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30/04/2026

La liturgia della V domenica di Pasqua ci propone di soffermarci sul tema della fede. Il brano del Vangelo si pone all’interno del discorso di addio che Gesù pronuncia per i suoi discepoli durante l’ultima cena. Ne ripercorriamo i punti salienti.

“Non sia turbato il vostro cuore”. Questa parola corrisponde al ritornello del Salmo 42(43), in cui chi prega vuole vincere il turbamento che agita la sua anima ed esorta se stesso a sperare fermamente nel suo Dio. Il turbamento che aveva colto Gesù di fronte alla morte di Lazzaro e nell’imminenza della propria morte, sconvolge ora i discepoli.

“Fede”. Di fronte al turbamento, Gesù esorta i discepoli a credere, richiama la fede dell’ebreo che non si considera mai indipendentemente dal proprio legame con Dio. Fa appello anche alla fede nella sua persona: anche se non possono ancora seguirlo, i discepoli debbono continuare ad appoggiarsi su di lui, con la stessa fermezza con cui si appoggiano a Dio stesso.

A volte ci lasciamo prendere dalle preoccupazioni del momento presente, dalle guerre, dalle ansie, dalle angosce, che sembrano spegnere ogni barlume di speranza.

Ascoltando questo discorso di addio ora nel tempo pasquale, possiamo capire che la croce non è la fine del cammino comune, ma l’apertura di un nuovo cammino. Non è vista come la morte: la partenza di Gesù è vista come la preparazione di un luogo celeste dove Lui e i credenti vivranno in comunione. Lo sguardo di fede ci aiuta a sperare nonostante le difficoltà.

“Io sono la via, la verità e la vita”. Gesù precisa meglio la propria identità. Passando per la croce, si rivela come “via, verità e vita”. Il crocifisso, elevato da terra, apre prospettive, un futuro fecondo, e non è solo in cielo, nella casa del Padre dove c’è il posto già pronto, ma già qui e ora, in questo nostro tempo, Gesù è via, verità e vita che dà senso a ciò che viviamo.

Possiamo anche noi raccogliere l’invito di Gesù a passare da uno sguardo umano a uno di fede, in quelle situazioni in cui il nostro cuore è turbato e abbiamo bisogno di ritrovare il senso del nostro andare.

“Io sono nel Padre e il Padre è in me”. La risposta di Gesù a Tommaso si pone nell’orizzonte della ricerca del Padre. Gesù sembra dire a Tommaso: tu trovi in me la via che conduce al Padre, là dove io vado, là dove io sono. Il tema della ricerca del Padre è perciò ripreso da parte dell’altro discepolo, Filippo. Egli fa appello a Gesù per essere esaudito, ma sembra considerare Gesù semplicemente come un intermediario, non il Mediatore in senso forte. Il Maestro aveva detto: “Voi lo vedete” (Gv 14, 7); il discepolo parla come uno che non ha ancora visto, che non vive ancora una relazione con il Padre.

Conoscere Gesù permette di conoscere il Padre. Il fine è il Padre stesso, come mostra in modo intenso questo testo, ma il credente lo raggiunge grazie alla sua adesione al Figlio.

Riprendendo l’appello a credere, Gesù inizia a rivelare ai discepoli quale sarà la loro nuova esistenza. Ritornato presso il Padre Gesù proseguirà la sua opera attraverso i credenti. La sua missione, ormai compiuta, porterà tutto il suo frutto nel tempo e nello spazio attraverso l’agire dei credenti.

Come l’agire del Padre passava in quello di Gesù di Nazaret, così l’agire del Figlio passa nel fare dei discepoli. Per questo è richiesto preventivamente un legame intrinseco tra i discepoli e lui: la fede.

Cosa sono queste opere che anche i discepoli compiranno? Non si tratta tanto dei miracoli, bensì del loro significato. Ricordiamo che per Giovanni i miracoli di Gesù sono segni. Ma cosa portano questi segni? Donano vita eterna, manifestano la salvezza, portano i testimoni a riconoscere quest’ultima già presente. Sono queste le opere ancora più grandi che i discepoli compiranno davanti a tutto il mondo.

Così, anche nella nostra vita ordinaria, anche le nostre azioni e scelte possono continuare l’opera di Gesù.

sorella Anna Spolaore, Discepole del Vangelo, Marsiglia

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