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Ipm: un passaggio non un destino
L’Ipm (Istituto penale per i minorenni) di Rovigo è aperto dal 23 febbraio 2026 (dopo la chiusura di quello di Treviso) ed è l’unico carcere minorile del Triveneto. Accoglie ragazzi di Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino-Alto Adige: minorenni e giovani adulti, fino ai 25 anni, che hanno commesso il reato prima della maggiore età.
Don Lorenzo Piola, salesiano e cappellano dell’Ipm, ci aggiorna su questi primi mesi di “attività”: sono passati dall’istituto una sessantina di ragazzi, alcuni dei quali sono usciti e poi rientrati.
A inizio ottobre ce n’erano 26, mentre a metà settembre si è arrivati a 33 presenze, su 31 posti disponibili. Diciotto degli attuali 26 ragazzi detenuti non hanno ancora compiuto la maggiore età e uno di questi ha festeggiato il suo quindicesimo compleanno in Istituto.
“Poi c’è un dato che smonta parecchi luoghi comuni - prosegue don Lorenzo -, più della metà sono nati in Italia, nelle province di Treviso, Verona, Udine, Vicenza, Pordenone, Venezia e Trento, ma anche a Milano o a Palermo. Nascere qui non racconta tutta la storia di una famiglia, ma dice dove questi ragazzi sono cresciuti: nei nostri territori, sono passati per le nostre scuole e alcuni addirittura hanno frequentato i nostri oratori”.
Quanto restano? Chi è già uscito è rimasto in media due mesi e mezzo: il minimo è stato due settimane, il massimo sette mesi: “Per quasi tutti il carcere minorile è un passaggio, non una destinazione - spiega don Lorenzo -. Conta quello che trovano qui dentro, e conta ancora di più quello che trovano dopo. Dei ragazzi usciti, alcuni sono stati accolti in una comunità educativa o terapeutica. Altri sono stati trasferiti presso Istituti minorili in giro per l’Italia, e qualche neo maggiorenne è passato alle carceri per adulti. Molto raramente tornano liberi perché la pena è finita. Riguardo a questo, c’è un aspetto doloroso che sfugge ai conteggi e alle statistiche: nella maggior parte dei casi i ragazzi partono e non c’è nemmeno la possibilità di salutarsi. I volontari che prestano servizio stabilmente, che con tanta pazienza e dedizione hanno cercato di instaurare un legame significativo, spesso non sanno per tempo quando un ragazzo esce, né dove va a finire. Chi lo ha accompagnato per settimane, giocando a carte, a biliardino o a ping-pong, o aiutandolo a scrivere una lettera, perde il filo il giorno stesso della partenza. Queste interruzioni sono una delle fatiche più grandi di questo servizio”.
Nonostante questo, come sempre il lavoro di volontarie e volontari è prezioso, sia alla casa circondariale che all’Ipm. A questo proposito, riportiamo una testimonianza che ci ha lasciato una volontaria dell’associazione “La prima pietra”.
Testimonianza dell’associazione “La prima pietra”
“Nella settimana dal 13 al 17 luglio, un gruppo di volontari si è dedicata ai ragazzi dell’Ipm di Rovigo, organizzando giornate animate da uno spirito simile a quello delle attività estive per spezzare la monotonia detentiva.
È stata una settimana particolarmente intensa e ricca di laboratori, caratterizzata da doppi ingressi giornalieri sia al mattino che al pomeriggio. Per molti di noi la realtà non era una novità: i volontari della Prima pietra, ad esempio, prestavano già servizio nella vecchia sede di Treviso e, in seguito al trasferimento dell’istituto a Rovigo, hanno desiderato rinnovare questo impegno per un’intera settimana, a testimonianza del forte legame con questa realtà. I ragazzi si sono mostrati estremamente accoglienti e pronti a mettersi in gioco, trasformando i momenti ricreativi in preziose occasioni di dialogo e confidenza. Un passaggio fondamentale è stato il laboratorio di scrittura emotiva, dove ciascuno doveva selezionare un’immagine in grado di rappresentarlo e raccontare le sensazioni legate a quella scelta. Tutti si sono messi a nudo senza riserve, superando l’esitazione di mostrare le proprie vulnerabilità.
La forza del nostro percorso sta proprio nel non soffermarsi sulla colpa o sul reato, né sul concetto astratto di «detenuto», ma nel mettere sempre al centro l’individuo. Si è definita così un’atmosfera di profonda autenticità, capace di sgretolare quei pregiudizi che spesso impediscono di cogliere la ricchezza interiore di chi viene classificato semplicemente come «diverso».
Garantire una presenza costante per più giorni di fila ha portato grandi benefici: la continuità ha agevolato la costruzione di una sintonia sincera e di un clima disteso. Questa vicinanza ci ha permesso di sintonizzarci sui loro bisogni, consentendoci di tarare i ritmi delle attività, riservando ad esempio le proposte più leggere alle prime ore della giornata, quando la stanchezza era maggiore. Anche se una settimana rappresenta solo una breve parentesi, abbiamo toccato con mano come queste iniziative possano portare una sferzata di leggerezza all’interno della routine detentiva. L’esperienza ha toccato il suo apice nel pomeriggio conclusivo: dopo aver decorato insieme delle t-shirt bianche, ci siamo scambiati le dediche sulle maglie, ripetendo un rito tipico della fine dell’anno scolastico o dei campi estivi. Un piccolo gesto simbolico che ha però dimostrato quanto i ragazzi ci abbiano integrato nella loro quotidianità, facendoci sentire a tutti gli effetti parte della loro realtà.
Successivamente, ci siamo seduti in cerchio per condividere i ricordi più belli di questo percorso: la risposta è stata calorosa ed è stato appagante constatare quanto abbiano riconosciuto la nostra dedizione nel regalare loro momenti di serenità.
Al momento dei saluti, l’amarezza per la conclusione del progetto era evidente, tanto che si proiettava già lo sguardo ai prossimi appuntamenti. Vivere da vicino un contesto così complesso lascia spunti di riflessione ed emozioni indelebili, rendendo questo scambio un’opportunità inestimabile di maturazione personale per tutti”.



