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Primarie, il commento del senatore Giaretta: “si rischia di mettere in mostra ciò che divide”
“Più un campo è «largo», più andrebbe arato in profondità. E questo non sta succedendo”. A farlo notare è un politico di lunga esperienza, Paolo Giaretta, già sindaco democristiano di Padova, con una successiva militanza nel centrosinistra e nel Partito democratico. Militanza che permane, ma decisamente affievolita, come del resto è accaduto a molti altri leader dell’area moderata e riformista del Pd. Una voce “scomoda”, all’interno del centrosinistra, che merita di essere ascoltata nel momento in cui, una volta approvata la legge elettorale, sta per iniziare una lunga campagna verso il voto politico del 2027 (si vedrà se in autunno, a scadenza naturale, o in tarda primavera).
Sta di fatto che la nuova legge elettorale impone ai partiti di allearsi, per puntare al decisivo premio di maggioranza, e di indicare il nome del capo coalizione, cioè di colui che sarò indicato come premier al Presidente della Repubblica, in caso di vittoria.
Il centrodestra, come è noto, è più strutturato e più incline ad allearsi, mettendo in secondo piano le differenze, che pure sono rilevanti. E in questo momento, è alle prese con la “spina” di Roberto Vannacci, a capo di un movimento di destra, Futuro nazionale, difficilmente integrabile nella coalizione.
Viceversa, il centrosinistra, il cosiddetto “campo largo”, traduzione non benissimo riuscita dello spagnolo “frente amplio”, è ancora un cantiere aperto. Parole decisive sono arrivate, domenica scorsa, dalla segretaria del Pd, Elly Schlein, la quale ha affermato di sentirsi “candidata alla presidenza del Consiglio con o senza le primarie”. Ma molto resta da costruire: un programma chiaro, anche su temi delicati come il sostegno all’Ucraina, data e modalità delle primarie, alle quali concorrerà sicuramente anche il leader del M5S, Giuseppe Conte; l’assetto del centro oggi, spezzettato in almeno cinque o sei partitini.
Giaretta, nella sua analisi, parte da una considerazione di contesto: “Oggi, pare quasi che i partiti sognino una democrazia senza popolo, lo si vede in questo continuo cambiare legge elettorale, cercando di piegare le scelte degli elettori dentro ai propri schemi, leggi che spesso manipolano la volontà popolare, della quale non si ha fiducia”. Inoltre, “sta accadendo un fenomeno comune agli schieramenti: i leader parlano solo ai propri tifosi, non all’intero Paese. Una volta, non era così: Moro, Berlinguer, e altri parlavano a tutti. Oggi, l’obiettivo è quello di mobilitare i militanti, ma nessuno parla ai “non tifosi”, agli elettori più moderati, che infatti, molto spesso, non vanno più a votare”.
Un fenomeno che porta con sé, non solo in Italia, la tendenza a radicalizzarsi. Però, “da parte del centrosinistra bisognerebbe saper leggere la storia: i momenti di radicalizzazione hanno sempre premiato la destra. Tra l’altro, la stessa Giorgia Meloni, in una campagna accesa, mentre la gente vive tante paure e incertezze, potrebbe avere un ruolo rassicurante. Il mio consiglio, alla sinistra, è di occupare spazi al centro”. Difficile, però, farlo con le primarie che si profilano: “Mi rendo conto che ormai si faranno, ma mi sembrano una sciocchezza politica. Il centrosinistra è percepito come un’area divisa e rissosa, non mi pare una grande idea mettere in mostra, rispetto agli elettori, tutto ciò che ci divide. Ricordiamoci del precedente virtuoso di Prodi. I leader dovrebbero saper essere generosi, mettere le loro ambizioni in secondo piano. Dubito che le primarie sappiano parlare a una parte larga del Paese”.
Resta anche la questione del centro della coalizione, anch’esso molto diviso: “Eppure, si tratta di un’area che vale tra il 10 e il 15 per cento dell’elettorato, e può essere decisiva. La gente, oggi, ha bisogno di essere rassicurata e il centro può essere una riserva decisiva. Anche i questo caso, vale il principio della generosità”.



