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40 anni di Irc: insegnare testimoniando con la vita
quarant’anni di insegnamento della religione cattolica: una bella cifra, un avvenimento importante e, dunque, da festeggiare. Così è stato martedì 16 giugno: accolti nel Seminario vescovile di Treviso, gli insegnanti di Irc della scuola primaria e dell’infanzia hanno potuto vivere il tradizionale momento di formazione per l’intera giornata, intervallato, però, da due momenti speciali: il taglio della torta, che suggellava il quarantennale, e la visione di un video che ricordava le tappe salienti di questi intensi anni.
Un po’ di storia
Tutto è iniziato quando, dal 1° settembre 1986, l’Irc è diventato una materia opzionale e la scelta di avvalersene o meno è stata effettuata dalle famiglie al momento della prima iscrizione. Da allora le maestre di classe hanno avuto la possibilità di decidere se continuare o meno a impartire questo insegnamento. Cento furono i docenti formati in quell’estate del 1986: insegnanti specifici che avrebbero insegnato religione cattolica nelle scuole pubbliche della nostra Diocesi. Con una capacità organizzativa e una ricchezza di contenuti che si è mantenuta inalterata in questi 40 anni (onore al merito di chi è stato costante motore di idee e di organizzazioni!) vennero formati questi primi insegnanti, anche con il supporto dell’Associazione italiana maestri cattolici (Aimc). Un numero che si è arricchito nel tempo fino a giungere a una presenza che supera abbondantemente i 200 docenti.
La serietà e la specificità di questo ruolo è riscontrabile da quanto viene loro richiesto: oltre all’idoneità e ai titoli di studio, ci sono costanti aggiornamenti obbligatori, in 3 momenti dell’anno, che contribuiscono a dare la cifra di una visione formativa precisa e profonda.
Insegnamento che si diversifica da tutti gli altri
L’intervento del direttore Roberto Baruzzo ha permesso di delinearla, a partire dal profilo professionale e dall’impegno educativo, due fattori che richiamano a ineludibili domande: chi sono io, docente di religione, e in quale modo posso essere presente nel mondo della scuola e nel territorio in cui vivo?
Insegnare religione nelle scuole non è semplice, perché si tratta di una professione che chiede una testimonianza di vita.
La natura dell’insegnante di religione è diversa dalle altre per il ruolo che riveste e con il quale si inserisce nel mondo scolastico. Il docente rc deve portare qualcosa in più e questo qualcosa in più deve essere visibile. Un testimone di vita capace di tessere buone relazioni con studenti, genitori, colleghi, dirigenti; persona solida, capace di collaborare dando il proprio contributo assumendosi incarichi, nel saper creare Irc come laboratorio di cultura e di dialogo. Certo, la scuola sta vivendo una condizione di crisi, è un dato di fatto identificabile nella demotivazione di alunni e docenti, nella sfiducia reciproca tra genitori e insegnanti. Nemmeno le incalzanti riforme aiutano. Eppure, nonostante tutte queste difficoltà, la scuola continua a funzionare e a offrire il suo servizio ogni giorno a tutti coloro che la frequentano. Dobbiamo dunque essere grati a chi lavora con entusiasmo nella quotidiana avventura scolastica e, in modo particolare, dobbiamo essere grati a chi lavora nell’educazione Irc in cui si chiede di essere persone “di sintesi e di unità”, capaci di entrare in costante dialogo con coloro che si incontrano nel proprio cammino in virtù dell’incarico ricoperto. Essere persone di sintesi significa saper cogliere tutte le opportunità che questa professione richiede, con attenzione e rispetto, così da porre la propria competenza al servizio di una comunità più ampia, in un’ottica di arricchimento reciproco e di sviluppo concorde, in un dialogo volto a costruire e mantenere aperto il clima di fiducia e di collaborazione necessario per qualsiasi rapporto educativo.
L’insegnante rc dev’essere competente e testimone: sono due elementi che lo qualificano dal punto di vista educativo e culturale anche perché, come ricorda papa Leone, “i ragazzi guarderanno a voi come modelli di fede e di vita”.
L’intervento del professor Baruzzo è proseguito approfondendo il significato della parola “idoneità”, che vuol dire retta dottrina, abilità pedagogica, testimonianza di vita cristiana e vivere l’appartenenza alla comunità ecclesiale da cui l’insegnante riceve formazione e sostegno, vicinanza e condivisione.
È auspicabile, in tal senso, mettere generosamente a disposizione della comunità cristiana la propria preparazione ed esperienza, per collaborare e animare la vita della comunità locale di cui si fa già parte e anche conoscere i parroci dei plessi in cui si insegna. La piena appartenenza alla scuola e alla Chiesa risulta così essere tutt’altro che una limitazione o una privazione di libertà, quanto una garanzia per una professione di respiro culturale, spirituale e civile. La disciplina stessa diviene così uno spazio privilegiato dove fede, ragione e cultura dialogano costantemente. I carichi sono oggettivamente pesanti, non lo si nega, ma non ci si deve scoraggiare.
Per la numerosità di persone conosciute (colleghi, genitori, alunni) il docente rc può avere il polso della situazione; ne è prova il numeroso 40% degli irc che sono interpellati dai presidi proprio per la profonda conoscenza della scuola e delle problematiche educative.
