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Il vescovo Michele sull’enciclica papale: “Umanizziamo il nostro tempo”

Il Papa ci invita a essere “non spettatori rassegnati di fratture sociali e culturali, ma donne e uomini che entrano nei cantieri della storia per rialzare ciò che è crollato” scrive il vescovo Michele nel suo commento all’enciclica di Leone XIV, “Magnifica humanitas”. I principi della Dottrina sociale, grammatica per la vita delle nostre comunità cristiane

L’enciclica di papa Leone XIV, Magnifica humanitas, sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, recentemente pubblicata, è un dono prezioso alla Chiesa e al mondo intero. Nel biglietto autografo che ha accompagnato l’invio del testo ai vescovi, il pontefice scriveva: “Ti invito a unirti a me nel portare il nostro Magistero a tutta la Chiesa e al mondo intero”.

Sento il vivo desiderio di contribuire a questo compito, convinto, come sono, che l’enciclica sia un contributo importante e significativo per annunciare il Vangelo in questo nostro tempo faticoso e difficile. Dopo aver letto Magnifica humanitas, mi piacerebbe farvi venire la voglia di leggerla, e poi a tutta la Diocesi di approfondirla: è un testo che ci accompagnerà per molto tempo e che ci sarà di orientamento per molti aspetti.

“Si tratta di un testo che sorprende per il suo sapiente equilibrio” ha commentato don Stefano Didonè su queste pagine, in un contributo che consiglio come ottima introduzione ai temi dell’enciclica. Un testo profondamente unitario che, pur trattando numerosi e importanti temi, si legge come un tutto unico.

Dottrina sociale: patrimonio di saggezza

Il Papa ci presenta la Dottrina sociale della Chiesa come il dispiegarsi di un discernimento comunitario del magistero nel corso della storia: l’annuncio del Vangelo si fa proposta di lettura saggia delle condizioni di vita di ciascuna epoca, alla ricerca del contributo che la Chiesa può dare alle dimensioni fondamentali della vita umana. Oggi la Dottrina sociale è un patrimonio di saggezza in cui troviamo “principi per pensare, criteri per discernere e giudicare, orientamenti concreti per agire” (MH, 3).

La sapienza di cui il mondo ha bisogno supera il puro calcolo tecnologico. Ci impedisce di rifugiarci in mondi artificiali costruiti sulle nostre isolate convinzioni, ma chiede anche di rifiutare un realismo cinico che conclude: poiché la forza domina, essa deve dominare. L’autentico realismo, soprattutto nella cura della pace, “non rinuncia a cambiare il mondo: comincia dal vedere con chiarezza interessi, paure, vincoli e rapporti di forza [...]: cerca vie praticabili perché la pace sia più di una parola, cioè istituzioni credibili, garanzie verificabili, negoziati pazienti, prevenzione dei conflitti e tutela dei civili” (MH, 218).

La Dottrina sociale fornisce, così, una grammatica per leggere con realismo autentico il nostro tempo: la diffusione delle tecnologie digitali e dell’intelligenza artificiale nel lavoro, nell’educazione, nelle relazioni tra persone e nazioni, le questioni della guerra, la ricerca della verità. Essa ci aiuta - e in questo la guida di papa Leone XIV ci sostiene ad ogni passo - a rispondere a domande ineludibili: “dove stiamo andando? Verso quale meta desideriamo orientarci? Quale direzione scegliere come comunità umana e come popoli?” (MH, 6).

La dignità della persona

Il punto di riferimento principale, centrale, decisivo per ogni risposta degna dell’umano è la dignità infinita di ogni persona umana, dal concepimento sino alla morte naturale. Papa Leone riconosce con precisione la parola «dignità» in molti significati complementari: la dignità morale (il modo in cui una persona orienta le proprie scelte), la dignità sociale (le condizioni di vita e il rispetto che le viene riconosciuto dalla società), la dignità esistenziale (il modo in cui una persona percepisce il valore di sé e della propria vita). Ma c’è un livello più profondo e più importante, quello “che appartiene a ogni essere umano semplicemente per il fatto di esistere, di essere stato voluto, creato e amato da Dio”. Ecco l’affermazione fondamentale: “la dignità fondamentale di ogni persona non si acquisisce e non si merita, né ha bisogno di essere dimostrata” (MH, 52).

Qui si innestano gli altri principi della tradizione della Dottrina della Chiesa, applicati ad una rilettura sapiente del nostro mondo: il bene comune, la destinazione universale dei beni, la sussidiarietà, la solidarietà, la giustizia sociale (MH, 59-81).

La via di Neemia

Il Papa descrive due modelli contrapposti per costruire il nostro mondo, attraverso due immagini bibliche: la torre di Babele e la ricostruzione delle mura di Gerusalemme da parte di Neemia. A Babele, gli esseri umani vogliono garantirsi stabilità e potere senza riferimento a Dio, sostenuti da un’uniformità che elimina la diversità e che, invece della comunione, sceglie l’omologazione (MH, 7). Troviamo qui la tentazione di chi cerca di garantirsi potenza, forza ed immortalità mediante le sole proprie forze, attraverso la tecnologia e il potere che essa può garantire a questo progetto si contrappone Neemia, un ebreo al servizio del re persiano che, al ritorno dei deportati di Israele, in un periodo di grande vulnerabilità del popolo, si impegna per la ricostruzione delle mura di Gerusalemme.

