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Femminicidi: Donne umiliate e uccise, cosa possono dire, e fare, le nostre comunità cristiane?

Possiamo essere spazio dove capire cosa significa stare in relazione con l’altro, con l’altra, dove rieducarci all’ascolto, all’interiorità, vivendo i nostri legami con lo stile relazionale di Gesù, rifiutando logiche di potere e vivendo i rapporti nella reciprocità. Il contributo della teologa Marzia Ceschia
15/01/2024

Nell’omelia tenuta ai funerali di Vanessa Ballan il vescovo di Treviso, monsignor Tomasi, che ha presieduto la celebrazione, citava un versetto dal Libro delle Lamentazioni: “È bene aspettare in silenzio la salvezza del Signore” (Lam 3,26), chiedendo il silenzio del clamore, dei sentimenti più negativi, della curiosità, dando invece spazio a un silenzio che medita, che riflette, che si dà un tempo per porre le basi di nuove speranze e nuove prospettive. Nel rispetto di questo silenzio che solo l’autentica compassione, la fede e la preghiera possono alimentare, con timore e grande pudore si può tentare di dire ancora qualcosa...

La Treccani ha individuato nel termine “femminicidio” la parola che più ha segnato il 2023. Parola che non solo è entrata nel vocabolario, ma con violenza irragionevole nella nostra storia, nelle nostre vite e reclama che prendiamo sempre più concretamente e con determinazione una posizione. Perché, purtroppo, è davvero questione di vita o di morte. E noi, comunità cristiane, come possiamo reagire? Quale contributo possiamo dare per interrompere una spirale che sembra non aver fine, che sta diventando ormai quasi all’ordine del giorno?

Femminicidi e comunità cristiane

Le nostre comunità possono essere spazio dove avviare a vari livelli una seria riflessione su che cosa significhi stare in relazione con l’altro, con l’altra, con gli altri, su quali siano le pratiche di una cura delle relazioni. In questo senso va recuperato anche uno stile di preghiera incarnato: abbiamo pregato per Giulia, per Vanessa, per le loro famiglie - per citare solo i due casi più eclatanti - ma c’è da chiedersi se siamo capaci di pensare la preghiera come agente di cambiamento, come spazio relazionale nel quale rileggere le nostre modalità di stare in contatto alla luce della relazione con Dio. Se cerchiamo consolazione in Lui, siamo poi capaci di diventare consolatori? Di intercettare le solitudini, le invocazioni anche inespresse? O ci fermiamo a formule, a parole che hanno magari un impatto emotivo, ma non lasciano solchi accanto a quelli dello scandalo e del dolore? In un tempo in cui è grande la tentazione – spesso così abituale da essere inconsapevole – di vivere tutto su un piano esteriore, concentrandosi sui risultati, su ciò che affiora e appare, è urgente rieducarci all’interiorità, all’ascolto di come risuona la vita nell’intimo e da queste sorgenti o da questi abissi venire alla luce coscienti che nessuna esistenza si può progettare isolatamente, soltanto a partire da sé, soltanto tenendo conto di se stessi. Siamo un inevitabile toccarsi di desideri, di bisogni, di invocazioni: pregare perché i nostri legami siano autentico incontro e dialogo significa attingere allo stile relazionale di Gesù, lasciarci guarire e formare dal suo modo di entrare in relazione.

Custodire la vita altrui

Un criterio ci si impone allora con evidenza: “Che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato» (Gv 6,39). Nel Getsemani - nello spazio della grande contraddizione - lo riconferma: “Non ho perduto nessuno di quelli che mi hai dato” (Gv 18,9).

Cosa significa questo “non perdere” se non custodire, a tutti i costi, la vita dell’altro, sentirsene responsabili, decentrarsi fino a sentire che la persona - anche quella che mi fa soffrire, quella che mi tradirà e mi abbandonerà - è un valore non negoziabile? Gesù non difende il possesso dei suoi, non li costringe a restare con lui, ma ne difende la vita. Amare è la grazia di accrescere vita, di dare spazio e possibilità all’altro. Questa attitudine di Gesù emerge a ogni incontro raccontato nelle pagine del Vangelo, in maniera singolare e alternativa rispetto a quel contesto storico e sociale nel suo rapportarsi con le diverse figure femminili che incrociano il suo cammino. Come le nostre comunità cristiane possono essere risonanza viva di questo stile? Non ci arriva forse un appello a essere laboratori di reciprocità in questo senso, tra generi, culture, generazioni?

