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Ddl caccia: via libera del Senato che fa discutere
Il Ddl caccia, proposto da Lucio Malan (Fdi), procede, a colpi di maggioranza. A fronte di una netta contrarietà della popolazione italiana nei confronti della caccia, certificata da numerosi sondaggi (tra cui l’ultimo di Ipsos del 2025), il Senato ha approvato, lo scorso 23 giugno, un disegno di legge che va palesemente nella direzione opposta. 80 favorevoli, 56 contrari, 2 astenuti, 40 assenti “in missione” e 25 assenti, secondo quanto riportato dalla Lav.
Ora si attendono eventuali modifiche proposte dalla Camera (il 30 giugno è iniziato l’esame della Commissione agricoltura, mentre molte associazioni hanno chiesto che sia studiato anche in Commissione ambiente), ma non ci si aspettano sconvolgimenti: il Ddl caccia potrebbe diventare realtà entro l’autunno.
A meno che non ci sia una nuova e ancor più forte presa di posizione dell’Unione europea, la cui Commissione in dicembre aveva inviato una lettera inequivocabile, in cui si segnalavano possibili conflitti con il diritto comunitario (in particolare con la direttiva Uccelli e Habitat), oppure un intervento del Quirinale, dal quale ci si attende uno studio scrupoloso.
In tantissimi lo hanno definito un passo indietro nella tutela della natura e, per le associazioni contrarie alla legge, una completa sottomissione alle lobby della caccia. I cacciatori, del resto, a oggi, in Italia, sono circa mezzo milione (di cui circa il 20% non praticante, mentre nel 1980 erano complessivamente più di 1,5 milioni), in larga parte uomini, con un’età media di 59 anni; comprano e usano armi, godono di certi storici privilegi sul territorio, praticano uno “sport” che è sempre stato appannaggio di una certa classe sociale: queste le ragioni principali per cui più di qualcuno li definisce “una lobby”.
Il nodo principale della discordia sul Ddl caccia è però il tema della biodiversità, che vede a confronto due modalità di approccio.
I cacciatori si propongono come bioregolatori, cioè strumenti operativi di contenimento delle specie in sovrannumero (un esempio classico sono i cinghiali) che causano danni all’agricoltura e, a volte, incidenti. I contrari al provvedimento sottolineano che andare nei boschi a cacciare non significa avere una conoscenza scientifica degli ecosistemi, delle specie, e del delicato equilibrio che ne soggiace.
Di conseguenza, è il ragionamento, che chiama in causa la scienza, la regolazione della biodiversità deve essere fatta da altre persone e con strumenti diversi rispetto al fucile. Che l’attività venatoria “nel rispetto dei limiti della presente legge, concorre alla tutela della biodiversità e dell’ecosistema”, come scritto nel Ddl, per l’Associazione teriologica italiana non ha nessuna evidenza scientifica (la teriologia è la branca della zoologia che studia i mammiferi). Non a caso, il disegno di legge rende il ruolo e il parere dell’Ispra (l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) non più vincolante, nonostante sia appunto un organo scientifico istituito dal Governo.
In concreto, in nome di questa investitura dei cacciatori a gestori, o addirittura tutori della biodiversità dell’ecosistema, il disegno di legge prevede alcune modifiche importanti alla precedente legge (n. 157/1992), di cui facciamo una breve selezione: aumento del numero di richiami vivi da poter utilizzare, che ora possono essere anche nati e allevati in cattività (art. 5); estensione dell’area in cui la caccia è consentita, demandando alle Regioni alla definizione delle aree demaniali atte a questo scopo (art. 6); autorizzazione da parte delle Regioni di istituire aziende faunistico-venatorie costituite in forma di impresa, anziché, come previsto fino a questo momento, quali soggetti senza finalità di lucro (art. 10); posticipo discrezionale delle Regioni della chiusura della stagione oltre il 10 febbraio e aumento delle specie cacciabili (art. 11); introduzione di una sanzione pecuniaria da 150 a 900 euro per coloro che mettono in eventuale pericolo l’incolumità dei singoli, soprattutto nei piccoli centri e nelle zone montane (art. 17).
Si torna, allora, al punto di partenza. Se è vero, in base al sondaggio sopracitato, che il 78% degli italiani ritiene la caccia non etica e l’85% non si sente tranquillo nei boschi e sui sentieri in stagione venatoria, se è vero che si rischia una nuova procedura di infrazione da parte dell’Unione europea, e, infine, se è vero che i cacciatori (come dicono) non sono una lobby, in tanti, non solo tra le associazioni ambientaliste, si chiedono il motivo di tanta urgenza, e “a chi giova tutto questo”. Una domanda, al momento, senza risposta.
Il dibattito tra scienziati e associazioni
Dal mondo scientifico italiano arriva un segnale di preoccupazione sul disegno di legge AS 1552 di riforma della legge 157/1992 sulla tutela della fauna selvatica. Dieci organizzazioni scientifiche hanno sottoscritto una lettera alle più alte cariche dello Stato, nella quale viene, oltre ad altri aspetti, denunciata la progressiva marginalizzazione del contributo scientifico nei processi decisionali che riguardano la gestione e la conservazione della fauna selvatica.
“La tutela della fauna selvatica non è una questione di parte e non riguarda esclusivamente il mondo ambientalista - dichiara Luciano Di Tizio, presidente del Wwf Italia -. Parliamo di un patrimonio indisponibile dello Stato e di un valore costituzionale che deve essere preservato nell’interesse di tutti i cittadini”.
Fa, al contrario, sapere la “Cabina di regia” che raggruppa le principali associazioni venatorie: “Aggiornare una legge quadro 157/1992, approvata oltre trent’anni fa, significa infatti rimetterla nelle condizioni di funzionare all’interno del mutato contesto relativo al territorio, alla contemporanea distribuzione delle specie selvatiche, al rinnovato ruolo delle Regioni e dell’assetto delle competenze amministrative, migliorando la convivenza tra fauna, agricoltura, sicurezza, sanità animale e tutela della biodiversità”. Secondo i cacciatori, “non è previsto alcun obbligo generalizzato di riduzione delle aree protette. Il tema riguarda una pianificazione coerente e aggiornata, nel rispetto dei limiti stabiliti dalla legge e delle competenze istituzionali. Inoltre, la fauna selvatica resta patrimonio indisponibile dello Stato”.
Inoltre, “il controllo delle popolazioni in sovrannumero può contribuire alla prevenzione dei danni, alla tutela degli habitat e all’equilibrio degli ecosistemi”.



