Anche il Papa è un cittadino. A volte la spiegazione più semplice è anche quella più vera. E questa,...
Tutti noi siamo madri: parola della teologa Claudia Leal
Chissà cosa potrebbero raccontare le madri, sentendosi rivolgere l’invito a diventare volto pubblico nella società. Loro, così spesso celebrate e altrettanto spesso lasciate sole. Descritte come eroiche ed ugualmente vittime di isolamento (due facce, in fondo, della stessa medaglia), nonostante i servizi e le reti di sostegno, vere o soltanto millantate. Le studiano psicologi, sociologi e statistici. Oggi se ne occupa, con crescente interesse, anche la Teologia, perché la maternità non è soltanto una questione privata consumata tra le mura domestiche. È un’esperienza che parla all’intera società e che, secondo la teologa Claudia Leal, docente del Pontificio istituto di Scienze religiose e recentemente nominata da papa Leone XIV membro della Commissione teologica internazionale, può diventare un patrimonio comune da riconoscere, sostenere e condividere. L’occasione per approfondire questo tema è stata una riflessione dedicata al rapporto tra maternità, cura e comunità, tenutosi la scorsa settimana al Centro della famiglia di Treviso, nella quale la teologa cilena, italiana d’adozione, ha proposto uno sguardo capace di tenere insieme esperienza concreta e pensiero teologico.
Professoressa Leal, perché oggi parlare di volto pubblico della maternità?
Per molto tempo abbiamo raccontato la storia attraverso le grandi rivoluzioni, le guerre, i cambiamenti politici ed economici. Le scienze umane si stanno, invece, accorgendo che la storia va avanti anche grazie a un esercito invisibile di persone che ogni giorno si assumono una responsabilità molto precisa: crescere i bambini, accompagnare gli anziani, assistere i malati. Questo ha cambiato il modo di guardare la realtà e, in parte, ha cambiato anche la teologia. Ciò ha portato a osservare con maggiore attenzione i protagonisti della cura: persone concrete, con le loro biografie, le culture di provenienza, i loro bisogni. E tra queste figure un posto speciale appartiene alle madri che raccolgono la sfida determinando il “successo” della società.
Perché la maternità non può più essere considerata una questione privata?
Per molto tempo la maternità è stata considerata un fatto privato, riguardava esclusivamente le donne o la famiglia e che si svolgeva entro le mura domestiche. Questa visione ha finito per trasmettere alle istituzioni, alla politica e perfino agli uomini, l’idea che non fosse una loro responsabilità. Oggi, però, tale modello non è più sostenibile. La maternità non riguarda solo chi genera un figlio, ma l’intera società, perché ha a che fare con le condizioni della nascita, della cura e della trasmissione della vita. E diventa, allora, una questione di giustizia. Del resto, tutti noi siamo figli e tutti siamo venuti al mondo grazie al corpo di una donna che ci ha accolti e ci ha fatto spazio. Eppure questa evidenza fondamentale è stata spesso rimossa dal pensiero moderno. Leggendo molti filosofi, si ha quasi l’impressione che si siano dimenticati del fatto più elementare della nostra esistenza: siamo nati da una madre.
Cosa ci insegna oggi la maternità?
Custodisce un sapere e una responsabilità che riguarda tutti. Invita alla perseveranza, alla mediazione, mostra nella quotidianità la difficile ricerca dell’equilibrio possibile tra le mille contingenze che accadono. La famiglia, del resto, è il territorio dell’improvvisazione, dove le mamme hanno sempre un piano, molto flessibile. E poi, mi piace ricordare una frase della teologa africana Mercy Amba Oduyoye: “Non sono madre, ma ho dei figli”. È una provocazione importante. La maternità è certamente radicata nell’esperienza biologica, ma contiene anche una dimensione relazionale e comunitaria che può essere condivisa.
In più occasioni lei ha spiegato che questa prospettiva affonda le proprie radici nella tradizione cristiana...
