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Giovanni Bertuola, 91 anni, volontario nel Centro sollievo

Un luogo conosciuto quando la moglie si è ammalata di Alzheimer: “La malattia è brutta soprattutto perché il peso cade quasi esclusivamente sulla famiglia. Quando arriva una diagnosi del genere, la vita cambia per tutti”

A91 anni, Giovanni Bertuola dedica una mattina alla settimana al Centro Sollievo di Paese come volontario. È lo stesso luogo che aveva frequentato qualche anno fa insieme alla moglie Giocondina, quando a lei era stata diagnosticata la malattia di Alzheimer. Allora vi aveva trovato un aiuto prezioso, uno spazio di socialità e di “sollievo”. Oggi è tornato per dare una mano agli altri, essere utile e, perché no, anche divertirsi con semplicità.

In fondo, tutta la sua storia sembra seguire questo filo: ricevere e restituire. Le opportunità che lui non ha avuto e che ha voluto garantire ai figli, l’aiuto ricevuto negli anni difficili della malattia della moglie e che ora prova a riconsegnare a chi attraversa le stesse fragilità. Senza proclami, con la discrezione che lo contraddistingue.

Infermiere, per indole e per professione

Classe 1935, originario di Postioma, Giovanni arriva da una famiglia di dieci fratelli. Suo padre era fabbro e ferrava i cavalli. Oggi uno dei nipoti continua a lavorare il ferro, costruendo e riparando aratri. Un mestiere diverso, ma che mantiene un legame con quella tradizione artigiana. “A me però quel tipo di lavoro non piaceva - racconta -. Avrei voluto studiare, ma in quegli anni non era così facile”. Una frase che basta a evocare un’intera generazione, cresciuta nel dopoguerra, quando spesso il lavoro arrivava prima delle aspirazioni personali. Giovanni ne parla con la consapevolezza di chi ha accettato la propria storia e ne ha tratto un insegnamento.

Per questo, quando è diventato padre, ha insistito molto perché i suoi figli studiassero; tutti e tre hanno proseguito fino all’università. “Non per fare carriera - precisa -. Volevo che non soffrissero l’ignoranza”. È un’espressione che gli appartiene profondamente. Lui è cresciuto in un mondo dove le informazioni passavano attraverso poche figure di riferimento, “per farti spiegare le cose dovevi andare dal medico del paese e sperare che fosse un uomo saggio e non uno spavaldo”.

Alla professione infermieristica arrivò in anni molto diversi da quelli attuali. Non esistevano ancora le lauree e i percorsi strutturati di oggi. Si affrontava un esame di cultura generale e poi si imparava facendo. “La formazione arrivava sul campo. Si lavorava e contemporaneamente si apprendeva il mestiere”. I primi anni li trascorse all’ospedale Ca’ Foncello di Treviso. I ricordi conservano immagini nitide. “Alla mattina arrivavano queste nuvole bianche di suore. Erano le caposala”. Il sistema sanitario funzionava in modo molto diverso da oggi. “Un infermiere poteva trovarsi a seguire anche ottanta pazienti. Ora sarebbe impensabile”. Dopo alcuni anni arrivò il passaggio all’Inail, dove avrebbe trascorso l’intera vita professionale. Sessant’anni dedicati alla cura delle persone, un lavoro che non ha mai vissuto come una semplice occupazione. Quando andò in pensione Giovanni non riuscì comunque a stare fermo. “Ho sempre trovato qualcosa da fare”. Custode nelle palestre, collaborazioni con l’Avis, piccoli aiuti richiesti da vicini e conoscenti. “Una puntura, la pressione da controllare, un consiglio. Qualcuno che aveva bisogno c’era sempre”.

L’Alzheimer in casa

Accanto al lavoro c’era la famiglia. E soprattutto c’era Giocondina, per tutti Dina. Quasi sessant’anni di matrimonio. “Andavamo d’accordo”, racconta semplicemente. Molto era dovuto al carattere della moglie, una donna mite e paziente, presenza rassicurante per la famiglia e per il paese. Dina era la “sarta” che ha confezionato gli abiti da sposa di moltissime donne della zona e anche il saio dei frati cappuccini, tra i quali c’era un cognato. Quando ne parla, Giovanni usa parole misurate. “Era una persona sorridente. Semplice. Sui fondamentali difficilmente sbagliava”. Anche il loro matrimonio custodisce tanti piccoli aneddoti, uno ce lo condivide e ancora oggi gli strappa un sorriso. “Si chiamava Giocondina, ma sulle partecipazioni di nozze ho fatto scrivere Dina”. Una scelta che ai parenti non piacque per nulla e qualcuno pure si arrabbiò. Poi ride. Come se quel dettaglio raccontasse ancora oggi la confidenza costruita in una vita trascorsa insieme.

