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Beatrice Lorenzon: il corpo che diventa linguaggio

Beatrice Lorenzon, trevigiana di 25 anni, ha trovato nel circo e nella creazione di scenografie la sua direzione. Un mondo in cui l’incontro con l’altro, attraverso l’esercizio della corporeità, diventa comunicazione, relazione, racconto, al di là della capacità “tecnica”

Circense e scenografa. È quantomeno insolito il bellissimo e impegnativo percorso formativo e professionale compiuto da Beatrice Lorenzon, che nel raccontarcelo svela come un mondo apparentemente “di nicchia”, infarcito di stereotipi, nasconda in realtà artisti di incredibile levatura, messaggi di alto valore, fermento e attività ampie. Questa giovane trevigiana di 25 anni ha trovato qui la sua direzione: uno spazio in cui il corpo diventa linguaggio e l’incontro con l’altro, pratica quotidiana. Nel circo il corpo non è solo tecnica: è comunicazione, relazione, racconto. Una scelta che può apparire “strana”, ma che per lei è stata naturale. Del resto, la curiosità è la bussola che orienta ogni suo spostamento: città, scuole, collettivi, progetti. Un percorso che si costruisce passo dopo passo, senza linee rette.

A parlarci insieme si comprende fin da subito che scegliere il circo oggi significa entrare in un mondo molto più vario di quanto suggerisca l’immaginario comune: ai tendoni e al nomadismo - che esistono ancora e rappresentano una parte viva e contemporanea del settore - si affiancano percorsi più strutturati, scuole professionali, compagnie stabili, produzioni teatrali e artisti che arrivano da formazioni diversissime. Il circo contemporaneo non ha un’unica via: convivono vite itineranti, progetti sotto chapiteau, spettacoli da teatro e professionisti che si sono formati dentro e fuori dalle accademie. Beatrice lo scopre prima da spettatrice, poi dall’interno, quando viene ammessa alla Flic, una delle realtà italiane che offrono un percorso di studio dedicato, oggi una delle possibili porte d’ingresso in questo universo.

Teatro che si muove, incontra, ascolta

Lei nasce a Treviso e cresce, in una famiglia accogliente e attiva sul territorio. Da bambina si muove molto, costruisce, gioca, si sveglia presto. Per dieci anni pratica ginnastica artistica alla Polisportiva Casier: disciplina, precisione, responsabilità. “Mi ha chiesto e ridato tante energie”, racconta. È la prima forma di cura verso una passione.

Al liceo linguistico Canova impara che le parole contengono un modo di pensare, che la struttura della lingua è prima di tutto logica espressione del pensiero. Intanto immagina il circo come una versione poetica della ginnastica: stessa base tecnica, ma con libertà e narrazione. Non aveva mai visto uno spettacolo dal vivo; il suo riferimento erano gli estratti di “Respire”, visti in tv.

Gli anni del liceo sono per lei già anni di viaggio: Salamanca, Dublino, Antibes. Al quarto anno lavora per un mese in una palestra di arrampicata vicino a Cork, in Irlanda. Poi, un tirocinio in un centro di fisioterapia a Treviso e due settimane in un rifugio alpino. Inizia un corso amatoriale di circo con Barbamoccolo, poi tessuti aerei con CreArt e danza contemporanea. Il Covid interrompe tutto e conclude la maturità da casa. Dopo il diploma si iscrive a Lettere artistiche alla Sapienza. Non era mai stata a teatro, ma sentiva quel mondo affine. A Roma cerca corsi di circo, senza trovarne di intensivi. Si allena saltuariamente al Circo MaXimo. Poi, frequenta una settimana di laboratorio con Teatro a Canone: nasce una collaborazione che dura tutt’ora. Con la compagnia, che impronta il suo lavoro sul teatro di comunità e sul rapporto diretto con i territori, gira piazze, cortili, scuole, comunità: “Abbiamo attraversato infiniti borghi piemontesi e città italiane che non conoscevo”.

I loro spettacoli nascono spesso in spazi non teatrali, dove attori, musicisti e acrobati costruiscono scene che dialogano con le persone e i luoghi. È un teatro che si muove, che incontra, che ascolta: ed è lì che Beatrice ha trovato il suo primo vero ingresso nel mondo delle arti performative.

