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Il cardinale Pizzaballa a Jesolo: mettersi in gioco e rischiare per la pace

Duplice incontro ieri, mercoledì 8 luglio, sul litorale veneziano: celebrazione solenne con il patriarca di Venezia, Francesco Moraglia, e incontro con la cittadinanza
09/07/2026

“La pace in Terrasanta non scoppierà a breve. L’odio, le parole atte a deumanizzazione l’altro, le ferite sulla carne delle persone sono troppo profonde e richiederanno molto tempo per essere guarite. Ma sotto le macerie della distruzione più totale, sta crescendo una nuova generazione di uomini e donne che rifiuta la violenza ed è pronta a mettersi in gioco per la pace. Saranno loro a sanare queste ferite profonde”.

Questo il pensiero del patriarca di Gerusalemme, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, ieri sera in visita a Jesolo assieme al patriarca di Venezia, Francesco Moraglia, in due partecipati incontri con la comunità dei fedeli nella chiesa di piazza Trieste e con la cittadinanza, in piazza Mazzini. Presenti alla serata numerose autorità militari e civili: il vicepresidente del Veneto, lo jesolano Lucas Pavanetto, il sindaco di Jesolo, Christofer De Zotti, la sindaca di Musile, Silvia Susanna e il sindaco di S. Donà, Alberto Teso.

La messa con i fedeli nella chiesa di Piazza Trieste

Alle ore 18.30 i due patriarchi hanno concelebrato la Messa solenne presso la chiesa di Santa Maria Ausiliatrice in piazza Trieste. Le Letture, tratte dal libro di Osea e dal Vangelo di Matteo, hanno offerto al cardinale numerosi spunti di riflessione. Da un lato il provocatorio profeta Osea, che mette in guardia il popolo di Israele che non stava vivendo secondo la Legge del Signore: “Ne pagherete le conseguenze, non avrete più re” il suo ammonimento. Dall’altro, la lettura del Vangelo di Matteo, nel quale Gesù dà ai suoi discepoli il compito discacciare gli spiriti impuri: il diavolo, ovvero tutto ciò che divide. Da qui l’invito a cercare il Signore, ordinando la vita secondo la sua legge e facendo unità. La Terrasanta descritta dal cardinale Pizzaballa è una terra lacerata da divisioni estreme, che hanno creato un clima di sfiducia, odio e rancore dentro le società. Violenza non solo materiale, ma presente nella cultura e nel linguaggio, che ha portato alla deumanizzazione dell’altro, prima a parole e poi con i fatti: “Gesù ci suggerisce di portare la presenza di Cristo, rompendo i muri, cercando il volto di Dio e ritrovandolo nel volto del fratello e della sorella”. Ma in Terrasanta le soluzioni al conflitto sono ancora lontane: “Le ferite profonde chiederanno molto tempo per guarire. Ma servono persone disposte a mettersi in gioco e che portino parole di guarigione. In entrambe le tre religioni ci sono oggi persone disposte a mettersi in gioco per la pace e dobbiamo sostenerle, perché saranno loro a sanare e guarire queste ferite” conclude.

Al termine della celebrazione, il patriarca Moraglia ha ammonito a sua volta: “Abbiamo creato condizioni di scandalo ai bambini: vivono e giocano nelle fogne, sono morsi dai topi nelle tendopoli. La geopolitica sembra giocare contro i più fragili, donne e bambini”.

“Non ci arrenderemo e faremo di tutto per dire una parola diversa: un seme piccolo e fragile, che non lascerà decidere loro il futuro di quei bambini. In questo essere parola di bene e positiva, il Signore ci aiuterà” la risposta del cardinale Pizzaballa.

L’incontro con la cittadinanza in piazza Mazzini

La serata si è spostata in piazza Mazzini, dove il cardinale Pizzaballa è stato intervistato da Matteo Matzuzzi, giornalista e vaticanista per Il Foglio. La conversazione ha toccato i punti salienti della lettera pastorale “Tornarono a Gerusalemme con grande gioia”, recentemente pubblicata dal cardinale. Con la sua voce e la sua presenza, ferma e calma, il cardinale ha catturato l’attenzione dei numerosi presenti.

Durante l’intervista, il patriarca Pizzaballa ha fornito una chiave per non scivolare nel cinismo e nella rassegnazione: “Noi come cristiani dobbiamo uscire dal circolo vizioso di odio e rancore, proponendo qualcosa che ci contraddistingue, anche provocando e creando discussione. È sempre possibile cambiare, ma è necessario rischiare qualcosa” spiega. Ci si è quindi interrogati su quale pace si possa immaginare, un domani, in Terrasanta: “La deumanizzazione e l’idea che i conflitti si risolvano solo con la forza fallirà” spiega: “Sia in Palestina che in Israele vi è una parte sana della società civile che rifiuta la guerra come strumento di soluzione dei conflitti. Lo scorso giugno, ad esempio, sono stato fra gli studenti di Gaza. Questi 600 giovani si sono alzati in piedi ad applaudire quando ho detto di rifiutare ogni forma di violenza. Anche a Tel Aviv migliaia di giovani protestano chiedendo la fine di guerra e violenza. Purtroppo, questo non è il loro momento. La pace dovrà partire dall’ascolto dell’altro, capendo chi è e come vive, sente e soffre, ma senza proiettare su di lui le nostre attese. Il dialogo non è slogan: per portarlo avanti serve partire dai territori, fare rete e ascoltarsi. La riconciliazione ha bisogno di tempo, perché le ferite sono nella carne delle persone”.

E noi, in Italia, cosa possiamo fare? La risposta del cardinale è chiara: “Anzitutto tenere alta l’attenzione, parlandone; pregare, perché questo cambia il modo di vedere le cose; infine, creare occasioni di incontro e informazione”.

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