento. Padova e Treviso sono al top dell’urbanizzazione con i 18,8 per cento e il 16,5 per cento. Padova è il primo comune in percentuale per urbanizzazione, mentre in termini assoluti, come è ovvio, vince Venezia. Ora entro 90 giorni ogni comune dovrà trasmettere i dati del consumo di suolo sul suo territorio, poi toccherà alla Giunta fare il vero e proprio intervento strategico e operativo: dovrà decidere il consumo del suolo consentito nei prossimi cinque anni. Durante i primi 180 giorni non saranno concessi Piani territoriali urbanistici per nuove aree, ma dopo tale periodo sarà possibile edificare il 20 per cento di quanto previsto dal  Comune, in aggiunta al 30 per cento già autorizzato fin dall’approvazione della legge. Proprio il sistema di deroghe viene giudicato da molti come il “tallone d’Achille” di questa legge. “Sarebbe stato sufficiente dire che veniva bloccata la nuova espansione - commenta Romeo Scarpa presidente di Italia Nostra di Treviso -, per quanto riguarda la rigenerazione edilizia esistevano già delle leggi. In presenza poi di un Piano casa, come quello attuale, molto permissivo, è difficile controllare il consumo del territorio”.
Secondo Scarpa i Comuni trevigiani hanno già Piani di ambito territoriale e piani degli interventi sovradimensionati e finora tutti i comuni hanno fatto cassa con il consumo del territorio, finanziando così anche la spesa corrente. “Faccio solo un esempio, Villorba ha venduto ben 74 zone industriali. Nella legge hanno usato in maniera ambigua il termine «consolidato», tutti noi immaginiamo che si tratti di aree già edificate, in realtà si intendono zone agricole in cui il piano regolatore ha previsto interventi. Così queste aree saranno attrattive di investimenti perché è meno costoso riconvertire un terreno agricolo piuttosto che abbattere e ricostruire palazzi degli anni ’70, magari con inquilini all’interno da spostare”. Non si contano le deroghe, ad esempio se si dimostra che l’investimento produce più occupazione, oppure se è nel raggio di due chilometri attorno ad un casello autostradale, infine se ospita un’eccellenza veneta o un’attività di cava. “Non possiamo far riprendere l’edilizia soltanto costruendo del nuovo. Si pensa forse di aiutare il lavoro dei professionisti? Oggi i progetti arrivano dalla Romania, studenti rumeni di ingegneria sono riusciti a delocalizzare la progettazione: quando è di basso livello e in serie tutti la sanno fare; si provi invece a rigenerare a Mestre o Treviso o restaurare a Venezia, occorrono ben altre competenze. Insomma la vecchia abitudine di far soldi vendendo terreno agricolo non è perduta”. Restano anche i vecchi sistemi di incentivazione, se recuperi ti offro la possibilità di moltiplicare la cubatura, così dove c’era una casa ora ne fanno quattro, senza considerare che viabilità e servizi devono essere ricalcolati con i nuovi numeri e questo è un costo che ricade sulla comunità.

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