Il recente viaggio apostolico di papa Leone in Francia ha suscitato commenti entusiastici, a tratti persino...
La forza nella debolezza: al via l’anno di formazione permanente del clero
La fragilità non è un ostacolo da nascondere, bensì un luogo in cui può manifestarsi la grazia di Dio. È il paradosso al centro della meditazione proposta da don Aldo Martin ai preti della nostra diocesi, giovedì 15 ottobre, nel tempio di San Nicolò, all’apertura dell’anno di formazione permanente del clero. Martin, presbitero della diocesi di Vicenza, docente di Sacra Scrittura, è anche rettore del Seminario “Insieme” delle diocesi di Vicenza, Padova, Adria – Rovigo e Chioggia.
“Desiderabile debolezza. La cura e la tenerezza che nascono dalla fragilità” il tema del ritiro, che ha invitato i presbiteri a guardare con occhi nuovi le proprie fatiche, senza negarle né lasciarsene schiacciare, per riscoprire proprio nella vulnerabilità una possibile sorgente di vita e di ministero.
Il Vescovo Michele, presentando la mattinata, ha ricordato che l’ispirazione della meditazione è data da “Magnifica humanitas”, l’enciclica nella quale papa Leone (al quale è andata la preghiera dei presenti, proprio nei giorni in cui era ricoverato in ospedale) riflette sulla custodia dell’umano nel tempo dell’Intelligenza artificiale e sottolinea come la cura dell’umano passi attraverso l’accettazione della fragilità, non “malgrado” questa.
La fragilità, ha osservato Martin, è una dimensione che attraversa quotidianamente l’esistenza e che la contemporaneità avverte con particolare intensità. La malattia, la vecchiaia, l’incertezza sul futuro, le guerre e il ritorno della violenza, insieme a una logica di mercato sempre più spietata, mostrano quanto sia illusoria la pretesa di un’esistenza invulnerabile. La debolezza, infatti, è parte costitutiva dell’essere umano, l’uomo “di vetro” di cui parla lo psichiatra Vittorino Andreoli in un libro di quasi 20 anni fa. La domanda, allora, non è come eliminarla a ogni costo, ma come abitarla e lasciarsi trasformare da essa.
Il primo sguardo è rivolto a Gesù
Nella Lettera agli Ebrei si legge che non abbiamo un sommo sacerdote incapace di prendere parte alle nostre debolezze: egli stesso è stato messo alla prova in ogni cosa, come noi. Gesù non affronta la morte come un eroe sprezzante del dolore. I Vangeli non nascondono la sua paura, la sofferenza fisica, il senso di abbandono e la morte sulla croce. Il Figlio di Dio non si sottrae alla condizione umana, ma la assume fino in fondo. D’altro canto, proprio la debolezza di Gesù, il Figlio di Dio, era stata un problema difficile da gestire per la comunità delle origini, uno scandalo, se rapportata allo sprezzo della sofferenza e della morte da parte degli eroi, dei condottieri, dei filosofi.
“Il Verbo si fece fragilità”, ha sintetizzato Martin, rileggendo il prologo del Vangelo di Giovanni. Cristo non sceglie di diventare un uomo potente o un condottiero, ma un uomo normale, esposto alla sofferenza e alla sconfitta. Ed è proprio questa condivisione radicale della condizione umana a renderlo capace di compassione: quando incontra la debolezza degli altri, Gesù non resta indifferente, ma si lascia coinvolgere, perché l’ha conosciuta. Ascolta il grido dei genitori per i figli, difende la donna che rischia la lapidazione, avvicina i lebbrosi e frequenta quanti sono esclusi. La sua forza si manifesta nella compassione, nella cura. Anche i gesti di potenza di Gesù, dunque, possono essere letti a partire dalla sua vulnerabilità: “Atti di potenza scaturiti meravigliosamente dalla sua debolezza umana”. È una prospettiva che cambia lo sguardo sul ministero: la compassione non nasce dalla distanza di chi si sente al riparo dal dolore, ma dalla vicinanza di chi sa che cosa significhi essere deboli.
