Nel suo messaggio per la Quaresima di quest’anno, papa Leone XIV invita ad ascoltare e a digiunare. Anzitutto...
In viaggio verso Assisi per incontrare san Francesco
Venerdì 6 marzo, partenza all’alba per arrivare, dopo 4 ore di auto, ad Assisi, dove mi aspetta l’appuntamento con san Francesco, prenotato più di un mese fa. Lungo il tragitto, mi fermo in un’area di servizio dove ci sono vari pullman di pellegrini, partiti anch’essi a notte fonda, che hanno la mia stessa meta: trovare Francesco. Arrivato verso le 9.30 mi fermo subito in Santa Maria degli Angeli per una preghiera alla Porziuncola. In basilica è in corso una messa; nell’omelia il celebrante rivolge una domanda precisa ai tanti pellegrini presenti: “Che cosa ci ha spinto a raggiungere Assisi per vedere san Francesco nella sua umanità, otto secoli dopo la sua morte?”. È una domanda che ritorna successivamente quando, dopo aver preso un autobus cittadino, raggiungo il centro di Assisi che trovo pieno di gente da tutta Italia e non solo. Il clima che si respira è quello della festa: Assisi è piena di famiglie, bambini, nonni e nonne, sacerdoti, seminaristi, suore, frati, giovani e anziani. I dialetti che si sentono provengono da tutte le regioni italiane, così come le lingue da tante parti del mondo. In ogni chiesa di Assisi si trovano persone che pregano, assistono alla messa, celebrata dal sacerdote accompagnatore. Anche qui, nelle messe celebrate, nelle riflessioni proposte ai pellegrini, ritorna quella domanda: che cosa siete venuti a cercare ad Assisi, in questo mese di marzo del 2026.
Il mio appuntamento con Francesco è per le ore 14.40 e, così, verso le 14.15 mi avvicino al luogo indicato davanti al Sacro Convento.
Non avendo trovato disponibilità in quel giorno tra i gruppi italiani, mi sono iscritto in un numeroso e gioioso gruppo spagnolo, con cui, puntualmente, alle 14.45, veniamo accolti da un frate madrileno, che oltre a darci il benvenuto ci dà alcune informazioni generali su come si svolgerà la nostra visita alle reliquie di san Francesco: tra queste, mi colpisce soprattutto l’invito cordiale, ma fermo al tempo stesso, di non utilizzare il telefonino, di non fotografare nulla, di lasciare il telefonino in tasca e, insieme, di “salvare questo incontro nella memoria del nostro cuore”. Inizia così un piccolo pellegrinaggio all’interno della Basilica Inferiore: una breve catechesi nella Cappella di Santa Caterina, cui segue una lenta processione che, attraverso un percorso zig-zagante, consente di ammirare gli affreschi della seconda metà del Duecento, realizzati da Giunta Pisano, che raccontano storie della vita di san Francesco e storie della Passione di Cristo intrecciate tra loro. La processione si conclude davanti all’altare, dove in una cassetta, protetta da cristallo, si possono finalmente vedere le reliquie di Francesco.
E, qui, ritorna la domanda: dopo 800 anni cosa siamo venuti a vedere?... Delle semplici ossa? Ascoltando il silenzio e osservando lo sguardo di quanti sfilano davanti a quella cassetta, si possono immaginare tante risposte. C’è chi viene davanti a quelle reliquie con un peso da affidare, chi vuole pregare per qualcuno che ama, chi ha bisogno di ritrovare pace. Davanti al corpo di Francesco non si cerca uno spettacolo, ma una presenza, un abbraccio, una benedizione. Penso stia cercando proprio questo la mamma che avvicina la piccola testa del bimbo che ha in braccio alla teca delle reliquie. Penso alle tante mani che accarezzano quella teca, penso a quei fazzoletti bagnati da lacrime silenziose che sfiorano il vetro di quella teca, penso a quelli che la baciano. In quel tempo breve in cui è concesso di vedere Francesco, è possibile entrare in contatto con lui, affidandogli una preghiera, un grazie, un abbraccio, un’intenzione, consapevoli che “come chicco di grano caduto nella terra, il corpo di Francesco è divenuto seme fecondo che continua a dare frutti, anche dopo 800 anni”.



