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Primo maggio: “La denatalità si sconfigge con un posto stabile”

L’intervento del presidente di Famiglie 2000, un maggior equilibrio tra famiglia e lavoro deve coinvolgere anche i contratti a tempo determinato

Come il resto del Paese, anche il Veneto e il nostro territorio sta vivendo una vera e proprio “glaciazione demografica”. Nascono pochi bambini, abbiamo un tasso di fecondità tra i più bassi in Europa, la popolazione over 65 ha ormai superato il 25% del totale regionale. Entro il 2040 la popolazione del Veneto subirà un calo di quasi 400 mila abitanti.

Si tratta di una previsione che non può lasciarci indifferenti, perché le conseguenze riguardano molteplici aspetti che impattano direttamente le nostre comunità: una progressiva chiusura di classi o di intere scuole, una crescente necessità di aumentare i servizi per una popolazione anziana via via crescente, una carenza di manodopera per le imprese e le amministrazioni locali.

Molte delle politiche previste dall’attuale Governo sono mirate a promuovere un maggior equilibrio tra famiglia e lavoro e a incrementare i livelli di fecondità, probabilmente con l’intenzione di aumentare il numero di figli per donna. Ma si tratta di agevolazioni riservate soltanto alle lavoratrici dipendenti con contratto a tempo indeterminato, che escludono, quindi, le lavoratrici con un contratto a tempo determinato, una platea che rappresenta un terzo delle donne di età compresa tra i 25 e 34, una fascia cruciale per la fecondità.

Secondo recenti studi, le donne hanno non soltanto una probabilità di lavorare e un salario inferiori a quello degli uomini, ma anche una probabilità di avere un contratto a tempo indeterminato sensibilmente più bassa degli uomini. Non solo, la precarietà lavorativa delle donne condiziona le scelte di fecondità, riducendo la probabilità di avere figli. Come se da parte delle imprese ci fosse una discriminazione nei confronti delle donne in età fertile, che limita le loro opportunità di accesso a un contratto stabile.

E’, quindi, l’instabilità occupazionale delle donne (il lavoro precario o la disoccupazione) a influenzare negativamente le scelte di maternità, soprattutto per la prima nascita e in misura minore per le seconde (o ulteriori) nascite.

Favorire l’armonizzazione tra famiglia e lavoro ha certamente effetti positivi sulla partecipazione al lavoro delle donne (ricordiamo che siamo il Paese con il più basso tasso di occupazione femminile in Europa, ma solo favorendo l’accesso delle donne al tempo indeterminato si otterrebbero effetti positivi sulla fecondità, innescando un circolo virtuoso che ridurrebbe gli svantaggi lavorativi associati alla maternità.

Se al contrario i sostegni economici andranno a beneficio delle sole lavoratrici con contratti stabili (e con almeno due figli), si rischia non solo di escludere una platea importante di donne lavoratrici, ma anche non avere effetti positivi rilevanti sui livelli di fecondità, presupposto indispensabile per contrastare il declino demografico del nostro Paese.

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