Nel 2018 per la moglie arrivò la diagnosi di Alzheimer. “All’inizio è stata dura”: le allucinazioni, i momenti di disorientamento, qualche fuga da casa.

Con il tempo, la diagnosi corretta e le cure hanno contribuito a riportare una maggiore serenità. “Faceva fatica a riconoscere le persone, spesso sembrava assente, ma era sempre tranquilla. Conservava il suo carattere buono”.

Giovanni la osserva da chi l’ha vissuta in prima persona. “La malattia è brutta soprattutto perché il peso cade quasi esclusivamente sulla famiglia. Quando arriva una diagnosi del genere la vita cambia per tutti”. E aggiunge una considerazione che nasce dall’esperienza. “I tempi della sanità per queste malattie sono lunghi. E la solitudine rischia sempre di essere dietro l’angolo”. Per questo ricorda con gratitudine chi è stato al suo fianco: “Mi hanno aiutato una signora moldava e una marocchina. Persone preziose. E poi dicono degli stranieri...”. Anche gli amici, racconta, non sempre riescono a reggere la prova del tempo e della malattia. “Qualcuno si perde per strada. Alla fine restano la famiglia e chi davvero ti vuole bene”. Fino all’ultimo Giocondina ha vissuto nella sua casa. Negli anni della malattia, dopo il Covid, due mattine alla settimana, Giovanni la accompagnava al Centro Sollievo di Paese, ospitato a villa Panizza. Quello spazio diventò importante anche per lui. Per molte famiglie alle prese con l’Alzheimer e altre forme di decadimento cognitivo, i Centri Sollievo rappresentano infatti un punto di riferimento prezioso: offrono occasioni di socialità e stimolazione per chi è malato e, allo stesso tempo, qualche ora di sostegno e respiro a chi se ne prende cura ogni giorno. Nei territori dove l’invecchiamento della popolazione è sempre più evidente, queste esperienze rappresentano non solo un supporto assistenziale, ma anche un importante presidio di comunità.

Un luogo prezioso di “sollievo”

A villa Panizza si ritrovano circa venti persone con Alzheimer, Parkinson, esiti di ictus e altre fragilità legate all’età. Ad accoglierle ci sono sei o sette volontari, oltre al servizio di trasporto. La routine segue un copione consolidato: i saluti iniziali, l’almanacco, un po’ di ginnastica dolce, le conversazioni, la merenda e qualche attività di gruppo. “Non è un luogo triste - tiene a sottolineare Giovanni -. Anzi. Ci si diverte”.

Dopo la morte di Giocondina, nel 2023, i figli gli suggerirono di trovare qualche nuova occupazione. “Mi dicevano: papà, fai qualcosa. Iscriviti all’Università popolare, trovati un interesse”. Ma lui aveva già deciso, è tornato nello stesso posto che aveva accolto sua moglie. Questa volta come volontario. Oggi ascolta le persone, conversa con loro, le aiuta nei piccoli spostamenti, offre compagnia. A volte basta quello. Qualcuno prova ad avvicinarsi a questa esperienza e poi rinuncia perché non è per tutti; c’è chi va una volta e capisce che non fa per lui. Per Giovanni invece è diventata una naturale prosecuzione della propria vita. E aggiunge con il sorriso di chi non ha alcuna intenzione di fermarsi: “Dirò basta un minuto prima che mi mandino a casa perché sono troppo vecchio!”.

Il volontariato degli anziani rappresenta una risorsa straordinaria per le comunità. Persone che hanno concluso il percorso lavorativo continuano a mettere a disposizione esperienza, capacità relazionali e tempo. Giovanni incarna tutto questo.

“Sono stato fortunato nella vita”. È una frase semplice, ma probabilmente racchiude il senso della sua storia. Un uomo schivo, rigoroso nelle idee, umile nei modi, che continua a considerarsi fortunato. Forse perché guarda a ciò che ha ricevuto più che a ciò che ha dovuto affrontare. Eppure, ascoltando la sua storia, viene da pensare che la fortuna da sola non sarebbe bastata. Ci sono stati il lavoro, la dedizione alla famiglia, l’amore per Dina e la capacità di non tirarsi indietro nei momenti difficili. Oggi, entrando al Centro Sollievo, porta con sé tutto questo. Prima aveva cercato un sostegno per la moglie. Adesso quel sostegno è lui a offrirlo. Con la stessa semplicità con cui ha vissuto ogni stagione. E con la convinzione che il tempo donato agli altri non sarà mai tempo perso.

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