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Alla ricerca di un rifugio: la città ai tempi del cambiamento climatico
“Se non sai cosa dire, cara, parla del tempo” suggeriva una mamma solerte alla figlia in un romanzo di Jane Austen; in effetti, un tema molto valido anche oggi, e in queste ultime due settimane in particolare, è diventato uno degli argomenti principali, non solo tra le persone, ma anche sui giornali, in politica (non sempre con la dovuta serietà) e sui social (dove si prova a sdrammatizzare una situazione tutt’altro che felice). Gli unici che ne hanno sempre parlato con chiarezza, fior fior di scienziati ed esperti climatologi, qui da noi sono stati quasi sempre sistematicamente ignorati; forse adesso, con quest’ondata di caldo che per l’Oms in Europa ha già fatto 1.300 vittime in una settimana, cominciano finalmente a sembrare delle Cassandre che ci avevano visto lungo – e non per intercessione divina.
Il clima non è il meteo
Per prima cosa occorre sottolineare la differenza tra “meteo” e “clima”. Il primo è la situazione che vediamo fuori dalla finestra e nel breve termine (quello che in gergo potremmo dire “il tempo che fa”); il secondo è un’analisi che deriva dallo studio del tempo meteorologico registrato negli ultimi decenni. Ed è proprio il clima che va preso sul serio per organizzare la nostra vita futura. L’urbanistica è uno di quegli ambiti in cui agire nel breve periodo per soluzioni sul lungo periodo. In questo ambito (ma non solo) si parla di “adattamento ai cambiamenti climatici”, che non è un “abituarsi al caldo”, come ha avuto la presunzione e la falsa ingenuità di sostenere la seconda carica dello Stato proprio in questi giorni: significa adottare misure ben precise e concrete per arginare il più possibile gli effetti del cambiamento climatico. In questo senso l’adattamento si distingue dalla mitigazione, anch’essa fondamentale, che agisce però direttamente sulle cause del cambiamento climatico.
A questo proposito, con l’adesione formale al Patto europeo dei sindaci per il clima e l’energia, il Comune di Treviso ha pubblicato nel 2021 il suo Paesc, Piano d’azione per l’energia sostenibile e il clima: l’impegno è di ridurre entro il 2030 le emissioni di gas serra del 40% rispetto al 1990 (mitigazione) e di attuare azioni di adattamento ai cambiamenti climatici. È stato redatto con un percorso partecipativo di una sola giornata (il 5 dicembre 2019) che ha visto la presenza, tra gli altri, solo della Fiab tra le associazioni e tra le aziende di AerTre, la spa proprietaria dell’aeroporto Canova (oltre a Iuav, Ca’ Foscari, Arpav, Ulss, Mom e altri). In questo lunghissimo documento si leggono molte proposte, sia in termini di mitigazione che di adattamento, nell’ambito dell’edilizia, del verde, dell’acqua, dell’energia e dei trasporti. Interrogato in materia, l’assessore all’ambiente del Comune di Treviso, Alessandro Manera, sostiene che siamo “a un ottimo punto, in certi casi anche in anticipo rispetto alla road map”. Le punte di diamante dell’operatività del Comune, in termini di risposta ai cambiamenti climatici citati dall’assessore, sono sostanzialmente due: il progetto di riforestazione urbana del 2020, “che ha portato ad oggi alla piantumazione di 6 mila alberature”, riferisce Manera, sulla quale l’Amministrazione ha puntato “perché si può fare più velocemente”, e gli incentivi per la sistemazione delle caldaie, per cui il Comune, dal 2019 a oggi, ha messo a disposizione dei cittadini 1,6 milioni di euro. “La domanda sta calando - spiega l’assessore - perché tante abitazioni ormai sono in regola”.
In realtà, se prendiamo in esame la classifica del Sole24Ore “Qualità della vita” 2026 e il suo “Indice del clima”, che esamina 15 differenti parametri climatici che impattano sulla vita quotidiana delle persone per valutare il benessere climatico, il capoluogo della Marca non se la passa benissimo: risulta 65° su 108. Ancora peggio la situazione secondo la quinta edizione dell’Indice di vivibilità climatica del Corriere della Sera, realizzato in collaborazione con iLMeteo.it, che ci colloca all’81° posto in Italia.
Le azioni che possono essere fatte fin da subito
In realtà il Paesc trevigiano cita diverse azioni possibili che ci auguriamo siano all’attenzione concreta dell’Amministrazione. Di seguito proponiamo un brevissimo e non esaustivo dizionario di azioni (non tutte citate nel “nostro” Paesc) che non solo sono possibili, ma che sono già realizzate in sempre più città, a fronte (sempre) di un imponente e necessario lavoro di mappatura della città in termini di isole di calore.
