Purtroppo, questi sono anni calamitosi, nei quali più di qualche potenza e gruppo armato sono animati...
La guerra non uccida anche le anime: intervista al nunzio apostolico a Kiev
“Grazie a Dio sei vivo”. In Ucraina anche il saluto quotidiano è diventato una testimonianza della guerra. Una frase semplice, quasi ordinaria, che restituisce però il senso di una vita sospesa. È in questa terra segnata dalla guerra che l’arcivescovo Visvaldas Kulbokas, nunzio apostolico in Ucraina, continua a svolgere la propria missione diplomatica e pastorale. Lo abbiamo incontrato a Odessa, a margine dell’incontro di preghiera interconfessionale per la pace in Ucraina e per le vittime del conflitto, promosso dal Mean (Movimento europeo di azione non violenta).
Che cosa significa vivere in una società nella quale persino un saluto quotidiano porta con sé la consapevolezza della morte?
È vero. Me lo raccontavano anche le persone che visitano i villaggi che si trovano proprio sul fronte. Ieri abbiamo parlato con una di queste persone e ci raccontava che cosa dicono i bambini. E ciò che dicono è impressionante nella sua semplicità: la cosa più bella è sentire il canto degli uccelli, aprire le finestre e vedere che la casa del vicino è ancora lì, che le persone sono vive. Questa realtà entra anche nella mia vita quotidiana. A Kiev, per esempio, quando saluto altre persone, il saluto più abituale è: “Grazie a Dio sei vivo, sono felice di vederti”. La guerra ci insegna, purtroppo, che queste sono le difficoltà dell’umanità. Io sono grato al Signore per avere la possibilità di vivere qui, nell’epicentro della guerra. Certamente vivo una condizione diversa da quella dei prigionieri o dei soldati, ma essere qui mi permette di non coltivare illusioni superficiali. La realtà che vediamo ogni giorno ci mostra che la pace va costruita con un lavoro molto più intenso rispetto a quello che stiamo facendo finora.
Lei ha espresso anche una forte preoccupazione per il fatto che alcuni leader religiosi arrivino a benedire la guerra. Cosa significa, per un uomo di fede, trovarsi davanti a una simile contraddizione?
Siamo tutti veramente di fronte a Dio. E soprattutto i capi religiosi che benedicono la guerra - mi riferisco ai capi religiosi in Russia - devono chiedere perdono al Signore. Perché, alla fine, quali conti potranno fare con Dio? Benedire la guerra è mettersi contro Dio. Eppure, proprio per questo, prego anche per loro.
In questi giorni, l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario per i rapporti con gli Stati e le Organizzazioni internazionali della Santa Sede, è impegnato in una missione diplomatica a Mosca. Quale significato attribuisce a questa missione?
L’arcivescovo Gallagher è stato in Ucraina il mese scorso e immagino quindi che, nel corso della sua missione a Mosca, riprenderà anche le tematiche affrontate qui. È importante che il dialogo continui, e che possano essere riprese le questioni che riguardano la guerra, la situazione umanitaria e la ricerca di possibili vie verso la pace. La Santa Sede cerca di mantenere aperti i canali di comunicazione anche nelle situazioni più difficili. La missione dell’arcivescovo Gallagher va, dunque, vista anche in questa prospettiva: continuare il dialogo, ascoltare, confrontarsi e verificare ciò che può concretamente essere fatto per favorire la pace e affrontare le conseguenze della guerra.
Papa Leone XIV continua a chiedere con insistenza la fine delle ostilità, così come ha fatto incessantemente papa Francesco nel suo pontificato. Quale eco hanno questi appelli nella società ucraina? E quanto può incidere, in un conflitto così complesso, l’autorità morale del Papa, che viene ascoltata anche oltre i confini della Chiesa cattolica?
Ho sempre sentito tante parole di gratitudine, sia durante il pontificato di papa Francesco - e sono state tantissime - sia oggi per gli appelli di papa Leone. Aggiungerei anche che le persone più qualificate, quelle che hanno esperienza nel campo dei negoziati, apprezzano questi appelli ancora di più. Perché sanno che, a qualcuno, possono sembrare semplicemente parole. Ma chi ha esperienza diretta del negoziato comprende quanto siano importanti. Prima di tutto ci danno più energia, ci incoraggiano. E, al di là di quello che si può dire, il Papa possiede un’autorità morale che va oltre il mondo cattolico.
La diplomazia della Santa Sede mantiene aperti diversi canali di dialogo e di intervento, anche sul piano umanitario. Quali risultati concreti ritiene più significativi di questo lavoro? E, accanto all’azione diplomatica, quale importanza assume la presenza quotidiana della Chiesa sul territorio?
La presenza della Chiesa sul territorio è importantissima, innanzitutto perché la guerra uccide i corpi; ma, se non c’è un accompagnamento spirituale e pastorale, rischia poi di uccidere anche le anime. Si rischia di cadere nell’odio oppure nella disperazione. Per questo la presenza delle Chiese, delle cappellanie e delle semplici parrocchie è molto importante. È importante soprattutto per ricordare che la fiducia e la speranza le fondiamo in Dio. Ma c’è anche un’altra dimensione. Le parrocchie sono impegnate nell’attività umanitaria e sociale e partecipano anche ai percorsi di riabilitazione, compresa quella psicologica. Per quanto riguarda i canali di dialogo che la Santa Sede mantiene aperti, questa è la missione della Chiesa: rivolgersi attivamente a tutti. Quando pongo alle autorità ucraine una domanda concreta sui risultati di questo lavoro, sottolineano soprattutto l’aspetto umanitario. Parlano, per esempio, dei minorenni che sono potuti tornare in Ucraina e dei prigionieri.
C’è una testimonianza, un incontro o un tratto umano e spirituale che questo popolo le ha consegnato e che sente di portare particolarmente dentro di sé?
Sarebbero tantissime le cose che si potrebbero condividere. Mi colpiscono molto positivamente i militari. Di tanto in tanto vengono a parlare con me, cattolici e non cattolici, e mi colpisce il modo in cui alcuni di loro parlano della preghiera, soprattutto quando dicono semplicemente: “Io prego”, e condividono testimonianze profonde della loro esperienza spirituale. Per esempio, ho conosciuto, attraverso il vescovo di Kharkiv, un militare che mi ha raccontato di aver sognato, una notte, due russi che aveva ucciso. Nel sogno, quei due uomini venivano da lui e gli chiedevano: “Perché ci hai uccisi?” E lui diceva: “La logica mi dà delle scuse, perché stavo difendendo la mia terra”. Ma, dal punto di vista spirituale, quella esperienza lo aveva interrogato profondamente. E mi ha detto: “Sono andato dal Vescovo e gli ho chiesto di celebrare la messa”. Anche i militari, dunque, condividono esperienze spirituali molto profonde, forse più di tutti.



