martedì, 12 maggio 2026
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Al via l’8 maggio “Treviso finestra sulle dolomiti” con don Paolo Slompo

Il sacerdote diocesano dottore in Scienze forestali: “La mia esperienza in montagna non è fatta solo di vette raggiunte, ma anche di una collezione di quasi vette e di rinunce sagge. Andare in montagna, per come la vivo io, è l’arte di gestire l’incertezza”

Debutta venerdì 8 maggio l’edizione 2026 di Treviso finestra sulle Dolomiti, promossa dalla Vita del popolo in collaborazione con Aldo Spilimbergo. La serata, nel teatro di casa Toniolo, a partire dalle 20.30, avrò come relatore don Paolo Slompo, sacerdote diocesano, dottore in Scienze forestali e ambientali, appassionato arrampicatore che parlerà di “Sentieri interiori: incontrare se stessi un passo alla volta”. La seconda serata, il 15 maggio, ha per tema: “Cambiamenti demografici ed economici nel territorio della Magnifica Comunità del Cadore”, di cui parlerà Diego Cason, sociologo. L’ultima serata, il 22 maggio, “La Tavolozza cadorina: una finestra artistica sulle Dolomiti del Cadore” ospita Matteo Da Deppo, storico dell’arte.

Ospitiamo una riflessione di don Paolo Slompo, sul tema che lo vede protagonista.

“Quando mi è stata proposta una serata, in cui raccontare la mia esperienza in montagna, all’inizio è nata in me una grande emozione. La montagna fa parte, infatti, del mio vissuto fin da bambino, quando, con mio nonno e mio papà, muovevo i miei primi passi tra i sentieri dei boschi del Lagorai. Poi, ciò che si è mosso dentro di me, non aveva a che fare con l’altezza delle cime raggiunte o con la difficoltà dei gradi delle pareti di roccia: riguardava soprattutto il perché. Perché, in un’epoca che ci vuole comodi, protetti e connessi, si decide di allontanarsi da tutto questo per giungere in luoghi dove il silenzio è quasi assordante e la capacità di adattamento all’ambiente severo, diventa la strada da percorrere anche per lunghe giornate.

Non mi reputo un forte alpinista (anzi), solo qualcuno che ha avuto la fortuna di incontrare delle persone che in montagna se la sapevano cavare bene e ha “rubato” loro un po’ il mestiere.

La mia esperienza in montagna non è fatta solo di vette raggiunte, ma anche di una collezione di «quasi» vette e di rinunce sagge. Andare in montagna, per come l’ho vissuta io, è «l’arte di gestire l’incertezza»: non sai come si presenterà il sentiero per tutto il percorso, non conosci se la parete opporrà una troppo forte resistenza alle tue capacità, non sai se il tuo compagno ti accompagnerà fino alla vetta o se sarai tu - stremato - a dovergli dire di tornare giù, non si conosce mai con certezza il meteo e le «brutte sorprese» sono sempre all’ordine del giorno. Questo non può far altro che allenare il proprio senso di fiducia in se stessi, nei compagni accanto a te, nel materiale a tua disposizione, nel buon Dio che accompagna tutti i nostri passi. Scriveva Reinhold Stecher (vescovo e alpinista): «Molte sono le vie che portano al Signore, una di queste va sui monti». Sì, la montagna per me è unita anche alla mia esperienza di fede.

E ti ritrovi a stringerti i lacci degli scarponi al buio di un rifugio e la montagna ti appare come un gigante indifferente. Non è lì per sfidarti, è semplicemente lì. Semmai – anche ci fosse - la sfida è tutta interna. La montagna è lì prima di te e sarà lì dopo di te. Non ci sono montagne buone o cattive, ci sono solo montagne. La montagna insegna a essere umili, perché in alcune circostanze è lei a diventare una severa insegnante. Diceva Edmund Viesturs (alpinista statunitense): «Arrivare in cima è opzionale, tornare giù è obbligatorio».

Arrivare in cima è un’esplosione di gioia, poi bisogna tornare indietro. A volte capita di essere anche troppo stanchi per festeggiare, ma è lì, guardando l’orizzonte, che scopri accanto a te altre cime, che ciò che ti circonda è un paradiso e che vale la pena ammirarlo e custodirlo.

Credo che ciascuno abbia le proprie montagne da scalare e spesso non sono fatte di roccia. Ognuno ha probabilmente la sua parete o le sue pareti personali. Walter Bonatti (fuoriclasse italiano) diceva: “Perché, alla fine, non scaliamo le montagne, ma noi stessi”.

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