Acqua
Le strategie idriche sono fondamentali: serve raccogliere l’acqua quando è troppa (ricordiamo che le precipitazioni abbondanti e distruttive sono sempre più frequenti) e usarla al meglio quando manca. Il principio è quello coniato in Cina della “città spugna”, con infrastrutture blu e verdi integrate per trasformare le città in ecosistemi capaci di assorbire, trattenere e riutilizzare l’acqua piovana. La presenza dell’acqua abbassa la temperatura circostante, quindi sono utili per esempio anche piccoli canali artificiali (chiamati “rain garden”) lungo marciapiedi, parcheggi e piazzali, per intercettare e infiltrare il deflusso dell’acqua. Importante, quindi, è anche rendere accessibili percorsi o luoghi di sosta lungo i corsi d’acqua che già esistono in città (a Treviso, per esempio, l’accesso ai canali è piuttosto privatizzato). Altra soluzione è la realizzazione di una rete di nebulizzatori che diffondono brina (come c’è, ad esempio, a Vienna), utili soprattutto in combinazione con piante e alberi perché aiutano l’assorbimento di umidità da parte della vegetazione.
Coperture
Nelle vie principali o in luoghi di aggregazione, possono essere una soluzione molto creativa e “instagrammabile”: ombrelli, tendaggi, tessuti a uncinetto e così via. Abbassano la temperatura non solo della strada, ma anche degli edifici a cui si aggrappano, che nel centro storico solitamente sono di materiali poco isolanti.
Depaving
Il tema del momento, anche a Treviso, dove la mozione presentata da Marco Zabai del Pd è stata approvata all’unanimità dal Consiglio comunale. Manera minimizza: “Lo facciamo da anni, per esempio allo stadio di Monigo”, dice. Di fatto si tratta di togliere porzioni di asfalto più o meno grandi e sostituirle con verde, alberature, superfici drenanti o altre soluzioni capaci di restituire permeabilità al suolo, poiché il suolo non solo rispetto all’asfalto ha una temperatura di circa 6 gradi inferiore, ma è utile anche per assorbire le piogge abbondanti. Lo si può fare in parcheggi sovradimensionati, nei cortili scolastici (diversi comuni in Brianza lo stanno facendo davanti alle scuole, con l’ulteriore intento di sensibilizzare i giovani), in piazze e slarghi, lungo marciapiedi particolarmente larghi, in corti private e condomini e nelle aree dismesse (che non sono certo poche in città). Lo stanno facendo in molte città europee, ma anche in Italia, ad esempio a Genova, proprio grazie a incentivi europei in materia.
Forestazione urbana
Aumentare del 10% la copertura degli alberi può ridurre la temperatura dai 3 ai 5°. Diverse città europee (ad esempio Madrid e Granada) stanno lavorando non solo su alberature in centro città, per offrire, appunto, protezione ai passanti, ma anche su vere e proprie cinture verdi attorno all’area urbana.
Materiali
L’utilizzo intelligente dei materiali è fondamentale: per esempio, usare pavimentazioni riflettenti, le cosiddette “cool pavement”, che riflettendo la luce solare abbassano le temperature anche di 6°. In generale, asfalto e cemento rilasciano lentamente il calore accumulato di giorno, quindi laddove si possono rimuovere (depaving) o sostituire con altro, si fa una scelta vincente. Come possiamo notare con l’abbigliamento, anche il colore ha il suo perché: c’è una buona ragione se in Grecia e molte aree del sud Europa gli edifici sono bianchi o in generale chiari.
Rifugi climatici
Luoghi pubblici, aperti e gratuiti dove potersi letteralmente rifugiare dal caldo, utili soprattutto per quelle persone che non lavorano in un ufficio e/o non possono permettersi di tenerla accesa in casa (o proprio non ce l’hanno). Il caldo, infatti, è un problema falsamente democratico. I rifugi climatici, per tutte le ragioni elencate sopra, sono anche luoghi all’aperto come parchi, piazze ombreggiate, con la presenza di fonti d’acqua, giardini di edifici pubblici come le scuole, luoghi vicino a fiumi e canali resi accessibili a tutta la popolazione, oppure l’apertura di piscine pubbliche a prezzi accessibili, come stanno facendo in questi giorni a New York, o addirittura lavorare sulla balneabilità dei fiumi (come stanno facendo a Imola) in termini di qualità microbilogica e di sicurezza.
Tetti verdi
Coprire i tetti degli edifici con il verde aumenta l’isolamento termico dell’edificio stesso, mantenendo la temperatura più costante; inoltre, abbassa la temperatura dell’ambiente circostante e trattiene l’acqua piovana. “Funziona” anche in verticale, cioè realizzando vere e proprie pareti verdi sugli edifici.
Il report del World Weather Attribution spiega che sì, ondate di calore come questa che stiamo vivendo ci sono sempre state, ma il problema è che la crisi climatica rende questi eventi più frequenti e più intensi, quindi più estremi e più mortali. Se questa medesima ondata di calore si fosse verificata nel 1975, le temperature sarebbero, comunque, state più basse di 3,5°, nel 2003 di 2°. Il 45% delle 854 città europee analizzate ha già battuto il record del mese di giugno, con temperature dai 5 ai 12° più elevate della media stagionale. Questo vuol dire che questo giugno torrido, sarà sicuramente più fresco di quello del 2026 o 2029 o 2031 (e così via).