Si forma come trampoliera al Teatro Tascabile di Bergamo e interpreta un personaggio sui trampoli in Balconate liriche. Nel 2022 partecipa al Festival Internazional du Théatre Professionel a Jendouba, in Tunisia. Nel 2023 è a Baghdad, ospite dell’ambasciata italiana, per un laboratorio teatrale con gli studenti dell’istituto d’arte. Nel frattempo, partecipa a due residenze Erasmus+ in Portogallo e Germania: incontri, workshop, creazioni collettive. “Sono state esperienze importanti, mi hanno aperto una prospettiva internazionale”.

Le città, le scuole, i collettivi

Il desiderio di lavorare anche sul piano pratico la porta a interrompere gli studi e preparare l’ammissione alla Scuola di scenografia dell’Accademia Albertina. Sceglie Torino, senza conoscerla. Il primo anno è ricco: progetti, spettacoli ogni settimana, scenografie per Bohémien spettacoli. E, finalmente, un corso strutturato di acrobatica aerea alla Flic.

In primavera, il suo insegnante le chiede se ha mai pensato alla scuola professionale. Prepara le audizioni: preselezione online, una settimana di lezioni, test fisici, presentazione di un numero. Viene ammessa. Congela gli studi di scenografia, certa che li riprenderà.

“La Flic - racconta - è un laboratorio vivo, un’energia che vibra già dall’ingresso. Qui il corpo non si allena soltanto, si ascolta. Le giornate scorrono tra danza, acrobatica, corde, verticali, teatro, in un ritmo che mescola rigore e gioco”. Le persone arrivano da ogni parte del mondo, parlano lingue diverse e trovano comunque un modo per capirsi. Nei momenti di creazione il linguaggio è il movimento: le idee passano attraverso il corpo più che attraverso le parole. Nella vita quotidiana, invece, il multilinguismo si supera con piccoli aggiustamenti, gioco, pazienza e curiosità reciproca. Ci si adatta senza pensarci: si scelgono le parole che l’altro conosce, si semplifica, ci si viene incontro. È un modo di comunicare che diventa automatico, uno spazio dove ci si veste di colori, si ride, ci si sostiene, e dove la fragilità diventa parte della forza. Si impara che, in fondo, circo non è spettacolo: è un modo di stare al mondo. Intanto, Beatrice lavora in un supermercato del centro di Torino: “Un capitolo curioso, arricchente”. Viaggia a Parigi per vedere spettacoli e il Festival du Cirque de Demain. Inizia a insegnare: trampolino per bambini, tessuti e corda aerea per adulti. Tiene un laboratorio estivo al camp Circo Le Biel, nel vicentino: circo e natura, un’esperienza significativa.

Dalla scuola nasce il Collettivo Zef: Juana, Lucas, Lula, Giulia e lei. Scrivono “In Memoria d’O (riposa in pioggia), il funerale dell’acqua”, presentato a Brocante nel 2025. È ancora in evoluzione: sarà la sua tesi di scenografia.

Concluso il biennio, riprende gli studi trasferendosi a Brera. Prima delle lezioni partecipa a Ips2024 in Romania: masterclass, legami artistici, scenografi da tutto il mondo. Un anno dopo si ritrovano al World Stage Design 2025 a Sharjah. Nasce il collettivo The still cooking collective, con cui scrivono un progetto per la Quadriennale di Praga. A Milano segue workshop di danza, fa un tirocinio al teatro Pirata, lavora alla scenografia di “La Pum da Per”, al teatro Elfo Puccini. Il giorno dopo l’ultima replica parte per Salisburgo, tirocinante al Festspiele: lavora nel dipartimento attrezzeria, soprattutto per Jedermann, lo spettacolo tradizionale del festival.

Nel 2025 torna a Treviso, pendolare verso Milano. Lavora per Gli Alcuni alla scenografia de “Il Baule” di Mozart e ai giochi del parco dei dinosauri di villa Margherita. Nei weekend, raggiunge Torino per Balconate Liriche. Riprende a fare circo per gioco, ritrovando un piacere che la scuola aveva un po’ oscurato. A luglio torna a Salisburgo per la stagione estiva, con una parentesi a Tbilisi per il matrimonio di un’amica.

A chiederle cosa renda possibile un percorso così ramificato, la risposta è semplice: i legami. È il tessuto di relazioni costruite in ogni tappa a sostenere ogni nuovo spostamento. Tornare a Treviso, oggi, significa tornare soprattutto alle persone: “A volte non mi capisco, non riconosco bene le strade”, dice. Ma è qui che vivono i legami più forti. Ed è qui che, tra un viaggio e l’altro, si torna.

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