Dall’inizio alla fine dell’enciclica, Neemia ci viene presentato come modello: si pone in preghiera, “convoca le famiglie, affida a ciascuna un tratto di muro da ricostruire, ascolta le paure, coordina gli sforzi, fronteggia le opposizioni. Il racconto mostra come la città rinasca non grazie all’iniziativa di una singola persona, ma attraverso la responsabilità condivisa di tutto il popolo: sacerdoti, artigiani, capifamiglia, donne e giovani. È un’opera che ha Dio al centro e ricostruisce i legami prima ancora delle pietre” (MH, 7).

Le relazioni tra le persone stanno al centro, la partecipazione di tutti secondo le proprie capacità è la carta vincente, che genera l’armonia delle differenze, la comunione tra persone non omologate ma accomunate dall’amore. “Neemia ascolta il grido di una città ferita, porta quel dolore nella preghiera, discerne davanti a Dio, chiede aiuto, ottiene il permesso di partire, organizza il lavoro, affronta resistenze interne ed esterne e, mattone dopo mattone, ricostruisce con il popolo le mura di Gerusalemme” (MH, 241).

Papa Leone vi riconosce la “parabola luminosa della nostra vocazione ad essere, nel tempo della trasformazione digitale, non spettatori rassegnati di fratture sociali e culturali, non semplici commentatori delle rovine, ma donne e uomini che entrano nei cantieri della storia [...] per rialzare ciò che è crollato e proteggere ciò che è esposto” (MH, 241). Seguendone l’ispirazione, la Dottrina sociale diventa “una teologia della comunione nella storia; un luogo in cui la Parola, divenuta carne, continua a farsi dialogo, memoria e profezia” (MH, 27).

La grazia, l’Eucaristia, la sinodalità

La grandezza dell’umano non si realizza nel superamento di ogni limite creaturale, ma nell’accoglienza grata del dono di sapersi riconoscere creatura limitata, fragile, eppure infinitamente amata, dotata di “dignità infinita” (MH, 53). È possibile vivere un autentico “più che umano”: il “compimento che non deriva da una divinizzazione tecnologica, ma da quella operata dalla grazia di Dio ricevuta in Cristo. La fede conosce un «oltre» che nasce dal dono di Dio. Questa trasformazione è opera dello Spirito Santo” (MH, 127).

E se è vero che c’è una distanza infinita tra la vita in Dio e la nostra natura, è tuttavia “possibile inserirci nel seno di quella vita inesauribile, anche mentre camminiamo tra i limiti di questo mondo. E chi rende possibile questo cammino può essere solo l’Infinito che si dona: è Dio stesso che supera la sproporzione «infinita»” (MH, 127).

“Il futuro di una persona non è calcolabile, ma è affidato alla sua libertà, elevata dall’inesauribile grazia divina e ai legami che coltiva” (MH, 128).

Per questo il Papa ci indirizza al centro stesso del mistero della Chiesa, alla necessità di una spiritualità eucaristica per l’impegno dei cristiani nel mondo: “una spiritualità dell’unità ecclesiale nell’amore. L’Incarnazione e la Pasqua rivelano Dio che entra nella nostra condizione umana e la trasfigura nel dono di sé” (MH, 234). Qui si fonda la capacità di “edificare sulla roccia della relazione con Dio” (MH, 11), di “accettare il limite e la fragilità dell’umanità senza considerarli un errore da correggere” (MH, 12). Qui troviamo il motivo e lo stimolo ad una “corresponsabilità coraggiosa” (MH, 13) nella costruzione di un mondo dove tutti possano fiorire, parlando un “linguaggio veramente evangelico” (MH, 14). Qui risuona “il dovere urgente di restare profondamente umani, custodendo con amore quella magnifica umanità che ci è stata donata e mostrata nella sua pienezza in Cristo, e che nessuna macchina potrà mai sostituire nel suo splendore” (MH, 15).

Non stupiamoci se il Papa collega queste riflessioni sull’umano nel tempo dell’intelligenza artificiale alla “pratica della sinodalità”, come contributo proprio della comunità cristiana: è il modo di percorrere la via di Neemia, accogliendo la chiamata a “lavorare insieme, coltivando una vita comune pacifica, giusta e dignitosa, nelle «città» di oggi”. I principi della Dottrina sociale devono diventare grammatica anche per la vita delle nostre parrocchie e comunità cristiane.

Spero di aver stimolato il desiderio di leggere e di studiare l’enciclica Magnifica humanitas. Sono tanti i temi che non ho potuto toccare. Più che approfondire le questioni dell’intelligenza artificiale (aspetto peraltro importante), l’enciclica ci invita ad andare in profondità, al fondamento della nostra umanità. Siamo chiamati come comunità a dare il nostro contributo all’umanizzazione del nostro tempo, così necessaria ed urgente. Ringraziamo per la guida preziosa di papa Leone XIV in questo cammino.

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