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III domenica di Quaresima.: L’amore che purifica donando se stesso

Il luogo sacro della presenza e dell’incontro con Dio è il corpo stesso di Gesù

Da questa domenica vengono proposti i tre testi dal Vangelo secondo Giovanni che qualificano l’itinerario quaresimale del 2024. Sono testi che mettono in rilievo il futuro di morte che attende Gesù a conseguenza della sua missione, e aprono alla prospettiva ulteriore che celebreremo a Pasqua.

Il luogo del Sacro. Nel testo odierno, l’evangelista sposta all’inizio del ministero di Gesù un episodio che gli altri tre Vangeli collocano alla fine, al tempo dell’ultimo soggiorno di Gesù a Gerusalemme: la “purificazione” del Tempio. Questo edificio, composto di più parti, dai cortili esterni fino al santuario vero e proprio, era considerato segno della presenza di Dio in mezzo al suo popolo. Era il luogo in cui celebrare il culto per tutto il popolo di Israele, i sacrifici di animali eseguiti dai sacerdoti e le offerte dell’incenso e della lode. E’ il “luogo sacro” per eccellenza del popolo ebraico, luogo dell’incontro di Israele con il suo Dio, il “Dio di tutta la terra”.

Un gesto che purifica. Qui Gesù opera un “gesto profetico”, che chiama i suoi interlocutori a interrogarsi circa il suo comportamento. Costoro gli chiedono un “segno” che certifichi la sua autorità nel comportarsi così. La risposta di Gesù rilancia in maniera esagerata la richiesta: li sfida a una distruzione, e si impegna in una “risurrezione”. Il fraintendimento è inevitabile: considerano oggetto del contendere l’edificio di pietre, invece che il corpo stesso di Gesù, e lo scherniscono opponendo quarantasei anni di lavoro di tanti operai all’impegno di tre giorni di un solo uomo. Invece, ciò che Gesù prospetta è ben più impossibile: allude alla risurrezione del suo stesso corpo, e i suoi discepoli recupereranno, a motivo di fede, il suo dire, facendone memoria dopo l’evento della sua Pasqua (che supera la “Pasqua dei giudei”). A riprova di questo “gioco di malintesi”, il verbo usato dai Giudei per l’edificio di pietra è “edificare”, quello usato per l’azione prospettata da Gesù è “risorgere”.

Una nuova esperienza di incontro. Ormai il luogo sacro (“santuario”) della presenza e dell’incontro con Dio è il corpo stesso di Gesù, e soprattutto il corpo di Gesù che è ucciso, è sepolto, risorge. Superamento di ogni avversità inflitta dagli altri, di ogni morte di cui si è soltanto vittima, “risorgere” è il movimento che riafferma e compie il sogno di vita di Dio per l’umanità, per il cosmo intero. E’ questa, allora, la “purificazione” più vera: contribuire a trasformare il mondo da “una casa per i propri affari” a un luogo in cui si coltiva e si custodisce la presenza stessa di Dio. Presenza del Padre, presenza di vita piena, capace di “risorgere” da ogni distruzione, di dimostrarsi più tenace di ogni strage che la storia operata dall’umanità può compiere, capace di donare se stesso e la propria vita oltre ogni violenza che vuole strapparla dalla sua sacralità e usarla per i propri fini, di potere, di privilegio, di sacralizzazione della propria posizione di prestigio. Anticipare questa contesa fondamentale, avvenuta nel Tempio di Gerusalemme, trasformarla da occasione finale di conflitto tra Gesù e gli avversari detentori del potere religioso a momento inaugurale della propria missione, insieme all’«inizio dei segni» avvenuto al matrimonio in Cana, ha allora un preciso intento. Quello di far cogliere, fin dall’inizio, sia la prospettiva di pienezza di vita che in quella festa di matrimonio si è manifestata, sia, in questo brano appena successivo, la determinazione di Dio di esserci in modo nuovo e decisivo, portato a compimento fin dentro la morte di Gesù. “Rialzando” in risurrezione quel corpo, presenza definitiva del Dio della vita, anzi, del Dio della Pasqua.

Una vita “purificata” dalla morte. E’ nella Pasqua, alla fine, che si compie la vera, definitiva “purificazione” di ogni ricerca ed esperienza del Sacro messa in atto dall’umanità. In ciascuno, in ciascuna di noi, in tutte le nostre comunità, nella Chiesa intera, nell’intera umanità, si prospetta una “purificazione” che non ha i tratti disumani della pulizia etnica, del furore religioso fondamentalista, dell’esclusione mortale dalle risorse della terra. Ha invece il volto di un Dio che ama fino alla fine, che “rimette al suo posto” la logica del “mercato” non lasciandole invadere gli spazi del gratuito, del dono senza condizioni che egli compie a ogni uomo e donna, a ogni popolo, a tutta l’umanità. E chiede con forza che i luoghi del sacro diventino sempre più luoghi di esperienza di incontro con lui e tra noi, incontri che si compiono nella semplicità del corpo, gesti capaci di tenerezza e attenzione, garantiti da rispetto profondo e dalla scelta di escludere ogni violenza e dominio, ancor più se compiuto in nome di Dio. E’ un amore che purifica donando se stesso, senza pretendere ricompensa, felice di generare in noi nuovo amore, nuova vita.

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