In un’ottica di fede le nostre relazioni non sono un fatto puramente umano, gestibili soltanto su un piano orizzontale, ciascuno a partire da sé e tornando a sé, ma sono uno spazio in cui riconoscere il dono dell’altro che nel mistero della sua esistenza – mai totalmente esauribile e afferrabile – sempre ci sorprende, sempre travalica le nostre attese. L’altro, l’altra non sono “obbligati a noi”, ma donati: liberi di essere quelli che sono, toccano la nostra libertà, chiedono accoglienza e ci danno ospitalità, ma nessuno è origine o fine dell’altrui percorso. Assumere di nuovo la coscienza della trascendenza – della parte che ci sfugge, ci supera, che non possiamo decidere o manipolare – come dato ineliminabile nelle relazioni ci preserva dalla presunzione di poter sapere e dire tutto degli altri, dimenticando che resta sempre un insondabile del cuore altrui, una distanza necessaria alla sua libertà. Di questo insondabile tutti abbiamo fatto o facciamo esperienza, soprattutto paradossalmente quando amiamo fortemente una persona. Non finiamo di meravigliarci per quello che è, che diventa, che può diventare. È un’esperienza che sanno bene le madri: i figli usciti dal loro grembo non sono come loro e non coincidono neppure con i loro padri. Sono altri e altra è la via della loro esistenza. Quando cessa lo spazio per la meraviglia, l’amore si svilisce, si riduce alla prova dell’accettazione di qualcuno o qualcuna che non corrisponde mai all’ideale, può scadere nel dare per scontato l’altro o l’altra o può diventare possesso di un’immagine funzionale alle proprie attese.

La questione seria del potere

Nelle nostre comunità siamo sollecitati a meditare le sane e sante distanze che lasciano respiro al proporsi dell’inedito, dell’imprevedibile e incalcolabile nelle nostre esistenze. Il padre misericordioso della parabola lucana ha lasciato andare il figlio minore, accettando di restare legato a lui solo nel modo dell’attesa, Gesù adolescente alla madre che in ansia, insieme a Giuseppe, l’aveva cercato e trovato nel tempio ricorda la sua distanza - “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?” - (Lc 2,49) e il mattino di Pasqua ribadisce a Maria Maddalena così legata a lui: “Non mi trattenere” (Gv 20,17). Si tratta dell’atteggiamento antitetico a una patologia assai diffusa e pericolosa oggi: l’incapacità di sostenere la frustrazione del non poter disporre, di accogliere la realtà anche quando non si ha potere su di essa.

Il potere è la questione seria nei rapporti interpersonali: talora si insinua mediante dinamiche sottili, attraverso un’ansia di controllo che mette radici tanto nella fragilità di chi teme di perdere, quanto nell’aggressività di chi non sopporta di cedere. È questione seria e insidiosa anche nella vita della Chiesa e più che mai oggi le comunità cristiane sono provocate a testimoniare la fatica bella dello stare insieme, dell’ascoltarsi, del rispettarsi, del riconoscersi, del valorizzarsi, del vivere quella sinodalità di cui tanto si è parlato e le cui ricadute sono ampie e concrete. Il Vangelo, l’attitudine inclusiva di Gesù nei riguardi di tutti i marginali ci forniscono gli strumenti per rifondare il senso della libertà e della giustizia, per disintossicarci da ogni spinta egocentrica e prevaricatrice, anche nel rapporto tra maschile e femminile. Mi ha molto colpita l’attenzione suscitata da un corso promosso dal ciclo di Licenza della Facoltà Teologica del Triveneto nell’anno accademico 2022-2023 dal titolo impegnativo “Ripensare la maschilità”: ha avuto un ampio uditorio, in gran parte femminile, ma anche con una presenza maschile assai motivata, in cerca di spazi di confronto. Anche in questo contesto il potere è stato come un tema in filigrana nella presa di coscienza che accade che proprio gli stereotipi divengano potenti e tutti ne restino menomati.

