venerdì, 17 aprile 2026
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Il punto sull’Iran: situazione sempre complessa

“Il regime iraniano ha pagato un prezzo, ma ha ottenuto più di quanto si aspettasse. Il prezzo maggiore, come avviene da oltre un secolo, lo sta comunque pagando il popolo iraniano”. E’ il primo commento che ci fa il professore Lorenzo Kamel, docente di storia internazionale all’università di Torino e alla Luiss di Roma

I colloqui tra Stati Uniti e Iran a Islamabad di sabato 11 aprile si sono conclusi senza un accordo, con entrambe le parti che si accusano a vicenda per il fallimento dei negoziati, durati 21 ore. E ora da lunedì sera è in corso il blocco navale dello stretto di Hormuz. Secondo gli analisti, il blocco statunitense contro l’Iran aggraverebbe la crisi energetica globale, mentre i prezzi dei carburanti stanno continuando a salire.

La situazione è estremamente complessa oggi, con una guerra in corso, iniziata da un attacco unilaterale e illegale – secondo il diritto internazionale – israelo-statunitense che rischia di espandersi in tutta la regione se non addirittura oltre. Il regime resiste seppur indebolito dopo l’uccisione di Khamenei e di altri leader politici e militari. La popolazione è divisa, impaurita, attraversata da sentimenti contraddittori e da nuove difficoltà quotidiane.

La tregua di due settimane tra Usa e Iran, appare come un time-out strategico

“Nessuno vince in modo chiaro in questo genere di situazioni, ma di certo, senza questa guerra, l’Iran non sarebbe stato in grado di stabilire un controllo unilaterale sullo stretto di Hormuz, che per molti versi è più efficace di qualsiasi arma. Il regime iraniano ha pagato un prezzo, ma ha ottenuto più di quanto si aspettasse. Il prezzo maggiore, come avviene da oltre un secolo, lo sta comunque pagando il popolo iraniano”. E’ il primo commento che ci fa il professore Lorenzo Kamel, docente di storia internazionale all’università di Torino e alla Luiss di Roma.

Dopo il presumibile nulla di fatto dei negoziati di sabato scorso, la situazione assomiglia sempre più ad una palude geopolitica. “Washington riteneva che l’assassinio di Khamenei avrebbe silurato il regime iraniano e ne avrebbe provocato il crollo - ci spiega Kamel -. Non solo ciò non è accaduto, ma l’amministrazione Trump sta anche deludendo ampiamente i suoi alleati nel Golfo Persico. Trump concentra i sistemi di difesa missilistica su Israele, Giordania e Mediterraneo, lasciando gli stati del Golfo esposti. I falsi amici, secondo un vecchio proverbio scozzese, sono sovente peggiori dei nemici giurati”.

Gli “Accordi di Abramo” come cartastraccia

Tanto invocati da Washington, il conflitto in corso sta rimescolando radicalmente le relazioni nella regione. Assomiglia un po’ ad un contrappasso la situazione venutasi a creare, considerando che uno degli obiettivi non dichiarati (ma evidenti) del potere a Teheran era proprio quello di far saltare l’integrazione di Israele nel Medio Oriente. “Le autorità israeliane stanno facendo del loro meglio – ci spiega il nostro interlocutore - per spingere l’Iran ad attaccare le infrastrutture dei paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC), l’organizzazione intergovernativa che unisce sei stati arabi del Golfo Persico: l’obiettivo è fare in modo che questi ultimi reagiscano attaccando, per rappresaglia, l’Iran. Alcuni missili che gli Stati Uniti hanno usato contro l’Iran hanno una gittata di circa 400 chilometri, il che significa che sono stati lanciati dagli Emirati Arabi Uniti o da altri paesi del Golfo Persico. Qualora gli Emirati Arabi Uniti o altri paesi del GCC decidessero di attaccare l’Iran, non si tratterebbe in senso stretto di una rappresaglia contro l’Iran, bensì di una contro-rappresaglia.”

Pur vero che nonostante l’estrema tensione regionale nessuno dei paesi firmatari degli Accordi di Abramo ha interrotto le relazioni diplomatiche con Israele, la vera sfida per i leader arabi se la guerra si protrae sarà la gestione dell’opinione pubblica interna.

E poi, secondo Kamel, rispetto alle conseguenze economiche del conflitto “Netanyahu sta mirando a prolungare la guerra per indebolire l’intera base economico-industriale dell’Iran, a prescindere da ciò che accadrà ai mercati energetici.” Di questa condotta i Paesi occidentali appaiono indeboliti e in qualche modo consenzienti, continuando a fare affari con la vendita di armi con Israele.

Se gli Accordi di Abramo rischiano di diventare ‘cartastraccia’ sul piano diplomatico, il regime di Teheran sta vivendo una dinamica simile sul piano interno, dove il contratto sociale tra Stato e cittadini è ormai logoro.

Un’economia che continua a dissolversi

Lunedì 13, sul mercato libero di Teheran, ogni dollaro statunitense veniva scambiato a circa 1,55 milioni di rial, mentre prima dell’inizio della guerra era scambiato a 1,28 milioni di rial. Una riduzione del potere di acquisto che si somma all’aumento dei prezzi dei prodotti, in poco più di un mese saliti in media di oltre il 20%.

