All’inizio del loro appuntamento d’autunno, i Vescovi, riuniti nel Consiglio permanente della Cei, hanno...
Non è un fuoco di paglia
Almeno stando ai numeri.
La nuova vitalità della fede si concretizza nelle numerose domande di persone che chiedono il Battesimo e la Confermazione. Si tratta di giovani adulti, tra i 25 e i 35 anni, ma anche di liceali, tra i 16 e i 18. Nel 2025 sono stati 21 mila in tutta la Francia, l’anno precedente 17 mila e prima ancora 15 mila. Certamente la realtà è più complessa e sfumata rispetto ai soli dati statistici e ovviamente in proporzione alla popolazione totale della Francia possono apparire esigui, ma non si tratta certamente di un fuoco di paglia.
Dai numeri alle persone
In una recente intervista rilasciata ad agosto ad Avvenire, il cardinale Jean-Marc Aveline, arcivescovo di Marsiglia e presidente dei vescovi francesi, ha affermato che “c’è la tentazione di essere fieri di queste cifre, persino confrontandoci tra diocesi, chi ne ha di più o di meno, è umano. Il vaccino contro questa tentazione è renderci conto che i cammini attraverso i quali questi giovani sono arrivati non sono quelli che avevamo preparato per loro. Noi abbiamo allestito il cammino per arrivare alla porta, ma sono entrati dalla finestra. Dobbiamo cooperare con lo Spirito Santo, è lui che prepara questi percorsi”. Questa osservazione esprime la consapevolezza di un fenomeno nuovo ed imprevisto. In ogni caso non programmato o pianificato. Dopo decenni di desertificazione, il germoglio della fede sembra spuntare dal nulla. Nella stessa intervista, il cardinale ricorda l’importanza della formazione all’intelligenza della fede perché “a volte questi percorsi partono da una forte emozione, ma poi c’è la necessità di entrare nel mistero della fede, in ciò che la rende originale”. Questa esigenza di dare fondamento all’esperienza della fede è strutturale per il cristianesimo e rappresenta uno stimolo anche per il nostro contesto italiano, che sta vivendo una profonda trasformazione.
Per una “giusta laicità”
In questa cornice si è inserito il viaggio apostolico di papa Leone, durante il quale, nell’intervento all’Eliseo ha tentato di ricucire il rapporto con la comunità civile, parlando di una “giusta laicità”, cioè un modello di laicità che, a differenza di quella costituzionalmente prevista, non esclude la dimensione religiosa dalla sfera pubblica o dall’istruzione, ma al contrario la valorizza come una risorsa educativa e sociale al servizio del bene comune. Secondo Leone XIV, la vera laicità si fonda su tre pilastri principali: il dialogo, la collaborazione e la tutela della diversità. Lo Stato e le istituzioni religiose non devono ignorarsi o separarsi in modo assoluto, ma devono dialogare e unire le forze per il bene della società. In un passaggio del suo discorso ha affermato che “il cristiano coinvolto nella vita pubblica, che agisce alla luce della propria coscienza illuminata dalla fede, non può essere considerato un proselitista o una minaccia all’unità della patria”. Non si è trattato solo di un tentativo di riconciliazione prevalentemente intellettuale, come fu quello di Benedetto XVI, ma di un reale tendere la mano, simbolicamente rappresentato dal momento di preghiera nella rinnovata cattedrale di Notre Dame.
Un nuovo inizio
Una biografa di Leone, Elise Ann Allen, ha sintetizzato l’azione di papa Leone come un lavoro di tessitura dopo anni di strappi, descrivendo la sua strategia diplomatica come ispirata da una “teologia della concordia”. Forse è ancora troppo presto per dirlo, ma certamente l’agenda dei viaggi realizzati in Francia e Spagna e quello annunciato in Perù, Uruguay e Argentina delineano una precisa strategia di riconciliazione che, almeno nelle intenzioni, potrebbe nuovamente riaccreditare la Chiesa nello scenario globale.