Non stiamo dicendo nulla di completamente nuovo. Il cristianesimo utilizza da sempre la maternità come una metafora potentissima. La Chiesa è madre. Nella tradizione spirituale persino il sacerdote viene talvolta descritto come madre perché genera figli nella fede. Nelle Scritture troviamo immagini di un Dio che porta nel grembo, che soffre e gioisce per i suoi figli. E Gesù stesso invita a comprendere che i legami familiari, pur essendo importanti, possono essere allargati a una fraternità più grande.
Quali tracce ci sono nel Magistero contemporaneo di questo pensiero?
A partire dal Concilio Vaticano II si sviluppa progressivamente la convinzione che le esperienze umane siano anche luoghi teologici. La Gaudium et spes contiene già molte intuizioni in questa direzione. Poi sono arrivati documenti come Familiaris consortio e, più recentemente, Amoris laetitia, che rappresenta una svolta anche nel linguaggio: invita a guardare i volti delle famiglie, non l’idea astratta di famiglia. C’è un passaggio molto bello in cui il Papa si rivolge direttamente alla donna incinta e la incoraggia a custodire la gioia senza negare le fatiche e le paure. Ma questo ci porta a una domanda fondamentale. Chi è responsabile della gioia di quella madre? Solo lei? Io credo di no. La comunità credente, la politica e la società hanno la responsabilità di creare le condizioni perché quella vita possa crescere in un contesto favorevole. Troppo spesso celebriamo la maternità, ma poi lasciamo sole le donne che la vivono.
Che cosa significa pensare la maternità come una responsabilità condivisa e comunitaria?
Mi richiamo al pensiero della filosofa statunitense Sara Ruddick: chi si prende cura di un bambino deve affrontare almeno tre compiti fondamentali. Il primo è preservarne la vita. Il secondo è accompagnarne la crescita fisica, emotiva, culturale e spirituale. Il terzo è prepararlo alla vita in comunità. Non sono responsabilità esclusivamente femminili. Possono essere condivise da padri, nonni, zii, educatori e da tutte quelle persone che, in forme diverse, partecipano alla crescita delle nuove generazioni. Da qui nasce l’idea di una comunità materna. La maternità insegna competenze preziose, come la mediazione dei conflitti, l’accoglienza delle fragilità e la ricerca di soluzioni non violente. È un sapere che non dovrebbe rimanere confinato nell’ambito domestico.
Ci sono passi necessari, e urgenti, da compiere?
Anzitutto raccontare ciò che finora è rimasto poco raccontato. Le esperienze della maternità devono trovare spazio anche nei luoghi istituzionali, culturali e religiosi. Poi dobbiamo imparare ad ascoltare le donne credenti che riflettono sulla loro esperienza. Nelle nostre comunità esistono storie e riflessioni straordinarie che rischiano di andare perdute. Dentro le nostre comunità ci sono autentici tesori. Donne che hanno elaborato una comprensione profonda della cura e della relazione, spesso senza che nessuno le ascoltasse davvero.
Qual è il rischio più grande oggi?
Continuare a coltivare la figura della madre eroica. La ammiriamo, la celebriamo, la ringraziamo. Ma poi la lasciamo sola. Dovremmo passare dall’ammirazione alla curiosità. Invece di limitarci a dire “Che brava!”, dovremmo chiederle: come posso aiutarti? Un cambio di prospettiva che richiede una rete più ampia di corresponsabilità. Le madri non dovrebbero sentirsi una minoranza costretta a cavarsela da sola. Devono poter chiedere aiuto senza sentirsi giudicate. Del resto, tutti i genitori sbagliano. Tutti sperimentano fragilità e fallimenti. È proprio qui che diventa decisiva la presenza di quei padri e di quelle madri non biologici che spesso, nelle comunità e nelle relazioni quotidiane, fanno la differenza.



