Scuola e violenza
Sul piano educativo ci si trova, spesso, disarmati perché se la violenza minorile sta...
Un tavolo dove sono adagiate le borse con dentro la cena, non semplici panini, ma un pasto completo, al di là del cancello della Casa della carità, a Treviso. Operatori e volontari, con la supervisione di don Bruno Baratto, controllano il cartellino di chi ha prenotato la cena. Al di qua del cancello, le persone che, dalle 17.30 di martedì 19 maggio, raccolgono la borsa e vanno a cenare su qualche panchina poco più in là. In poco più di un’ora, saranno oltre settanta i fruitori del servizio che Caritas ha riaperto, dopo l’episodio di violenza contro un operatore e una settimana di riflessione su cosa fare per garantire la sicurezza di operatori, volontari e degli stessi ospiti, che nulla hanno a che fare con il comportamento di una singola persona, che già si era resa responsabile di altri reati. Alcuni migranti sono arrivati solo questa sera e non capiscono il motivo della chiusura. Gli operatori accolgono, chiamano per nome chi conoscono e, col sorriso, spiegano a tutti quel cartello appeso al cancello. “Ma anche le docce?”, chiede uno, arrivato in bici. Sì, purtroppo tutti i servizi sono chiusi. Solo gli ospiti che, in questo periodo, dormono nei venti posti riservati ai senza dimora, possono entrare.
Tra chi aspetta la borsetta con la cena c’è anche qualche sparuta donna. Una coppia è appena arrivata dal Nepal. Bangladesh e Pakistan i Paesi più rappresentati.
La riapertura della mensa in questa modalità riguarda almeno altre tre sere, “vista la disponibilità della Prefettura a garantire, in via eccezionale e per alcuni giorni (otto, ndr), un presidio di Forze dell’ordine per il tempo di apertura della mensa. Nel frattempo, ci stiamo attivando per garantire la sicurezza di operatori, volontari e ospiti nel tempo successivo. Ringraziamo il prefetto Angelo Sidoti e tutti coloro che si sono attivati per la sensibilità dimostrata. Per noi è prioritario riuscire a continuare questo servizio aperto a chi più ne ha bisogno, tenendo conto anche del fatto che è l’unica iniziativa in città in grado di fornire ogni sera un pasto caldo”: è la nota firmata dal direttore della Caritas che annunciava la riapertura.
Eh sì, perché se a mezzogiorno ci sono altre realtà a Treviso che distribuiscono pasti alle persone più fragili, alla sera rimane aperta solo la Caritas. Poi, don Bruno spiega la modalità adottata: “Ogni persona prenota al mattino per la sera, recandosi al centro di ascolto o telefonando”.
Una cosa è già emersa da una prima riflessione: “Tutta una serie di cose stanno cambiando. Se fino a un anno fa le persone che venivano in mensa erano una sessantina, adesso, prima della chiusura, siamo arrivati a oltre 100. Quindi, la prima riflessione da fare è sul piano logistico, ma anche sulle tensioni che si creano con questi numeri e che ci vedono costretti, quando serve, a chiamare le Forze dell’ordine. Stiamo cercando di capire come continuare a fare quello che facciamo, secondo lo stile Caritas, con queste difficoltà che sono nuove. E sono le riflessioni che facciamo con operatori, volontari, ma anche con le istituzioni, perché è un servizio, il nostro, che cerchiamo di fare alla città, mantenendo la sicurezza, avendo cura delle persone, ma non possiamo avere cura dell’ordine pubblico, che non è un nostro compito”.
La domanda è su come andrà avanti il servizio mensa, quando non ci saranno più di fronte alla sede della Caritas le auto, discrete, delle Forze dell’ordine.
Non si sentono abbandonati in questo periodo difficile alla Caritas, perché sono state tante le manifestazioni di sostegno. Il direttore ne segnala una in particolare: “Una signora, che ha voluto rimanere anonima, ci ha fatto una donazione in denaro e regalato una coperta realizzata da lei, con una lettera nella quale ha scritto che ogni punto della coperta rappresenta tutti i momenti in cui ci ha pensato”.
Il sindaco Mario Conte non si è fatto sentire in questi giorni, ma con le istituzioni Caritas continua a lavorare “come abbiamo fatto fino ad ora, è necessario fare rete insieme per realizzare qualcosa di positivo, da soli sarebbe una partita persa prima ancora di cominciare”.
Gli ospiti che patiscono le conseguenze di questa chiusura sono, certamente, dispiaciuti, ma capiscono che è per la sicurezza anche della loro persona.
Il dormitorio rimane aperto come prima, perché, dati i numeri, è più semplice da gestire.
Nel frattempo, don Baratto si sta informando su come vengono gestite altre mense in vari territori, ha già sentito Piacenza, Udine, Venezia, che può contare su tre mense, e Padova che ha la lunga e positiva tradizione delle cucine popolari. L’idea è quella di un confronto tra delegazioni Caritas.
Caritas Treviso è anche impegnata nei tavoli convocati dalla Prefettura per trovare una soluzione abitativa ai migranti che lavorano, ma non hanno una casa. Il Consiglio territoriale immigrazione, già convocato una prima volta, vedrà nuovamente il Prefetto a fine settimana, dopo che, nel frattempo, si sono riuniti due tavoli tecnici e sono stati sentiti i proprietari di case.
“Vediamo se si muove qualcosa, certo che se si trova una soluzione per questi migranti, molto probabilmente calano anche i numeri di coloro che vengono alla mensa”.