Nel suo messaggio per la Quaresima di quest’anno, papa Leone XIV invita ad ascoltare e a digiunare. Anzitutto...
Nervi saldi di fronte al caos
La Confartigianato della Marca trevigiana ha invitato Paolo Magri, vicepresidente dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi) per cercare qualche indicazione per le proprie imprese di fronte all’età delle incertezze, in cui intraprendere diventa complicato
Gli anti-Schengen, gli anti-austerity, i “Paesi motore”, i russo-critici, i “-exit”. Sono le categorie in cui si frammenta l’“Europa a pezzi”, come è stata descritta in un dossier predisposto dall’Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale di Milano) per il summit Ue27 che si è svolto la scorsa settimana a Bratislava.
“Quella che arriva a Bratislava è un’Europa ‘a pezzi’ - si legge nel dossier -, sempre più divisa al suo interno e con vari raggruppamenti che cambiano a seconda del dossier trattato… Il fatto stesso che il governo slovacco, che organizza il vertice in qualità di presidente di turno del Consiglio, si prepari a presentare un piano per tornare a un’Europa delle nazioni – con un indebolimento delle istituzioni comunitarie – dà il senso di quanto le fratture e la disaffezione verso il progetto europeo siano ormai radicate”.
Ma non è solo un’Europa a pezzi. E’ un mondo in gran confusione, in cui è difficile anche comprendere cosa sta succedendo. Per cercare di orientarsi davanti al grande disordine, Confartigianato della Marca trevigiana ha invitato, martedì 20 settembre, Paolo Magri, vicepresidente e direttore dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi), e direttore delle Relazioni internazionali all’Università Bocconi di Milano. “L’età delle incertezze” è stato l’argomento centrale di questo incontro, all’interno del secondo “Meet”, morale etica e talento, ciclo di appuntamenti sui grandi temi che interessano la vita delle imprese e degli imprenditori. Quindi utile alle nostre imprese artigiane per capire come muoversi, e se muoversi, in questo scenario che vede disordini e insicurezze in tutti i campi, economico, valutario, petrolifero e in tutti i paesi, stabili o emergenti che siano, aggiunti a una insicurezza sociale che ci vede “invasi” nei nostri valori e nei nostri spazi. O almeno la percezione in molte persone è questa. Tante crisi, tante insicurezze che creano ansie e preoccupazioni e che fanno dire che i tempi in cui viviamo sono difficilissimi. Ma è così? Il prof. Magri, supportato dagli studi, non è così convinto.
“Mi hanno riportato una frase che poi ho scoperto essere di Paul Valery, Prevedere il futuro è difficile perché non c’è più il futuro di una volta. Questo vuol dire che da sempre siamo di fronte a trasformazioni. La storia ci deve venire in soccorso per comprendere che stiamo vivendo delle crisi serie, alcune molto serie. Però abbiamo visto di peggio per ogni singola crisi presa individualmente. Adesso c’è sicuramente un caos generale maggiore. Prendiamo ad esempio la Siria: sono cinque anni che ci trasciniamo questa crisi e quando pensavamo si fosse trovato l’accordo con il cessate il fuoco firmato da Usa e Russia, gli Usa bombardano i soldati siriani, e oggi (martedì 20 settembre, ndr) convogli di aiuti umanitari della Croce Rossa vengono colpiti da aerei del governo siriano o dei russi. Nel 1990, la prima guerra del Golfo, gli Usa sotto l’egida dell’Onu, convogliano le forze e intervengono. In Siria adesso ci sono una decina di forze in campo e ognuna con i suoi interessi.
Eppure lei sostiene che il mondo ha vissuto periodi peggiori di questo. E’ davvero così?