Il dato del cambio è impressionante. All’inizio del 2018 servivano 42 mila rial per un dollaro pari ad una perdita di valore di oltre il 97%. In pratica, chi guadagnava l’equivalente di mille dollari al mese oggi, con lo stesso stipendio, ne guadagna meno di trenta. Un dato politico, prima ancora che finanziario.

La valuta iraniana sta toccando nuovi minimi storici a causa della persistente crisi economica, che porterà con ogni probabilità ad una sostanziale riduzione della spesa pubblica.

L’Iran ha imparato a sopravvivere sotto sanzioni per decenni, creando una sorta di ‘economia parallela’, ma il sistema sta toccando il fondo.

Licenziamenti ovunque

La situazione per l’economia iraniana, già in difficoltà, potrebbe ulteriormente peggiorare, poiché gli effetti degli attacchi contro le infrastrutture civili diventerà probabilmente più evidente nelle prossime settimane e nei prossimi mesi.

Gli Stati Uniti e Israele hanno bombardato e messo fuori servizio le principali acciaierie, i produttori petrolchimici, i produttori di alluminio, gli aeroporti e gli aerei civili, i porti e le autorità doganali, i ponti e le reti ferroviarie, ma anche di impianti di desalinizzazione dell’acqua nonché degli impianti petroliferi e del gas dell’Iran. E così, tutti i settori dell’economia iraniana colpiti da una combinazione letale di cattiva gestione e corruzione a livello locale, sanzioni, due guerre importanti in meno di un anno e oltre due mesi di interruzione quasi totale di internet a livello nazionale, si trovano a fare i conti con decine di migliaia di licenziamenti.

Anche se la guerra finisse oggi, l’Iran impiegherebbe anni per ricostruirsi, e questo nonostante il Paese si trovasse già sotto sanzioni americane e stesse facendo i conti con una grave crisi finanziaria sfociata anche in proteste di piazza tra dicembre e gennaio.

Hormuz come crocevia

Dopo il nulla di fatto dei primi colloqui di sabato scorso ad Islamabad tra americani e iraniani, il centro del risiko geopolitico è sullo stretto di Hormuz. Se per Teheran il controllo dello Stretto è un punto di forza politico-economica per il resto del mondo costituisce un punto nevralgico per l’approvvigionamento delle forniture energetiche dato che da qui passa circa il 20% delle spedizioni globali di petrolio e gas naturale liquefatto.

Il blocco navale americano dello stretto ha ricevuto molte critiche da parte di Paesi alleati, come Gran Bretagna, Francia e Turchia, oltre che dalla Cina. Secondo i dati di Marine Traffic circa 800 navi di grandi dimensioni tra petroliere, gasiere e portacontainer sono bloccate nel Golfo. Incrociando i dati dell’Organizzazione marittima internazionale (Imo) con quelli delle organizzazioni di settore emerge che la maggior parte delle navi bloccate portano bandiera di Emirati Arabi Uniti, Grecia e Cina.

A riguardo Nicole Grajewski, professoressa associata presso il Centro di ricerca internazionale dell’Istituto di studi politici di Parigi, ha affermato che un blocco statunitense non è “un segnale coercitivo di poco conto”, ma potrebbe piuttosto essere considerato essenzialmente una ripresa della guerra.

Non è così per il Libano

Kamel ci ricorda che “appare assai discutibile invocare, come è avvenuto anche in questi ultimi giorni in Italia e in altri paesi occidentali, il diritto internazionale solo per Hormuz e non per tutto il resto.”

Venendo al contesto regionale ci fa notare come “il Libano, a differenza dell’Iran con Hormuz, non ha alcun potere contrattuale né carte vincenti da esibire nei riguardi di Israele. Il paradosso è che ha solo Hezbollah come carta per contrattare con Israele. Hezbollah rappresenta per un verso una spina nel fianco dello Stato libanese, ma dall’altro è l’unica reale forma di resistenza ai bombardamenti e alle invasioni israeliane”.

Israele, alleato americano, è impegnato su più fronti di guerra: da Gaza al Libano, dalla Siria e ora all’Iran. Per fare questo necessita delle enormi forniture occidentali di armi. “Netanyahu mira a prolungare la guerra - ci spiega il nostro interlocutore - per indebolire l’intera base economico-industriale dell’Iran, a prescindere da ciò che accadrà ai mercati energetici. Trump non condivide pienamente questi obiettivi, ma non ha al momento grande spazio di manovra né una ‘exit strategy’ percorribile. Gli Stati Uniti hanno in larga parte perso il controllo di questa guerra. I loro aerei da guerra si riforniscono di carburante sopra la Siria prima di attaccare l’Iran: è così che Al-Sharaa (attuale presidente siriano, ndr), designato come terrorista dagli Stati Uniti, è diventato un ‘bravo ragazzo’. Tuttavia, la sirianizzazione dell’Iran si presenta come tutt’altro che semplice”.

Tuttavia ci troviamo difronte ad uno dei tanti paradossi: mentre l’Iran proietta forza attraverso i suoi ‘proxy’ (Hezbollah, Hamas, Houthi) per sabotare l’integrazione regionale di Israele, la sua sicurezza interna è resa sempre più vulnerabile per i forti contrasti sociali tra teocrazia e modernità e la lunga crisi economica che sta attraversando il Paese.

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