Coscienza della differenza e reciprocità

Uscire dalla gabbia degli stereotipi maschili e femminili non è un’emancipazione superficiale, ma una rinnovata coscienza della differenza, un riconoscimento della provocazione e proposta che l’alterità è per ogni persona. Superando l’idea riduttiva dei rapporti visti in un’ottica di complementarietà, dove può darsi l’equivoco del frammento, del “più piccolo”, del “meno” che completa “il più importante”, occorre invece elaborare con maggiore consapevolezza la prospettiva della reciprocità dove lo starsi di fronte (cf. Gen 2,18) è l’essere ciascuno via di umanizzazione per l’altro. Nel piano della salvezza il rapporto tra maschio e femmina si pone come paradigmatico: alla base dell’umano è una comunione e insieme una dualità radicale che vengono da Dio. Non è il maschio ad aver creato la femmina, ma l’ha ricevuta in dono, in un modo misterioso mentre lui era addormentato (Gen 2,21). Non può disporre di lei, può solo riceverla, perché della sua esistenza, come della propria, non domina le fonti. Così la femmina, si trova il maschio di fronte, senza aver visto come sia stato chiamato ad esistere. Due misteri che mai potranno possedersi totalmente, ma che hanno bisogno l’uno dell’altra per chiamarsi per nome, per aiutarsi a diventare se stessi. Gli squilibri, talora terribilmente violenti, nel rapporto tra maschile e femminile sono emblematici delle patologie del potere, dell’indebita appropriazione della vita di qualunque essere, dell’arrogarsi la facoltà di manovrare l’altrui esistenza a proprio uso, consumo, compiacimento, svalutandola per affermarsi, fino a sopprimerla quando non soddisfa più o è sentita come insidia all’immagine di se stessi.

Suscitare vita, lo stile relazionale cristiano

La femmina è per l’uomo certo non nel senso dell’essergli asservita, ma nel senso stesso per il quale anche il maschio è per la femmina, nello stile di Gesù di Nazareth, coerentemente col già citato principio del “non perdere”, “perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10). Far nascere, suscitare vita è lo stile relazionale cristiano ed è, in quanto espressione di una sempre possibile fecondità, “dall’alto”, ossia sostenuto da un Terzo che è oltre i narcisismi personali, che è in se stesso Amore, Gratuità continuamente operante. L’Amore eccede l’io e il tu ed è in questa eccedenza che è possibile dare la vita, mettere l’altro e l’altra al di sopra di sé, del proprio interesse. Volere che colui e colei che amo non sia un talento nascosto e solo per me.

Dalle nostre comunità una parola forte sostenuta dall’esperienza

Su questi temi, su quanto il Vangelo possa toccare e formare i nostri modi di rapportarci, le comunità cristiane possono dire una parola forte, ma che sia sostenuta da una esperienza, che sia testimoniata dal rifiuto di ogni logica di potere, di ogni atteggiamento e sistema che pregiudichi e svilisca alcune o alcuni ritenuti marginali o inferiori, che opponga alla sopraffazione non la violenza delle parole e dei gesti, ma la forza della compassione e della solidarietà, la pratica del lasciare che ciascuna e ciascuno esprima la propria ricchezza, metta in circolo le proprie competenze, la propria ricerca di bene, i propri desideri di crescita.

Con lo stile di Gesù

Se siamo fedeli allo stile di Gesù nel Vangelo – se la riflessione concreta su questo stile diventa contenuto degli itinerari formativi dai piccoli agli adulti nei nostri contesti comunitari e se diventa azione condivisa – abbiamo strumenti più che mai adeguati a contrapporci a una mentalità malata che, tutta protesa alla tutela dei diritti individuali e alla propria autorealizzazione, prevede e utilizza come mezzo per conseguire i propri fini anche la violenza sulle donne e non solo. È violenza quella fisica – ingiustificabile – ma è violenza anche togliere voce, diritto di parola, possibilità di agire, di partecipare, di creare, di elaborare un pensiero personale. In adesione al Vangelo i cristiani hanno una seria responsabilità nel riconoscere le proprie incoerenze quando l’assunzione di stili di potere abbiano portato a posizioni squalificanti le donne o altri ritenuti passivi e minoritari, nel far conoscere le esperienze positive, di autentica comunione e sinodalità e nel ri-significare parole abusate dal narcisismo, dall’individualismo, dai compromessi, dalla pressione dell’apparire: libertà, rispetto, amore, complicità... altre ne potremmo aggiungere. Le parole sono fatti, i pensieri diventano azioni: dietro un femminicidio c’è un’idea – degenerata tanto da essere fuori controllo – da estirpare, dietro ogni abuso su chi è più debole c’è una visione di uomo e di donna da curare. A noi cristiani il monito di pensare e agire perché sull’umano si possa sperare, perché l’umano non vada perduto.

(*docente di Teologia spirituale alla Facoltà Teologica del Triveneto)

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