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“Se per la raccolta di sangue l’autosufficienza c’è e rimane stabile, nel corso del 2025 la raccolta di plasma in Veneto ha registrato un calo dell’1,8%. Si tratta di un dato che rappresenta un’inversione di tendenza rispetto agli obiettivi di crescita necessari per garantire l’autosufficienza regionale e contribuire a quella nazionale, oggi attestata intorno all’81%, con livelli ancora più bassi per specifici plasmaderivati”. In particolare per le Immunoglobuline, sempre più indispensabili salvavita per innumerevoli malattie rare.
Così il presidente di Avis regionale Veneto Luca Marcon, alla sua prima assemblea regionale in tale veste, convocata il 18 aprile all’Istituto Canossiane di Feltre (Bl). Con 250 delegati partecipanti da ogni provincia, in rappresentanza dei suoi oltre 130mila soci, Avis/Abvs Veneto pone con forza al centro del dibattito il futuro del sistema trasfusionale veneto. A partire dal dato più preoccupante: il calo della raccolta di plasma. I donatori e le associazioni, Avis in testa, stanno facendo la loro parte, ma in quale direzione vanno le istituzioni?
Il plasma è ad oggi di primaria importanza perché, tramite lavorazione, vi si ricavano i plasmaderivati. Sono l’albumina (usata anche nelle ustioni gravi), i fattori della coagulazione (per malati di emofilia e malattie emorragiche), il complesso protrombinico (utile nelle emorragie), le immunoglobuline endovena e sottocute. Il plasma viene raccolto dalle strutture trasfusionali grazie ai donatori volontari e viene conferito (tramite gare pubbliche) ad aziende farmaceutiche in conto/lavorazione, vale a dire che il plasma e i farmaci che ne derivano restano di proprietà delle regioni che poi li distribuisce ai malati, mentre alle industrie vengono pagati solo i costi di lavorazione. Il conto lavorazione, oggi applicato in tutta Italia, è nato in Veneto nel 1986.
Purtroppo, l’Italia non è autosufficiente per il fabbisogno di immunoglobuline (nel 2025 è arrivata a coprire solo il 60%) né di albumina (il 76%) e deve rivolgersi al mercato estero per ciò che manca. Spendendo milioni di euro. In Veneto si è passati dai 94.317 (del 2024) ai 92.629 kg di plasma (del 2025). Contribuire all’autosufficienza nazionale di plasma e di farmaci plasmaderivati salvavita deve, invece, rappresentare una priorità anche per la sanità veneta.
“Il calo può essere risolto solo da uno sforzo condiviso tra sistema trasfusionale (Regione, Ulss, Crat) e associazioni di donatori – sottolinea Marcon - che da anni chiedono un ampiamento degli orari e delle giornate di raccolta, per esempio nei festivi, un adeguamento della logistica e della gestione delle unità raccolte (con centralizzazioni), più macchinari per la plasmaferesi, ma soprattutto una programmazione regionale progressiva degli incrementi: anche variazioni contenute ma costanti possono generare risultati significativi nel medio periodo”. Non basta chiedere di più ai donatori. Loro ci sono, sempre pronti e disponibili, con le loro Avis-Abvs accanto. Serve che tutto il sistema (dalle strutture, al personale, alle modalità organizzative...) faccia un convinto salto di qualità.
“A mettere sotto pressione la raccolta di sangue e plasma in Veneto, sono anche le differenze di trattamento dei donatori nelle diverse Ulss (per uniformare il quale Avis chiama in causa il Crat-Centro regionale per le attività trasfusionali) e l’avvio di un sistema regionale di prenotazione delle donazioni che sta creando molte difficoltà”. La chiamata del donatore, la promozione e la gestione dei dati sono compiti dell’associazione. Ma l’introduzione del nuovo sistema informatico da parte della Regione, sia pur con l’obiettivo di uniformare, sta modificando gli equilibri. Nelle province dove è stato introdotto nell’ultimo anno e mezzo, i dati parlano chiaro (-6,22% di donazioni di sangue a Rovigo, -4,31 a Venezia, -3,62 a Vicenza e -4,04 a Verona). Entro l’anno è previsto l’avvio a Treviso, Padova e Belluno.
Il problema è emerso con forza anche durante le assemblee delle Avis provinciali di marzo ed è stato evidenziato a Feltre. “Il nuovo sistema regionale crea difficoltà di prenotazione, rigidità del sistema, perdita del pregresso dei dati sensibili. Non è solo un problema tecnico, ma anche di perdita di contatto diretto con il donatore – spiega Luca Marcon - È fondamentale ribadire il ruolo delle associazioni così come definito dalle normative e dalle convenzioni in essere. In particolare, la chiamata del donatore rappresenta una funzione propria delle associazioni. È quindi opportuno ribadire un principio semplice: ciascun attore deve operare nel proprio ambito di competenza, valorizzando le rispettive responsabilità”.
Problemi che potevano essere evitati con una maggiore presenza delle associazioni di volontariato ai tavoli regionali. Da troppo tempo Avis non è coinvolta attivamente e non è interpellata nei passaggi di cambiamento che riguardano il sistema trasfusionale. “Chiediamo di tornare ad essere parte attiva nelle scelte che riguardano programmazione sanitaria, raccolta sangue e plasma, politiche del volontariato – dichiara Marcon - per contribuire a decidere. Il sistema trasfusionale rappresenta un’infrastruttura essenziale, che si regge su un equilibrio delicato tra organizzazione sanitaria e partecipazione civica. AVIS è parte integrante di questo sistema, non solo come soggetto promotore della donazione, ma come interlocutore attivo nelle politiche sanitarie”.
Nel corso della tavola rotonda del mattino sono intervenuti l’assessore regionale alla sanità prof. Gino Gerosa e il direttore sanitario di Azienda Zero, anche direttore del Crat, Stefano Kusstatscher, quasi tutti i direttori dei Dipartimenti di medicina trasfusionale provinciali, i presidenti delle Avis provinciali del Veneto e di Abvs Belluno. Per favorire l’incremento della raccolta di plasma, l’assessore Gerosa ha annunciato lo studio di un progetto di raccolta plasma itinerante, con una apposita unità mobile.
Per cercare di risolvere i problemi legati al nuovo portale di prenotazione, il dott. Stefano Kusstatscher ha assicurato un incontro entro la prossima settimana per collaborare con le associazioni e i tecnici.
Concludendo è stata lanciata un’ulteriore sfida, che insieme Regione e associazioni lavorino per “ringiovanire” la popolazione di donatori periodici.
Ufficio stampa