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Don Davide Crespi in partenza per il Paraguay: “un sogno che si avvera”

Don Davide, 33 anni, è sacerdote da 7 ed è originario di San Zenone degli Ezzelini. L’intervista in occasione della Giornata missionaria mondiale
16/10/2026

Quello di andare “in missione” era uno suo sogno di sacerdote. Così, ora che il sogno si sta per avverare, alla vigilia del rito di invio del 17 ottobre, vigilia della Giornata missionaria mondiale, don Davide Crespi afferma: “Sono davvero «carico». In questo momento, mi abitano l’entusiasmo e la gioia”. Don Davide, 33 anni, sacerdote da 7, così come il fratello gemello Giacomo, è originario di San Zenone degli Ezzelini e in questi anni è stato vicario parrocchiale alla Pieve di Castelfranco. Lo intervistiamo mentre si trova a Verona, dove sta frequentando, come tutti i missionari fidei donum “in partenza”, il corso del Cum, il Centro unitario missionario, “braccio formativo” della fondazione Missio. Prossimamente, la partenza per il Paraguay. Il vescovo Michele lo ha, infatti, destinato a prestare servizio nella diocesi di San Juan Bautista de Las Misiones e Ñeembucú.

Uno stato d’animo caratterizzato dalla gioia, dunque...

Sì, devo dire che mi auguravo questa proposta. C’è gioia, nel vedere che un mio desiderio, un grande sogno maturato a livello personale, incontra la richiesta del Vescovo e, dunque, della mia Chiesa. Per un prete diocesano significa... aver fatto “bingo”!

Che attese hai sull’esperienza che ti attende?

Chiaramente, non so cosa mi aspetti. L’esperienza al Cum mi sta aiutando molto, mi sta ricentrando, facendomi passare da “fare” allo “stare” in missione. Bello anche vedere che ci sono tanti fratelli, che sono con me a Verona in questi giorni, pronti a partire, segno di una Chiesa che sceglie la via dell’annuncio missionario. Mi sento in comunione, con una Chiesa che si esprime così.

Cosa conosci della Chiesa del Paraguay, dove presterai servizio missionario?

Andrò a vivere con gli altri fidei donum della nostra diocesi, con don Lorenzo Tasca e le cooperatrici Lucia Michelin e Paola Favretto. In primo luogo, mi conforta il fatto di arrivare lì e non essere solo, di entrare in una storia di Chiesa già avviata. In queste settimane, ho avvertito la vicinanza del Vescovo, e del direttore del Centro missionario, don Gianfranco Pegoraro. Di sicuro, il lavoro non mancherà, e riguarderà tutti i livelli della vita pastorale. Mi affascina, anche, esercitare il ministero di prete in un presbiterio diverso dal mio, in una Chiesa che viene da una storia ed esperienze diverse. Nel concreto, poi, capirò quale sarà il mio servizio assieme a don Lorenzo, Lucia e Paola.

Accanto alla gioia per una partenza attesa, c’è anche un po’ di malinconia per il congedo dalla comunità di Castelfranco?

Sì, mi sono legato molto alla gente. Salutare Castelfranco, per me non è stato facile. Ci sono stato per sette anni, tanti per un cappellano, si sono creati tanti rapporti di stima e amicizia. Tutto questo mi pesa, ma fa parte del «gioco della vita». In questo momento, soprattutto, mi risuona un interrogativo. Come restare, nella nuova situazione, in relazione con tutte queste persone con le quali ho creato dei legami? Con i giovani, con gli scout... Penso che sarà bello vivere la relazione anche a distanza. Anzi, direi che questo è uno dei grandi sogni che sto facendo in questi giorni: vivere la missione con questo stile di relazione, di restituzione, che ritengo adeguato all’oggi, in questo 2026. Non voglio andare a fare “l’eremita”, in Paraguay, senza mantenere, anche a distanza, i legami che ho costruito.

In fondo, proprio quest’estate, proprio con gli scout hai fatto un’esperienza in America Latina, anche se in un Paese diverso, tra i monti dell’Ecuador, a oltre 3.500 metri, invece che in mezzo alla grande pianura del Paraguay... Che esperienza è stata?

In Ecuador abbiamo vissuto un’esperienza bella, al tempo stesso “sfidante”. Sono stato con i nostri ragazzi e giovani e, allo stesso tempo, con i ragazzi e giovani di lì, in modo semplice e ordinario. Per esempio, abbiamo giocato tantissimo a pallone. Si è creato il “ponte” giusto tra ragazzi ecuadoriani e castellani, un’amicizia basata su cose semplici, sulla vita quotidiana. Lo “stare”, prima del “fare”, di cui parlavo prima. Mi sono portato a casa questo, assieme alla certezza sul fatto che esistono comunità vivaci qua e là, che c’è tanto Vangelo da vivere.

Che effetto farà non sentirsi chiamare come “il fratello gemello di don Giacomo”?

Sarà molto strano, per me, vivere così distante da mio fratello Giacomo (anch’egli prete diocesano, ndr) e credo sarà uno dei distacchi più difficili da vivere, sia per me che per lui. Siamo sempre stati molto autonomi nelle varie scelte e nell’agire pastorale, ma, allo stesso tempo, ci siamo sempre confrontati scambiando opinioni, idee e prospettive. Anche nei momenti più difficili è sempre stato importante avere mio fratello accanto, anche solo per potermi sfogare o per sentirmi sostenuto... Ora questo, inevitabilmente, cambierà forma. Sono convinto, comunque, che tra me e lui potrà nascere un legame ancora diverso, e forse più profondo: nell’immaginare assieme la nostra vita da fratelli e da preti a servizio della diocesi di Treviso anche se in due posti differenti e distanti, ma sempre in comunione. La vedo come un’opportunità grande saper di avere Giacomo che rimane qui e con il quale poter costruire ponti tra Chiese sorelle. In qualche modo io parto per la missione ma anche Giacomo, i miei amici, la mia famiglia, partono per la missione assieme a me.

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