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XI domenica del tempo ordinario: Il Regno di Dio, parabola di vita

Tre i racconti relativi al seme e alla sua vicenda

Con il brano evangelico di questa domenica ritroviamo il mondo delle parabole, maniera di esprimersi utilizzata da Gesù con creatività ed efficacia, e particolarmente adatta per annunciare la venuta del Regno di Dio. La parabola, infatti, prima ancora di “informarci” su qualcosa, ha lo scopo di sollecitare una risposta che ci coinvolge, ci chiama a incontrare Gesù, colui che nella parabola ci viene incontro e ci propone di cambiare il nostro modo di considerare Dio, la nostra relazione con lui, la maniera di intendere la nostra stessa vita. Il capitolo quarto, dal quale è tratto il brano in esame, è una costruzione coerente e ben articolata intorno a tre parabole relative al seme e alla sua vicenda.

Parabole, annuncio di un Regno da accogliere

L’azione principale del capitolo è Gesù che insegna alla folla il «mistero del Regno di Dio». Questo annuncio passa attraverso un «ascolto» che chiede di lasciarsi sorprendere da quanto viene narrato, e di entrare fra coloro ai quali questo «mistero» viene “consegnato, come seme che porta frutto grazie al solo fatto di averlo accolto. L’accoglienza del Regno, dell’azione di misericordia e di cura con cui si manifesta l’amore di Dio nella storia, non è, infatti, scontata: è frutto di una scelta libera, che si compie nell’accogliere la chiamata di Gesù.

Il capitolo quarto di Marco consegna a chi l’ascolta una lettura lucida e incisiva di quanto andava avvenendo: Gesù - che l’ascoltatore fin dall’inizio sa essere «il Cristo, il Figlio di Dio» (Mc 1,1) - ha iniziato a compiere il suo ministero in Galilea proprio annunciando: «Il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo» (1,15).

E alle parole ha dato seguito con opere di liberazione dal male, di guarigione, con scelte di misericordia a favore di tutti coloro che lo accostavano. Ma ha incontrato anche, fin da subito, rifiuto e opposizione, sino alla decisione dei suoi avversari di «farlo morire» (3,6), perché lo consideravano «posseduto» da Satana (3,22). Gesù interpreta tutto ciò attraverso la vicenda del seme seminato nella terra. Un seme che, anche se viene “rifiutato” da terreni che non l’accolgono, porterà certamente un frutto straordinariamente abbondante (4,3-8).

Un seme che cresce in frutti abbondanti

Nelle successive due parabole proposte in questa domenica, al centro è sempre la vicenda del seme. In Mc 4,26-29 l’attenzione è posta sul fatto che la crescita, fino a portare frutto, non è opera del contadino, il quale si limita a seminare e, infine, a raccogliere. E’ opera del «terreno», in un modo che il contadino non può conoscere. Il punto di “sconcerto”, tipico delle parabole, è qui la consapevolezza che nella vita non è così: il seme seminato ha bisogno di cura e attenzione, e non è detto che porti il frutto sperato. Qui, invece, la provocazione, come in parte anche nella parabola precedente (4,3-8), è che il giungere a portare frutto è opera del «terreno» in cui il seme cade. Ciò che viene sottolineato, è che l’opera dell’uomo non può né favorire né ostacolare la venuta e la crescita del Regno di Dio: esso è stato ormai seminato da Gesù con tutta la sua vita e il Padre lo condurrà a compimento, oltre ogni azione di contrasto. Nemmeno la morte riuscirà a sconfiggere la crescita del Regno. Anzi, proprio la vicenda del seme che muore per portare frutto verrà proposta a chi ascolta come simbolo potente dell’azione efficace di Dio (Gv 12,24). «Dorma o vegli» il contadino, «di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce», fino a «quando il frutto permette» di essere raccolto. E la parabola successiva (Mc 4,31-32) sottolineerà la paradossale vicenda del «più piccolo di tutti i semi», il «seme di senape», che sorprendentemente «diventa più grande di tutte le piante dell’orto» fino a dare riparo agli uccelli fra i suoi rami.

Solchi accoglienti?

In questo capitolo, allora, l’evangelista ci consegna, proprio grazie alla dinamica della parabola, una forte speranza che proviene da Gesù stesso. Accogliere il seme seminato nella nostra storia e nella storia del mondo è scelta di fede: nelle terre che conosciamo, in noi e attorno a noi, tante volte ci sembrano prevalere l’aridità e l’incapacità di dare casa a semi di vita. Troppa è la sofferenza, l’ingiustizia, la tragedia di solitudine, di fame, guerra, morte... troppa è la fatica a sperare ancora, prevale l’indurimento che neppure l’aratro della prossimità e della solidarietà riesce a infrangere... Eppure, ancora una volta, la semente è gettata, e il seme del Regno seminato dalla vita, dalla morte, dalla risurrezione di Gesù ha ancora fiducia nella propria forza vitale e nella nostra scelta di offrirgli un solco accogliente. Nel paradosso tra l’efficacia dell’azione di Dio e la chiamata ad accogliere e coltivare il Regno, si colloca la nostra incerta libertà: saremo capaci di lasciarcene trasformare il cuore e la vita? Ma la nostra fragile fede ancora una volta può lasciarsi sostenere dalla forza del suo Spirito, e da tante altre piccole scelte d’amore di un’intera comunità.

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