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L’ombra della guerra: l’epidemia silenziosa che colpisce 756 milioni di donne

Mentre l’attenzione globale è catturata dai grandi focolai dell’Eurasia e del Medio Oriente, un’evoluzione sistemica della conflittualità sta ridefinendo la demografia della violenza nell’Africa subsahariana.

Nel 2025, quasi una donna su cinque a livello globale (il 19%) viveva entro un raggio di 50 chilometri da un evento bellico mortale. Si tratta di 756 milioni di persone: un record assoluto dalla fine della Guerra Fredda, che documenta come la natura contemporanea dei conflitti non sia solo più frammentata, ma drammaticamente più pervasiva nei confronti delle popolazioni civili.

Il corto raggio della conflittualità

I dati diffusi nei giorni scorsi dal Peace Research Institute Oslo (Prio) delineano un quadro bellico globale senza precedenti. Il 2025 ha registrato il più alto numero di conflitti tra Stati dal 1946 a oggi, imponendosi come il quinto anno più letale dalla fine del confronto bipolare, con circa 255.000 vittime stimate nei vari scenari. Tuttavia, la mortalità e l’impatto della guerra non si distribuiscono in modo omogeneo.

Siri Aas Rustad, curatrice del Rapporto sull’esposizione delle donne nei conflitti dal 1990 al 2025, osserva come “oggi i conflitti colpiscono più donne che in qualsiasi altro momento dalla fine della Guerra Fredda. Questi dati non si limitano a misurare la violenza, ma riflettono milioni di vite segnate dall’insicurezza, dall’interruzione dell’assistenza sanitaria, dalla perdita dell’istruzione e dalla riduzione delle opportunità”.

Per misurare l’esposizione reale della popolazione femminile, i ricercatori del Prio utilizzando i dati dell’Uppsala Conflict Data Program hanno adottato una ‘metrica spaziale’: la prossimità entro 50 chilometri da un evento bellico con esito mortale. I risultati mostrano che il numero di donne che vivono “all’ombra della guerra” è quasi triplicato dal 1990. La percentuale sul totale della popolazione femminile mondiale è salita dal 10% di trentacinque anni fa a quasi il 19% attuale.

L’epicentro subsahariano e la trappola dei conflitti endemici

Se lo sguardo geopolitico dei media occidentali rimane polarizzato sulle dinamiche ad alta intensità in Ucraina, a Gaza o lungo l’asse di tensione tra Washington e Teheran, sulle schermaglie elettorali estive tra Roma e Madrid, i dati parlano chiaro: la vera faglia sismica della violenza globale si trova nell’Africa subsahariana. Non deve perciò stupirci che dalle immagini che ci arrivano da Ceuta molti di quelli che hanno passato la frontiera e sono rimaste siano giovani donne.

L’Africa subsahariana ospita oggi un terzo (240 milioni) di tutte le donne residenti in zone di guerra, un dato quintuplicato rispetto al 2010. Questa impennata è alimentata dalla concomitanza di guerre statali e dall’esplosione dei conflitti non statali (34 focolai censiti nel solo 2025, il dato più alto al mondo).

Accanto alla diffusione territoriale, la variabile più critica è la durata. Il conflitto si sta cronicizzando: nell’Africa subsahariana, l’8,8% delle donne vive in condizioni di guerra ininterrotta da oltre un decennio (contro il 3,7% nel resto del mondo). Oltre il 40% della popolazione femminile dell’area ha vissuto in prossimità di scontro armato nell’ultimo anno.

L’arretramento multilaterale e la spirale dell’insicurezza

A rendere ancora più grave la situazione è la concomitante ritirata degli strumenti classici della diplomazia e della sicurezza internazionale. Il rapporto del Prio mette in luce un tragico cortocircuito sistemico:

Il declino del Peacekeeping: Tra il 2000 e il 2013 sono state avviate 15 nuove missioni di pace delle Nazioni Unite; dal 2013 a oggi ne è stata istituita soltanto una. Si sta gradualmente rinunciando a uno dei meccanismi più efficaci di de-escalation.

Il crollo degli aiuti allo sviluppo: Nel 2025, l’Assistenza Ufficiale allo Sviluppo bilaterale destinata ai Paesi Meno Sviluppati e all’Africa subsahariana ha subito una contrazione drammatica, rispettivamente del 25,8% e del 26,3%.

L’afflusso di armamenti: In parallelo al disimpegno diplomatico e finanziario, si registra un aumento costante dei trasferimenti di armi verso le medesime regioni destabilizzate.

Oltre le armi: l’impatto sistemico sul benessere delle donne

Vivere in prossimità della guerra produce danni collaterali che vanno ben oltre il rischio diretto di ferimento o morte. La cronicizzazione dei conflitti distrugge le infrastrutture sociali ed economiche: aumentano i tassi di mortalità materna, le violenze di genere e l’abbandono scolastico tra le ragazze, mentre il crollo dell’assistenza sanitaria porta a un incremento dei parti non assistiti e alla malnutrizione infantile.

L’incrocio tra i dati sull’esposizione ai conflitti e l’Indice Donne, Pace e Sicurezza (WPS Index) dimostra una correlazione diretta: nei Paesi della regione privi di conflitti nel 2025, il punteggio medio WPS è di 0,631 (in linea con la media globale); nei Paesi in cui oltre il 30% delle donne vive vicino alla guerra, l’indice crolla a 0,466.

Il rapporto evidenzia anche un preoccupante contesto internazionale. Con la diffusione del conflitto, le nuove missioni di pace delle Nazioni Unite sono diventate sempre più rare, gli aiuti allo sviluppo sono diminuiti drasticamente e i trasferimenti di armi verso alcune regioni colpite dal conflitto sono aumentati. Nel complesso, queste tendenze rischiano di aggravare l’instabilità in un momento in cui i bisogni delle donne sono più urgenti che mai.

Invertire queste tendenze richiederà un rinnovato impegno internazionale per la prevenzione dei conflitti, il mantenimento della pace e la cooperazione multilaterale. Senza azioni più incisive, è probabile che il numero di donne che vivono all’ombra della guerra continui ad aumentare”, ha avvertito Rustad.

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