La fragilità di Paolo
Il secondo spunto della meditazione è offerto da san Paolo, con il paradosso consegnato nella Seconda lettera ai Corinzi: “Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”. L’apostolo, uomo determinato e volitivo, conosce la fatica, le persecuzioni, le incomprensioni e il peso di un servizio che, a un certo punto, sembra prosciugare ogni energia, “non è più in grado di reggere”, forse anche a causa di una campagna di ostilità nei suoi confronti. La “spina nella carne” diventa per don Martin l’immagine di una prova che non viene magicamente eliminata. Paolo chiede di esserne liberato, ma la risposta del Signore non è la rimozione del problema: è il dono di una forza diversa. La debolezza rimane, ma non ha più l’ultima parola. Paolo scopre di non dover contare soltanto sulle proprie risorse e di poter ricevere gratuitamente ciò che non è più in grado di darsi da solo. Commentando questa esperienza, san Bernardo arriva a parlare di optanda infirmitas, “desiderabile debolezza”: non perché la sofferenza sia un bene da cercare, ma perché proprio lì può essere sperimentata la forza di Cristo.
La tentazione della “maschera”
Da questa resa fiduciosa può nascere anche una trasformazione interiore: invece di incattivirsi o chiudersi nel risentimento, si diventa più pacificati, capaci di accettare i propri limiti e di stare accanto agli altri con maggiore umanità. Paolo ha “fatto pace dentro”. È un passaggio che riguarda da vicino i preti. Don Martin non nega le fatiche del ministero, ma invita a collocarle nel quadro più ampio delle fragilità che attraversano la società: quelle dei genitori, del personale sanitario, dei lavoratori, degli adolescenti. Anche i presbiteri, tuttavia, sono esposti alla tentazione di mostrarsi sempre all’altezza, di rispondere a ogni aspettativa, di essere il prete sorridente e infallibile che non delude nessuno, “né i parrocchiani, né i confratelli, né i superiori. Semplicemente, non ci riusciamo”, ha osservato. Quando la distanza tra ciò che si è e ciò che si vorrebbe apparire diventa insostenibile, si rischia di indossare una maschera e di recitare la parte dell’uomo forte. La sfida è, invece, quella di portare le proprie debolezze davanti a Dio, alla luce del mistero pasquale di Gesù, senza fingere che non esistano: e allora, le stagioni della debolezza si rivelano provvidenziali.
Debolezza che apre alla reciprocità
Anche il prete ha bisogno di essere sostenuto, ascoltato, accompagnato: don Martin ha richiamato la testimonianza di un sacerdote padovano, don Giorgio Ronzoni, rimasto disabile dopo un incidente e sostenuto dalla comunità nel proseguire il proprio ministero. “Ho scoperto di essere amato. La mia nuova debolezza mi ha portato a essere meno inavvicinabile”, racconta il sacerdote. Una consapevolezza che lo conduce a riconoscere: “Forse sarò un parroco migliore quando sarò capace di chiedere e ricevere con semplicità e gratitudine rispetto a quando mi sforzavo di dare con impegno”. È il cuore della riflessione: la fragilità non rende necessariamente meno capaci di servire; può, al contrario, aprire alla reciprocità, aiutare a chiedere aiuto e rendere più accessibili agli altri. E persino nei momenti di maggiore stanchezza può accadere di trovare le energie per accogliere una persona, ascoltarne il problema, offrirle una parola buona. La grazia agisce anche così: attraverso una debolezza che, condivisa, diventa cura. In un tempo che sembra riproporre il culto della forza, del superuomo e della violenza come risposta ai conflitti, “le fragilità condivise” permettono di riconoscere negli altri non degli avversari, ma dei fratelli: è un compito che abbiamo come cristiani. La meditazione si è conclusa con uno sguardo alla fragilità del Creato, anch’esso bisognoso di cura.
Ai presbiteri, infine, don Martin non ha consegnato una “lista” di cose da fare, ma un invito più essenziale: “godersi un po’ di pace” davanti a Gesù, a Paolo e alla realtà del proprio ministero. Ricordando che la Chiesa “non è sulle nostre spalle”, perché appartiene al Signore, ha indicato nella rinuncia al protagonismo una possibile liberazione. “Non tutto dipende da noi”, e proprio quando smettiamo di pretendere di essere invulnerabili possiamo scoprire che la fragilità, accolta e condivisa, non è solo una ferita da sopportare, ma il luogo in cui impariamo a prenderci cura gli uni degli altri.
La preghiera del Papa
Prima dell’adorazione eucaristica, è stato proiettato un video con la bella preghiera di papa Leone per i sacerdoti in difficoltà. Il Papa affida alla preghiera tutti i sacerdoti, soprattutto quelli che attraversano momenti di crisi, “quando la solitudine pesa, i dubbi oscurano il cuore e la stanchezza sembra più forte della speranza”, e supplica che possano riscoprire di non essere “né funzionari né eroi solitari, ma figli amati, [...] e pastori sostenuti dalla preghiera del loro popolo”.



