martedì, 11 giugno 2024
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Carcere: un detenuto e una madre raccontano le proprie difficoltà e i propri sentimenti

Una persona detenuta testimonia il suo percorso di cambiamento, mentre una madre ha espresso la sua sofferenza, alla ricerca di un modo per stare accanto al figlio in carcere

TESTIMONIANZA 1: LA FORZA DI ESSERE MADRE

Questo pensiero mi è risuonato dentro per settimane, senza trovare sfogo al di fuori, perché non avevo né la forza, né il coraggio di parlarne con qualcuno.

Il pensiero peggiore è stato “tutti conoscono i fatti, ma nessuno vuole parlare di un carcerato”; la maggior parte delle persone associa questa parola a qualcosa di orribile da cui stare lontani. Io mi sono trovata in prima persona di fronte a questa realtà, da capire, da vivere e non ho trovato il modo di condividerla per molte settimane; così sono rimasta chiusa in me stessa, senza avere notizie e chiedendomi come fosse potuto accadere proprio a mio figlio.

L’ultimo incontro che ho avuto con lui è stato un venerdì mattina, molto presto: ha chiesto di vedermi per un saluto, prima di essere accompagnato, dove ?, non sapevo, non potevo rivolgere domande; poi nessuna notizia, finché è arrivata, una mattina, una telefonata.

Questo periodo è stato straziante, un dolore che partiva dal profondo, perché un figlio è e rimane per sempre un legame affettivo forte, anche se non lo hai partorito.

A distanza di settimane, riflettendo, poi, mi sono trovata a provare odio verso questo figlio, che mi inviava lettere, dove traspariva la sua voglia di accusarci di essere colpevoli di quanto era accaduto e lo aveva portato in carcere.

Il periodo più triste è stato quello durante il quale mi è stato vietato di fargli visita: chiuso in cella di isolamento, lontano dagli affetti più cari dei quali sentiva il bisogno. Bisogno di parlare, di chiarire. Tante volte lo ha scritto, nella fitta corrispondenza che ha inviato a me personalmente e al padre; lettere che ho sempre letto tutto d’un fiato; ogni settimana attendevo con ansia l’arrivo di una busta bianca e più passavano i giorni, più l’attesa si faceva forte.

Il passare del tempo è davvero un aiuto a vedere le cose con occhi diversi, a far defluire la rabbia, il dolore che provavo dentro: certo la convinzione che entrambi avevamo sbagliato tante cose, atteggiamenti, parole; scambiato accuse forti e pesanti, ma nello stesso tempo amato tanto e chi ama a volte sbaglia per troppo amore.

Per vari mesi, ogni 10 giorni circa, mi sono recata allo sportello carceri per consegna del pacco di vestiario-cibo-ecc: mi hanno accompagnato quasi sempre le lacrime, lungo la strada che percorrevo dall’auto parcheggiata fino ai cancelli della struttura, lacrime che erano di dolore e rabbia insieme, ma anche di speranza per un cambiamento che sentivo poteva venire da questa esperienza durissima per entrambi, cambiamento nel quale ho sempre creduto, verso il quale mi sono posta sempre con pensiero positivo.

Una cara persona che ogni tanto sentivo al telefono o avevo modo di incontrare di persona, il cappellano del carcere, mi ha confortato in varie occasioni, sullo stato di salute, ma soprattutto psicologico di mio figlio. Ho compreso che è stato molto importante per mio figlio poter avere questi incontri quasi settimanali, che probabilmente ha cercato e chiesto a volte con insistenza e in modo logorante, poiché in quel contesto aveva modo di dar sfogo ai suoi pensieri, ai suoi sconforti per l’ambiente difficile in cui si trovava a trascorrere le giornate. Voglio credere che si sia riavvicinato alla fede o almeno spero siano state importanti certe riflessioni e l’essere presente la domenica alle celebrazioni liturgiche.

Dopo 6 lunghi mesi, gli è stata concessa la possibilità di parlare al telefono con me: un primo passo che ha visto entrambi un po’ perplessi, un po’ timidi nell’affrontare il riavvicinamento; a questo è seguita, poi, l’autorizzazione ai colloqui visivi.

