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Il Prio di Oslo: la guerra è diventata sistema

Intervista a Siri Aas Rustad del Peace research institute Oslo. Il rapporto appena redatto dall’Istituto indica il 2025 come il terzo anno più violento dalla fine della Guerra fredda

In queste settimane, mentre i talk-show e le prime pagine dei grandi media nazionali si concentrano sull’aumento delle spese militari e sugli sviluppi del conflitto israelo-americano contro l’Iran, un documento cruciale sul futuro globale è passato sotto il quasi totale silenzio giornalistico. Si tratta del drammatico Rapporto del Prio (Peace research institute Oslo) sulle guerre globali.

Per conoscerne i contenuti, abbiamo rivolto alcune domande a Siri Aas Rustad, ricercatrice dell’istituto di Oslo e autrice principale del rapporto, tra le massime esperte mondiali di dinamiche dei conflitti e violenza sui civili. Con lucidità scientifica, Rustad, in questa intervista che ci ha concesso in esclusiva per l’Italia il 12 giugno, smonta la retorica dei “focolai isolati”, svelando come la guerra stia cambiando pelle, diventando sempre più complessa e interconnessa.

Il vostro rapporto fotografa un 2025 drammatico, definito come il terzo anno più violento dalla fine della Guerra fredda. Stavamo vivendo un’illusione di pace, o si è spezzato qualcosa?

Il periodo di pace successivo alla Guerra fredda non è stato affatto un’illusione, in particolare gli anni tra il 2000 e il 2013 sono stati pacifici. Probabilmente, l’aspetto più importante di questo periodo è stato il lavoro svolto dalle Nazioni Unite e dal Consiglio di sicurezza. C’era meno tensione a livello globale e la volontà di migliorare la collaborazione internazionale. Ad esempio, durante questo periodo, sono state istituite numerose operazioni di mantenimento della pace, mentre se consideriamo il periodo successivo al 2013, ne sono state istituite poche, nonostante l’aumento dei conflitti.

Il rapporto evidenzia un record assoluto, dal 1946: ben 65 conflitti attivi tra Stati. Come si spiega questo paradosso per cui, rispetto agli anni ’90, essi aumentano, ma si concentrano in un numero minore di Paesi?

Penso che ciò suggerisca che stiamo assistendo a una crescente complessità del fenomeno. Sappiamo che un conflitto ne genera altri, e questo può dipendere da molti fattori. Osserviamo un aumento dei conflitti civili internazionalizzati o delle guerre per procura, il che indica che, sebbene il numero di Paesi coinvolti non aumenti, vi sono molti interessi e coinvolgimenti internazionali nei conflitti stessi. Ci troviamo di fronte anche a una crescente frammentazione, come ad esempio, in molti Paesi con scontri islamisti, laddove l’Isis si è infiltrato e ha intrapreso un conflitto con lo Stato.

Un dato che balza all’occhio è il raddoppio delle guerre tra Stati: da 4 nel 2024 a 8 nel 2025. Quali sono le scintille che hanno riacceso i conflitti di confine che credevamo congelati?

Non credo che questi “nuovi” conflitti di confine fossero stati congelati, ma, piuttosto, che finora non avessero raggiunto un livello tale da poter essere considerate vere e proprie guerre, sebbene le tensioni fossero presenti (come nel caso di India-Pakistan, Pakistan-Afghanistan e Thailandia-Cambogia). Il motivo per cui questi conflitti stanno esplodendo ora, potrebbe essere legato all’aumento delle tensioni e dell’insicurezza a livello globale. Sembra proprio che l’ordine internazionale, su cui abbiamo fatto affidamento dopo la Guerra fredda, basato sulla collaborazione internazionale e sul multilateralismo, si stia erodendo.

Il rapporto cita l’escalation in Medio Oriente e lo scoppio del conflitto Usa-Iran. Rischiamo una reazione a catena che trasformi queste guerre regionali in un unico grande conflitto globale?