E’ così. Oggi abbiamo il problema di gestire l’immigrazione, non abbiamo il controllo del prezzo del petrolio con tutto ciò che comporta... Abbiamo la Turchia che ci tiene sotto scacco... Ma pensiamo a trent’anni fa cosa significava il confronto nucleare tra Usa e Urss. Abbiamo il possibile default di Grecia e Venezuela. Trent’anni fa si parlava dell’America Latina in default. E poi la crisi delle tigri asiatiche contemporanemente. 20/30 anni fa più di metà del mondo era in mano a dittature in tutti i continenti, compresa parte dell’Europa. Adesso è vero, abbiamo un’infinità di crisi che non riusciamo a risolvere: prima la Grexit, ora la Brexit, l’Ucraina, la Siria. Si è inceppato il meccanismo per risolvere i problemi, perché gli Stati non hanno la forza dentro se stessi e tra di loro. Dopo anni di crisi soprattutto economica e sociale, gli elettori cercano nuove risposte politiche. Partiti nazionalisti, a volte xenofobi, stanno ricattando chi è al potere, quando non sono essi stessi già andati al potere. L’Europa è un condominio rissoso di stati che non riesce a rispondere a problematiche globali.
Non infonde molta fiducia, allora, agli imprenditori che in questo contesto devono muoversi?
In realtà a loro dico calma. E’ vero che una volta il rischio politico lo avevo se andavo a far impresa in Costa d’Avorio e ora me lo trovo anche in Gran Bretagna... ma occorre non farsi prendere dalla paralisi dell’incertezza. E’ vero che ci sono quadri negativi, ma forse è anche una positiva scrollata di miti. Ogni zona ha paesi che vanno bene: se il Venezuela crolla, Perù e Colombia vanno bene, lo stesso in Asia con il Vietnam, l’Africa ha buoni tassi di crescita in alcuni Stati come Angola, Mozambico e Kenia. Quindi, io predico nervi saldi e conoscenza dei mercati che, purtroppo, si scontra con le piccole dimensioni delle imprese italiane. Per questo è fondamentale il ruolo delle Associazioni di imprese. La Cina, ad esempio, è un mercato importante e maturo per quel che riguarda le province sulla costa. All’interno è più arretrata e quindi con possibilità di sviluppo maggiore. A questi territori si deve guardare. Ma necessitiamo di informazioni, di muoversi in gruppo.
Come vede il 2017?
Europa e mondo saranno paralizzate dalle elezioni. Le votazioni in Francia e Germania creeranno problemi al nostro Paese soprattutto in merito alla richiesta di flessibilità. I negoziati sulla Brexit non si muoveranno fino a metà del prossimo anno. E poi il risultato delle elezioni in America a novembre avrà un forte peso. Sia che vinca la Clinton o Trump. Ma in generale non sono pessimista: per le nostre imprese, anche piccole, ci sono aree di sbocco, limitate nei numeri il che va bene per le nostre dimensioni ridotte, sia in Asia che in Africa dove l’accresciuto livello di reddito del ceto medio guarda all’Italia come paese di riferimento.
Ritiene che il ruolo dello Stato sia importante in questo momento per accompagnare i nostri imprenditori o che possano “fare da soli” come spesso avvenuto in passato e con esiti anche positivi?
Il ruolo dello Stato a supporto è ancora necessario in alcuni paesi. E c’è da dire che proprio gli imprenditori hanno dato un voto positivo al Governo per il supporto nella politica commerciale. Con l’Ice riformata qualche passo avanti l’abbiamo fatto. D’altronde competiamo con autocrazie che possono fare piani ambiziosi nel lungo periodo. Poniamo ad esempio la Cina: ha investito centinaia di miliardi per creare vie per l’entrata e l’uscita di prodotti dal proprio paese, sia via terra che mare, allargandosi nei paesi che attraversa. Noi in dieci anni anni di negoziazione sulla Brexit scaviamo i buchi nel gruviera. D’altronde abbiamo costruito questo ibrido che è l’Europa in cui alcune cose sono state messe insieme, altre vengono mantenute dal singolo stato, a cominciare dai confini.
L’interessante incontro con il prof. Paolo Magri era il primo del secondo ciclo di Meet, mentre l’appuntamento conclusivo del primo ciclo dedicato al tema fondamentale dell’etica, si terrà al Teatro Eden di Treviso il prossimo 11 novembre in cui interverrà Vittorino Andreoli, psichiatra di fama mondiale.



