martedì, 16 aprile 2024
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Navalny, vittima dell’autocrazia russa

La prigione dove è deceduto - un ex gulag del periodo sovietico - si trova nella regione di Yamalo-Nenets ed è nota per le brutali condizioni a cui sono sottoposti i detenuti. Pur lontano da Mosca e impedito a organizzare comizi in vista delle prossime presidenziali di metà marzo, Navalny era considerato una minaccia per il Cremlino.

Tutto è andato come doveva andare secondo l’oliata strategia russa di repressione del dissenso politico. Aleksej Navalny, dissidente politico, attivista nazionalista e populista, è stato ‘silenziato’. Per le sue idee e per il suo desiderio di libertà era stato condannato ad una lunga detenzione in condizioni durissime e umilianti, che avrebbero fiaccato qualsiasi organismo. Giovedì scorso 15 febbraio è morto per cause ignote nella colonia penale artica di Kharp in Siberia.

La prigione dove è deceduto - un ex gulag del periodo sovietico - si trova nella regione di Yamalo-Nenets ed è nota per le brutali condizioni a cui sono sottoposti i detenuti. Pur lontano da Mosca e impedito a organizzare comizi in vista delle prossime presidenziali di metà marzo, Navalny era considerato una minaccia per il Cremlino.

Da quando il dissidente fu avvelenato il 20 agosto 2020 il “caso Navalny” non riguarda più solo il caso di una persona. È diventato una cosa diversa agli occhi dell’opinione pubblica e della politica occidentale, e per una parte dei russi che in lui sperava un possibile cambio di passo per il Paese. Con il confinamento a 1.900 chilometri dalla capitale Mosca, oltre il Circolo polare artico, Putin ha dato a Navalny la dignità di capo di un’opposizione, anche se privo di una massa critica, e di rifermento simbolico all’estero.

Commenti da tutto il mondo dopo la notizia della morte del dissidente e oppositore di Vladimir Putin Aleksej Navalny, seppure da un passato e posizioni controverse.

Ma chi era veramente Navalny? 47enne, figlio di un ufficiale dell’Armata Rossa, cresciuto nelle città militari chiuse agli stranieri intorno a Mosca, laureatosi in giurisprudenza, da giovane è attratto dal nazionalismo russo che non rinnegherà mai. Espresse in alcune occasioni ostilità contro i migranti e le popolazioni caucasiche.

Imbocca, negli anni di ascesa al potere di Putin, la strada della lotta alla corruzione che stava dilagando in Russia. Mostrando di capire la grande potenzialità della rete, Navalny indossa i panni del blogger, denunciando (con nomi, cognomi e prove) tangenti, bustarelle e ruberie di denaro pubblico sia nelle amministrazioni locali fino alle più alte sfere dello Stato.

Promotore e protagonista di manifestazioni anti-corruzione e anti-governo, apertamente dirette contro il presidente russo Vladimir Putin, si fa conoscere sia internamente che all’estero, mettendo a nudo la corruzione dell’oligarchia nel suo Paese, le relazioni discusse con società e governi occidentali e la ‘falsa’ democrazia del sistema politico russo.

Nel 2021, tra le polemiche, ha ricevuto dal Parlamento europeo il premio Sakharov per il coraggio mostrato nella lotta per la libertà, la democrazia e i diritti umani.

Per quanto riguarda la sua vita politica, da registrare che nel 2013, nella corsa a sindaco di Mosca, è arrivato dietro al candidato sindaco nominato da Putin. Nel 2018 invece, sia la Commissione elettorale centrale russa sia la Corte suprema russa lo escluderanno dalle elezioni presidenziali proprio a causa di una precedente condanna penale.

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