Gli incontri sono stati vissuti, dapprima, in modo “leggero”, poi sempre più intenso; a volte si è presentato con qualche polemica logorante, a volte ho percepito un profondo malessere che ancora ci portavamo dentro entrambi, a volte sono stati incontri molto positivi e ho potuto cogliere prospettive buone per il suo futuro.

Guardare avanti, non arrendersi, pensiero positivo, cambiamento, queste le parole che sentivo più necessarie nel dialogo con lui: ci sono state tante ricadute, ovvero giornate in cui al telefono percepivo che il pessimismo predominava, perché non c’erano motivi per pensare in positivo: l’ambiente non favorevole, il trascorrere lento del tempo, il voler avere “subito” le risposte a tanti interrogativi, i brutti pensieri, il tabacco finito, il colloquio con la psicologa negato, l’uscita all’aperto non possibile, l’avvocato che non viene, un compagno di cella difficile...

Scrivo di questo vissuto a un anno esatto dalla carcerazione: mio figlio ha ottenuto poche settimane fa di poter scontare la pena agli arresti domiciliari, obiettivo che si era posto da alcuni mesi e ha perseguito fino in fondo, anche se a volte la lunga attesa lo ha fatto pensare che non potesse avverarsi.

Quasi libero per poter spiccare il volo verso la realizzazione dei suoi sogni.

Ma le emozioni restano e mi hanno segnato profondamente.

TESTIMONIANZA 2: IL CARCERE COME LUOGO DI CAMBIAMENTO

Prima di iniziare a scrivere questa lettera vorrei salutarti con un abbraccio affettuoso e un buongiorno, carissima mamma, carissimo papà, carissima sorella Mimoza e carissimo fratello Davide. Vi penso ogni santo giorno, mi mancate tanto tanto. Ho tanta sete di abbracciarvi e stringervi forte e darvi tanti bacini.

Come una volta, quando ero ragazzino. Mamma, papà non smetterò mai di ringraziare per i consigli per la vita giusta e onesta, come Dio ci insegna nella Bibbia. Sono molto orgoglioso di voi, sono fiero di vostra presenza nei momenti più bui della mia vita. Vi chiedo di perdonarmi per tutte le cose brutte che ho combinato e per il male che ho fatto ad altre persone. Tante volte chiedo, nelle mie preghiere, perdono ai famigliari delle vittime per il male e per i dolori che ho causato. Chiedo perdono, mio Dio, per tutti i mali che ho fatto nella mia gioventù. Mamma, papà, vorrei tornare bambino, tornare ragazzino con la mente di oggi che sono adulto e vorrei ascoltare i vostri consigli con attenzione. Sono certo e sicuro che se vi avessi ascoltato non avrei fatto mai il male a nessuno. Sono sicuro che i vostri consigli da adulti mi sono serviti tanto. Mamma, papà, posso dire che la mia condanna all’ergastolo, al carcere a vita, non è niente a confronto di una vittima che è morta per la causa mia.

Vorrei raccontare che oggi sono un uomo totalmente cambiato, il carcere mi ha cambiato la vita, insegnato i valori veri della vita. Soprattutto ringrazio ogni santo giorno Dio e Gesù che mi sono stati vicini come una madre e come un padre. Ringrazio dal profondo del mio cuore tutti i volontari della chiesa, tutti gli operatori delle cooperative sociali che svolgono il lavoro all’interno del carcere, li ringrazio per la pazienza che hanno a insegnarmi un mestiere dentro le mura del carcere. Ringrazio anche le istituzioni per la possibilità e la fiducia che mi hanno dato: oggi lavoro all’esterno come aiuto pasticciere e gelataio. Ringrazio le istituzioni che mi hanno insegnato una cosa fondamentale: vivere la legalità. Soprattutto ringrazio una persona importante, che svolge il mestiere di padre degli ultimi, nelle preghiere di Santa Bona.

Ho scritto questa lettera per la famiglia, per i miei adorati genitori, che purtroppo mi mancano. Mio padre morì il 19.3.2021 e mia madre morì il 3.2.2023.

Vivono sempre nel mio cuore, per sempre, e ogni giorno mi guidano da lassù.

Ciao mamma, ciao papà e buon viaggio. Vi voglio bene all’infinito. (Il vostro figlio ritornato)

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