La parola ai docenti, testimoni attivi: dire... fare... essere
Gli interventi che i docenti hanno fatto nella seconda parte della giornata confermano quanto sia vivace questa realtà.
Nel corso dell’aggiornamento, infatti, si sono avvicendati numerosi insegnanti di diversi Istituti comprensivi della diocesi, che hanno illustrato i percorsi svolti quest’anno nelle classi, relativi alla tematica delle opere di misericordia e del prendersi cura l’uno dell’altro.
Nel progetto di Maria Cristina Zanibellato (zona di Castefranco e del Padovano) è emerso l’importante messaggio che noi per primi possiamo essere motori di cambiamento e dare origine a un nuovo inizio partendo dai piccoli gesti quotidiani.
Francesca Celeghin e Daniele Bertoldo (Martellago, Salzano) hanno illustrato il “Mosaico di pace”: un percorso alla scoperta delle grandi religioni che ha permesso di allargare i propri orizzonti, sviluppato con l’apprendimento cooperativo.
Giancarla Zago (Salgareda) è partita dal racconto di una mamma che ha fatto il cammino di Santiago di Compostela, per costruire un altro cammino itinerante alla scoperta delle ricchezze culturali, religiose e umane del territorio nel quale vivono gli alunni, dove il cammino fisico si è intrecciato con quello spirituale alla ricerca di se stessi.
L’attività intrapresa dalla docente Paola Donadi (Ic Silea) è stata quella del prendersi cura, inteso non come assistenza, ma come dono relazionale che dà spessore alla propria vita.
Partendo dall’enciclica Amoris laetitia, ha realizzato molte esperienze con i bambini della scuola primaria che hanno avuto il loro apice nella visita alla casa di riposo di Silea.
Le filastrocche mimate e recitate in dialetto dai bambini hanno creato un ponte tra grandi e piccoli; questi ultimi hanno sperimentato come prendersi cura non sia solo un dovere, ma il dono più grande: è il passaggio dalla teoria alla vita, dove la memoria dei nonni diventa la bussola per il futuro dei nipoti.
Un momento formativo importante
e coinvolgente: non siamo soli
In questa intensa giornata c’è stato un intervento che ha suscitato profonde riflessioni e speranze. Il professor Matteo Pasqual, educatore, pedagogista di comunità e formatore sociale, ha animato l’aggiornamento con una serie di interrogativi il cui tema centrale è stato: “Cosa rappresenta l’altro per me? Lo sento come dono o do per scontato che l’altro ci sia?”. Oggi è cambiato lo sguardo sull’altro che viene riconosciuto se ha un’utilità alla propria realizzazione, altrimenti è vissuto come un impiccio ai propri progetti, una strozzatura alla realizzazione individuale. E’ una visione desolante, ma purtroppo realistica.
Che fare allora? Serve cambiare il passo e per farlo serve uno spartiacque rappresentato dall’adulto, che, però, oggi manca perché il nostro tempo culturale ha un nuovo parametro e cioè l’adultescenza (neologismo che indica la condizione di una persona che, pur avendo raggiunto l’età cronologica e biologica adulta, mantiene un’identità e uno stile di vita immaturi, caratterizzati da tratti tipicamente adolescenziali, ndr). L’adultità invece porta con sé il prendersi le responsabilità che la vita dà, man mano che il tempo passa. Saper leggere gli accadimenti della vita richiede di vederli per quello che sono, mentre spesso accade che li esaminiamo nel nostro modo, rischiando di non venirne a capo. E questo anche nelle relazioni: pretendiamo di cambiare l’altro, ma in realtà dobbiamo partire da noi. Pasqual ha sottolineato la bellezza del mondo irc perché si fonda sulla capacità del docente di entrare in relazione con l’altro. L’adulto irc si impegna nel far passare alla classe la sua umanità, però deve anche chiedersi cosa passa ai genitori, che tipo di rapporto vuole creare. Il rimando è all’interrogativo di fondo: qual è l’obiettivo educativo che ci si pone? La didattica è un mezzo, ma il fine è la vita degli studenti si ricorderanno di chi gli ha voluto bene. Dunque il cambiamento è sul come, non sul cosa.
Lasciare il segno
La parola insegnante significa “lasciare il segno”: come vuole essere ricordato il docente? “A scuola deve passare il bene che ti voglio”, afferma Pasqual sottolineando come questo rimandi al nocciolo e cioè al tipo di rapporto che si vuole creare, anche perché, se non c’è relazione, non passa l’insegnamento.
Oggi, però, sembra che debba passare altro... Eppure, ha proseguito il relatore, “oggi il bene è incontrarti”.
Spesso accade che alle famiglie il docente restituisca solo la sua fatica, ma in questo modo si perdono i genitori, che del resto non ce la fanno più.
Anche loro, come i ragazzi, hanno bisogno di sentire che non solo soli. Serve cambiare il passo, ad esempio provando ad essere figure di rilievo nell’organigramma scolastico, senza avere paura di prendere posizione, ma mettendosi a disposizione per cambiare le cose ed essere portatore di esperienza cristiana, perché... non va scordato che irc è la strada per la santità, che si può avere un ruolo profetico per provare a costruire oggi, qui, il Regno di Dio.



