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I bambini di Chernobyl: dal disastro nucleare all’accoglienza diffusa

Era la notte del 26 aprile 1986, a Chernobyl, allora Urs, oggi Ucraina, una combinazione di errori procedurali, personale non adeguatamente preparato e difetti di progettazione del reattore, causò una esplosione che scoperchiò il reattore 4, innescando un incendio che disperse materiale radioattivo per giorni nell’atmosfera. Due persone morirono subito; decine di pompieri e tecnici coinvolti nelle operazioni di contenimento, spesso senza adeguate protezioni, morirono poco dopo per sindrome da radiazione acuta. Circa 155.000 chilometri quadrati di territorio furono contaminati, specialmente in Bielorussia, Russia e Ucraina. Una nube radioattiva interessò gran parte dell’Europa. L’Unione Sovietica, inizialmente nascose l’accaduto, con un primo annuncio ufficiale di pochi secondi solo il 28 aprile. L’evacuazione della vicina città di Pripyat, da allora città fantasma, dove vivevano circa 50.000 persone, fu eseguita il giorno seguente.

La nube radioattiva si diffuse rapidamente su gran parte dell’Europa, rendendo il disastro di Chernobyl una crisi internazionale.

Tutti noi ricordiamo ancora l’allarme lanciato anche nel nostro Paese, soprattutto per il Nord Italia, a non mangiare più verdura, soprattutto a foglia larga, per paura delle particelle radioattive, cesio e iodio, depositate sul suolo, come poi, effettivamente, si registrò, a non bere latte, mangiare funghi...

Conseguenze gravi per l’agricoltura di un ampio territorio, e stop anche allo sviluppo del nucleare in Italia, per evidenti problemi di sicurezza e trasparenza, nonostante i Paesi vicini al nostro abbiamo continuato a sfruttare l’energia nucleare.

Ma quella vicenda è ricordata anche per il grande cuore degli italiani nell’operazione conosciuta come l’accoglienza dei bambini di Chernobyl. A partire dagli anni Novanta, con la fine dell’Unione sovietica e una maggiore apertura verso l’esterno, furono organizzate delle settimane di ospitalità, spesso estiva, in percorsi terapeutici temporanei, con l’obiettivo di far “disintossicare” i bambini, che, essendo stati esposti a livelli elevati di radiazioni, registravano problemi alla tiroide, al sistema immunitario, indebolito, e altre patologie legate alla contaminazione. Furono coinvolti scuole, enti locali e comunità intere. Storie di “un’adozione speciale”, grazie ad associazioni di volontariato, anche nate appositamente, a cui molte famiglie del nostro territorio sono legate, con rapporti di amicizia continuati nel tempo, come si evince dalle testimonianze che abbiamo raccolto in questa pagina.

A Maserada 800 minori

“Nel 1994, dopo l’appello lanciato da una trasmissione televisiva - racconta Maurizio Trevisiol - 77 anni, di Maserada sul Piave, abbiamo offerto la disponibilità ad accogliere un ragazzino, vittima dell’incidente nucleare di Chernobyl”.

Così è nata la catena che fino al 2007 ha portato circa 800 ragazzi e ragazze a trascorrere un mese di vacanza terapeutica in Italia, migliorando fino al 30% le difese immunitarie. Gli ospiti, classificati con cartellini dal rosso al bianco, conoscono il loro livello di gravità. Dopo le referenze del parroco di allora, don Antonio Genovese, ai coniugi è affidato Andrej, otto anni appena: l’emozione è già tutta lì. Il bimbo viene dalla città e passa lunghe ore in casa. Nel tempo, la famiglia ospita altri tre bambini, tra cui Sasha, nove anni, giunto dalla libertà della campagna russa. Un giorno in pizzeria gli offrono un bel petto di pollo dorato; il ragazzino, lo osserva e protesta con parole e gesti: “Dove sono le ossa e la pelle?”

Gli anni passano e la voglia di rivedere quei ragazzini si fa pressante, finché, di punto in bianco, Maurizio con tre paesani decide di volare a Gomel, in Bielorussia. In casa di Andrej non c’è anima viva; lo trovano a scuola e l’abbraccio scalda i cuori, così come le visite agli altri: qualcuno abita in un palazzo di 13 piani lungo mezzo chilometro, qualche altro in una povera casa, ma ovunque il benvenuto è caloroso.

Nemmeno Gildo Mattiuzzo, 88 anni, e la moglie Alana dimenticano l’arrivo di Ljudmila, 9 anni: bimba di famiglia povera che per sei estati di fila torna a Maserada indicando la strada di casa loro anche a due fratelli e a una cugina. E Ljumila ancora oggi spedisce ad Alana una cartolina per la giornata della donna, festa nazionale nel suo Paese.

Romeo Casellato, 76 anni, e la moglie Lisa accolgono per quattro estati di seguito Marina, dodicenne con problemi di tiroide e di cuore: la mamma lavora in biblioteca, il padre è disoccupato, come il babbo di Ljudmila e di tanti altri in quelle terre nelle quali il peso della famiglia ricade sulle spalle della donna. Oggi i figli dei Casellato scambiano mail e qualche foto con lei. Se Marina, nonostante quattro estati in Italia, si rifiuta di imparare l’italiano, Katia, l’altra loro ospite, invece riesce fin da subito a masticare la nostra lingua.

“La propaganda - racconta Alana - all’epoca sosteneva che noi fossimo ricchi e quasi fortunati perché lo Stato ci pagava per accoglierli. Così, talvolta, la nostra ospitalità veniva percepita come un loro diritto”. Nella realtà, queste famiglie hanno sostenuto perfino le spese di viaggio e del vestiario, mentre i professionisti hanno offerto gratis assistenza medica.

Tra le molte storie ricordate dalle tre famiglie, c’è quella del commerciante di Pero che ha ospitato il figlio di uno dei vigili del fuoco morto nell’incidente nucleare oppure l’episodio del matrimonio a Candelù tra l’ex bambina accolta e il figlio della coppia ospitante. Torna in mente anche la sfortuna della piccola trovatasi sola nella notte, per un disguido e alla fine sistemata in casa di qualcuno: il cuore dei presenti si spezza anche oggi nel ricordo. E ancora il legame di due sorelle, una ora negli Usa e l’altra in Bielorussia che, di tanto in tanto, si incontrano per arrivare a Maserada a rivedere Giorgio, oggi vedovo, e i suoi figli. Un’esperienza che li ha fatti crescere nella conoscenza e nella capacità di superare le difficoltà, dice Maurizio, e i convenuti confermano. Legami che sciolgono il tempo e declinano la fratellanza. (Norma Follina)

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