lunedì, 10 agosto 2026
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Natale del signore: lo scandalo di Dio che si fa carne

L’invito, rivolto a ciascuno e a ciascuna, è a incontrare il Dio che si fa bambino

I due brani proposti nella festa del Natale di Gesù provengono dal Vangelo secondo Luca (2,1-20) e dal Vangelo secondo Giovanni (1,1-18). Due modi assai diversi di annunciare la “buona notizia” che questa festa celebra, ma in entrambi è espresso uno “scandalo”, letteralmente un “inciampo” che ci fa incespicare nel nostro andare verso colui che viene. E se vorremo incontrarlo davvero, dovremo accettare di “inciampare” nel nostro cammino verso di lui.

L’inciampo. Qual è l’inciampo che i due testi citati ci pongono tra i piedi? Sono il contrasto tra la semplicità e l’insignificanza di colui che nasce e la sua rilevanza «per tutto il popolo» manifestata dagli angeli, nel racconto secondo Luca; il contrasto tra colui che «ha fatto tutto ciò che esiste» e il suo farsi carne, diventando incompreso e rifiutato, nell’inno secondo Giovanni. Ovvero: colui che viene non si presenta secondo le attese di chi lo attendeva, allora come oggi.

In Luca si annuncia come «segno» un bimbo appena nato, avvolto in fasce e posto in una mangiatoia: non avevano trovato posto nell’alloggio. Un bimbo appena nato nella confusione e nella dimostrazione di potenza di un censimento voluto dall’imperatore di tutto il mondo allora conosciuto: non è certo un re che si presenta pieno di forza e di potere. Un bimbo fragile come tutti i bimbi, dipendente da altri, protagonista inconsapevole di un avvenimento – la sua nascita – non certo appariscente. Vanno a cercarlo dei pastori, persone che facevano un mestiere considerato impuro, che li rendeva inadatti al rapporto con Dio, a meno che non si purificassero con riti appropriati. Sono loro che susciteranno interrogativi e perplessità con il racconto di annunci celesti di un «salvatore del popolo».

In Giovanni cambia lo scenario, ora è il cosmo intero a fare da sfondo. E la contraddizione aumenta ancora di più: qui si tratta addirittura di colui che è Parola totale di Dio, Dio lui stesso, in relazione di Figlio unico in cui Dio Padre completamente si esprime - poiché «tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste». Costui «si fece carne», letteralmente “è diventato carne”: nella concezione biblica significa che è diventato ciò che siamo noi, fragilità a rischio di fallimento e di morte. E nel farlo non verrà compreso né accettato, nemmeno da coloro che lo stavano attendendo: in controluce è già presente il percorso di rifiuto da parte delle tenebre che avvolgono il mondo. Anche qui, sicuramente non è ciò che sperava chi attendeva il Messia, l’inviato da Dio a salvare il suo popolo dal potente nemico di turno.

La storia di una «pietra d’inciampo». Gesù è venuto “diventando fragile” e mortale, è venuto inconsapevole e impotente come un neonato che ben poco sa di sé, se non che ha bisogno immediato di chi gli permetta di vivere. Viene così a Natale: Parola definitiva di Dio che si fa carne di bambino che non parla, Parola onnipotente di Dio che si fa impotenza di un “appena nato”. Inizia così la storia di Gesù, «pietra d’inciampo, sasso di scandalo» (Rm 9,32-33; 1Pt 2,7-8; vedi Mc 12,10-11); ma a chi lo accoglie apre la possibilità di diventare con lui figli del Padre, capaci di percorrere con lui il cammino fin oltre la morte, a vita di Pasqua.

E oggi? Oggi io sento due rischi, per me, per noi. Il primo è che neppure ci accorgiamo più di questo “inciampo”, e ci “accontentiamo” dei buoni sentimenti che proviamo davanti a un piccolo appena nato. Guai disprezzarli: le emozioni contribuiscono in modo grande a “muovere” il nostro cuore, le nostre scelte, le nostre decisioni. Ma il rischio, in questo caso, è che, se le emozioni si accendono davanti a un presepio, poi si spengano fin troppo presto, dentro la vita quotidiana... ancor prima che spegniamo le luminarie delle feste. E ancor prima di esser riuscite a “muovere” qualcosa in profondità di noi stessi.

Il secondo rischio è che avvertiamo tutta la fragilità e l’impotenza di questa scelta di Dio, e “ce ne andiamo via tristi”, scoraggiati rispetto alle attese deluse che lui finalmente metta a posto le cose, faccia cessare le guerre, le discordie che impediscono di costruire bene comune tra di noi e nell’ambiente, salvi da malattie e da ferite più o meno mortali la nostra vita... Perché un bambino tutto questo non lo può proprio fare, anzi, è lui ad aver bisogno di noi.

Prender sul serio l’inciampo. E tuttavia: se accettiamo di prender sul serio le emozioni che una nascita suscita, e di prender altrettanto sul serio i bisogni sempre più urgenti della nostra umanità... e se con questa seria presa di responsabilità ci mettiamo di fronte a lui, che ha scelto di farsi carne di bambino... allora forse possiamo lasciarci interrogare in profondità sulla nostra scelta di fede. Possiamo lasciarci ancora una volta sorprendere da questa offerta che ci vien fatta, di «grazia e verità» che vengono con Gesù/Dio-salva – salvatore annunciato dall’alto. Più concretamente, possiamo lasciarci sorprendere da un Dio che viene a cercarci proprio lì dove siamo, scegliendo di provocarci fin nel profondo del nostro essere fragili e bisognosi e mortali, offrendoci grazia di misericordia fondata sulla verità del suo volto, che è volto di colui che ama, oltre ogni nostro merito, in modo non calcolato e incalcolabile, fino a rimetterci la vita pur di farcela ritrovare profondamente ri-generata.

E lo fa inabissandosi nella sorte di bimbi sfruttati e abusati, gettati nelle stragi e nei conflitti, sotto le macerie e in mezzo alle violenze, nella fame e nella malattia, nella siccità e nei diluvi, per i deserti della terra e dei mari... bimbi amati da chi li ha generati ma rifiutati dal resto del mondo e quindi condannati a morte... bimbi non amati neppure da chi li ha generati e quindi ancor più gettati a morte.

Lasciamoci “inciampare”. Ecco, anche ricordarci di quanto va accadendo disumanamente oggi è una delle forme che quell’«inciampo» assume per noi. Lasciamoci “inciampare”, scegliendo di credere che ancora lui, che ci fa incespicare, può salvare i nostri passi e le nostre vite da disperazione e smarrimento.

Gesù, camminando con noi, porta con noi le nostre domande e i bisogni non solo nostri, accoglie come preziose le nostre emozioni, ci rende capaci di alzare ancora una volta il capo e riaccendere speranza a tante piccole fiammelle di autentica misericordia, che continuano ostinate a rischiarare la notte quel tanto che basta per continuare a camminare.

Il silenzio di Dio impastato

nella carne dei bimbi chiama

a ritrovare umanità

nella fessura che spera il giorno.

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