martedì, 20 febbraio 2024
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Terrasanta: il coraggio della testimonianza

Terra di contrasti politici e religiosi molto forti come hanno potuto appurare e verificare i pellegrini della parrocchia di Castello di Godego che hanno avuto l’opportunità di un viaggio nella terra di Gesù.

Accompagnati dal parroco don Gerardo Giacometti, guidati da don Michele Marcato, biblista della diocesi di Treviso e con la stella polare del Vangelo di Matteo, i pellegrini hanno toccato con mano questa difficile ed affascinante realtà fatta di miserie, terre rigogliose, deserti… pietre.  A don Michele il compito di far “parlare” proprio queste pietre e soprattutto l’importanza del deserto nel vecchio testamento. “Nel deserto si fa esperienza di fede, del bisogno di Dio” ha spiegato a Masada, nel Mar Morto, a Gerico. Dal silenzio alla meditazione alla vita a Betlemme (attraversando il muro che separa lo stato israeliano da quello palestinese) da dove arriva la buona novella ed entrando nella basilica della natività: “I segni della presenza di Dio sono segni semplici, come quello di inchinarci” ha spiegato. Ma a Betlemme  anche l'incontro, molto interessante, con don Rami Asakrieh, prete francescano parroco di Betlemme. Lui giordano di madre siriana, battezzato ortodosso melchita, quindi prete cattolico diocesano e poi francescano. I cristiani sono una netta minoranza ed i turisti i pellegrini sono una risorsa indispensabile per sopravvivere. Ha spiegato la difficile vita dei cristiani, i problemi sociali e politici. “La vostra presenza ci dà sicurezza -  detto - ed il muro blocca la nostra libertà. Nel giro di 10 anni avremo una chiesa anziana e senza giovani qui. Come faremo? Ci servite voi.” E poi la dura conclusione: “Non è importante essere musulmano o cristiano, l’importante è essere umano”. E per essere “umani” c’è l’assoluto bisogno di rinnovarsi quasi un nuovo “battesimo”. Ecco l’esperienza sulla riva del fiume Giordano. “Toccare l’acqua è fare memoria del nostro battesimo, rinnovare l’adesione a Cristo” ha spiegato don Gerardo. Così come è successo sul Monte Tabor con la trasfigurazione: “Esperienza grande e straordinaria” l’ha definita il parroco. Grande come gli accadimenti di Nazareth: “Nazareth dà un senso a tutte le cose che facciamo ogni giorno” ha spiegato nella sua omelia in basilica don Gerardo: “E' il luogo delle nostre domande quotidiane”. Il luogo dove si è celebrata la grande processione internazionale ma anche il luogo dove i pellegrini hanno incontrato don Marco, giovane prete di La Spezia che ha lasciato tutto per ritirarsi a pregare nel centro fondato da Charles de Foucauld: una scelta radicale. Come è stato radicale il messaggio delle beatitudini commentato il Galilea durante la messa: “Quale beatitudine siamo chiamati a realizzare? - ha chiesto il parroco -, il Signore ci chiede fedeltà nonostante tutto”. Quella fedeltà estrema che ha testimoniato  suor Esther Maria che vive e lavora nella casa dei carmelitani sul Monte Carmelo:  “Dobbiamo essere ambasciatori di Cristo, testimoniare il Vangelo, questo è il tempo dei laici”. E poi la conclusione, a Gerusalemme: “Una parte importante della nostra storia cristiana” l’ha definita don Michele mentre don Gerardo nella messa in Basilica: “Rischiamo di essere devoti al Crocifisso dimenticandoci di essere testimoni del Risorto…Dio vive accanto ai crocifissi della storia…ma Dio qui ci dice anche: Io ci sono”. Affermazione importante per i pellegrini godigesi per portare a casa il coraggio della testimonianza.

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