Si registra un’escalation della tensione in Medio Oriente, come emerge chiaramente dai dati a nostra disposizione. Tenendo conto degli sviluppi del 2026, con l’intensificarsi della guerra tra Stati Uniti e Iran, e il coinvolgimento di diversi altri Paesi della regione nei bombardamenti iraniani contro installazioni militari statunitensi, siamo certamente molto più vicini a una guerra regionale di più ampia portata, rispetto al passato. Credo, tuttavia, che vi siano possibilità di risolvere la situazione attraverso negoziati, ma l’imprevedibilità del contesto rende difficile creare fiducia e un ambiente favorevole alla collaborazione.

L’Africa resta l’area con il maggior numero di conflitti, ma assistiamo anche a casi isolati come il collasso della sicurezza ad Haiti. Perché alcune crisi rimangono “invisibili” ai media occidentali?

Il motivo principale è che i media occidentali tendono a concentrarsi su ciò che è vicino a loro, quindi l’Ucraina e anche il Medio Oriente, ma, ovviamente, anche dove hanno maggiori interessi. Un altro problema è che in molti dei conflitti africani più gravi, come in Etiopia e Sudan, è molto difficile ottenere informazioni per poter documentare, quindi la guerra, spesso, si svolge al di fuori della portata dei media. Ciononostante, ci sono abbastanza voci locali che sollevano preoccupazioni da meritare attenzione, quindi il problema principale è la mancanza di attenzione da parte dei media e dei politici occidentali. Sfortunatamente, luoghi come Haiti non ricevono assolutamente alcuna attenzione, nell’attuale situazione globale.

I numeri della “violenza unilaterale” contro i civili sono spaventosi: quasi 76.500 morti nel 2025, il dato più alto dal genocidio in Ruanda del 1994. Cosa è successo esattamente a El Fasher, in Sudan, per provocare una simile catastrofe?

El Fasher è la città più grande del Darfur, e chi controlla El Fasher controlla più o meno anche l’intero Darfur. La città è stata sotto assedio per circa 18 mesi, fino all’ottobre 2025, con conseguente blocco di cibo, acqua e medicinali e intrappolamento dei civili. Nell’ottobre 2025 la città è caduta ed è stata invasa dalle Rsf (forze paramilitari, ndr), causando la morte di migliaia di civili. Le Nazioni Unite hanno indicato che le uccisioni sembrano essere mirate, a livello etnico, contro la popolazione di origine non araba.

Nel 2025, ben 17 Governi legittimi hanno fatto ricorso alla forza armata contro i propri civili. Gli Stati stanno forse smettendo di proteggere i propri cittadini e si stanno trasformando nei loro carnefici?

Il numero di Governi che perpetrano violenze contro la propria popolazione è rimasto relativamente stabile negli ultimi anni, quindi non si registra un aumento particolare quest’anno; tuttavia, il numero è preoccupante. Questo dato va considerato alla luce della reazione negativa contro le democrazie che abbiamo osservato nell’ultimo decennio, e anche perché molti di questi Governi sono coinvolti in conflitti, quindi non possiamo considerare la violenza unilaterale completamente separata dai conflitti civili in corso.

Di fronte a guerre sempre più frammentate, dove cartelli della droga, milizie jihadiste e Governi si scontrano nello stesso territorio, quali strumenti rimangono alla diplomazia internazionale e alle organizzazioni umanitarie?

Credo sia importante cercare di mantenere le norme relative alla collaborazione internazionale e al multilateralismo, e che i Governi sostengano queste strategie. I Governi dovrebbero fare attenzione a non spostare l’attenzione dal mantenimento della pace alla difesa, come strategia per creare un mondo più pacifico. Dobbiamo continuare a concentrarci su attività come le operazioni di mantenimento della pace. Inoltre, penso che il taglio degli aiuti, guidato dalla chiusura dell’Usaid, ma anche di altri attori, elimini la piccola rete di sicurezza di cui molti di questi conflitti, in particolare in Africa, disponevano per gestire la situazione; temo quindi che assisteremo a molte altre gravi crisi umanitarie. Questa situazione rende sempre più difficile per le agenzie umanitarie e le organizzazioni della società civile orientarsi nel panorama dei conflitti e migliorare la vita delle popolazioni.

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