Purtroppo, questi sono anni calamitosi, nei quali più di qualche potenza e gruppo armato sono animati...
Enzo Bianchi, una vita in dialogo
Unità, dialogo, ricerca, non necessariamente in quest’ordine. Si può sintetizzare con queste tre parole la cifra spirituale di Enzo Bianchi, monaco, fondatore e priore della Comunità monastica di Bose, punto di riferimento di generazioni di cattolici e di una schiera molto folta di non credenti, morto oggi a 83 anni all’ospedale Molinette di Torino. Scrittore e autore di numerosi saggi, aveva collaborato nel corso degli anni con importanti quotidiani e riviste. E’ stato inoltre fondatore delle Edizioni Qiqajon, la casa editrice della Comunità di Bose.
Nel 2000, dopo l’allontanamento per volontà della Santa Sede dalla sua comunità nel Biellese, che aveva guidato fa priore fino al 2017, Enzo Bianchi ha vissuto dapprima a Torino, ospite in casa di amici e poi nel 2021 in una filiale nel monastero in Toscana. A 80 anni, fonda la fraternità monastica Casa della Madia e nonostante la malattia, durante quello che definisce un “nuovo inizio” non smette di incontrare “fratelli e sorelle”, viaggiare e progettare il futuro: negli ultimi mesi, ha partecipato ai funerali del suo amico don Antonio Mazzi, ma non è riuscito a passare un pò di tempo al mare della sua amata Sardegna. Nonostante ciò, la sua agenda era ancora piena di impegni: questo autunno, ad esempio, avrebbe dovuto guidare un corso per cuochi. Si è avverato, così, uno degli imperativi affidati alle pagine di uno dei suoi libri: dare “vita ai giorni e non giorni alla vita”, fino alla fine.
A Bose chiunque bussava alla porta viene accolto, senza che gli venisse chiesto il suo nome: giovani in ricerca, senzatetto, politici, preti, filosofi come Umberto Galimberti e Massimo Cacciari o cantautori come Lucio Dalla e Vinicio Capossela, protagonista con lui il 31 maggio scorso di una serata a Mondovì. Perché l’essenza e il fascino di Bose è l’accoglienza come cifra distintiva della “differenza” cristiana: la fraternità era la parola d’ordine che consentiva a cattolici e protestanti di vivere insieme il celibato e una vita fatta di preghiera, contemplazione e silenzio, meditando in profondità la Scrittura e nello stesso tempo lavorando in mezzo agli altri come infermieri, inseganti, operai. Un “ecumenismo in azione” che ha fatto di Enzo Bianchi uno dei primi interpreti dei dettami del Concilio, lui che poteva annoverare tra gli amici frére Roger Schutz, il fondatore della Comunità di Taizé, e il patriarca ortodosso Atenagora.
Nato il 3 marzo del 1943 a Castel Boglione, dove sarà sepolto, nell’infanzia ha dovuto fare i conti con la perdita della mamma, restando in casa con un padre ateo e comunista che gli ha insegnato ad amare i più poveri. Dopo il diploma in ragioneria, ha intrapreso gli studi in Economia all’Università, ma presto li ha abbandonati per andare a vivere in solitudine in una piccola cascina nella frazione di Bose a Magnano (Biella). Tre anni dopo, nel 1968, la Comunità di Bose – inizialmente formata da un gruppo di amici, uomini e donne – ha cominciato a muovere i primi passi, non senza tensioni con le autorità ecclesiastiche. Nel 2000 è stata riconosciuta come associazione privata di fedeli.
“Un cristiano, un monaco, che con una certa distanza dalla vita del mondo osserva, pensa per poi condividere i pensieri preoccupato di dialogare anche con i non cristiani”.
Con queste parole Enzo Bianchi, nel 2024, spiegava la sua vocazione monastica, tracciando una sorta di bilancio della sua vita: “Perché ciò che mi interessa è l’umanità, quella reale che s’incontra qui e ora sulle diverse strade percorse insieme. E mi sembra di aver accompagnato un mutamento nella società e nella chiesa. Ho osservato eventi catastrofici inattesi: dalla pandemia all’acuirsi della crisi culturale in Europa, dalla rinascita della seduzione della guerra al naufragio della cristianità fino a rischiare di essere ridotta a patrimonio culturale nel nostro Occidente. Il paesaggio umano e religioso è cambiato, un mutamento destinato a continuare”. Ciò che non cambia, però, è la passione per l’uomo e la storia di cui la vicenda del cristiano deve essere nutrita, abbracciandone le contraddizioni, i limiti e le fragilità, accanto alle piccole e grandi gioie quotidiane: “L’esperienza di fede è esperienza di bellezza, di un incontro tanto reale quanto indicibile, di una presenza più intima a noi del nostro stesso intimo”.



