lunedì, 21 settembre 2026
Meteo - Tutiempo.net

Rotta Ionica, tra arrivi in crescita e miopia dell'Europa

L'ecatombe si ripete. Ennesima strage di migranti nel mar Ionio. La via seguita da queste persone non è nuova, ed è più costosa di quella che parte dalla Libia

Martedì 13 giugno. Un peschereccio carico di migranti, partito da Tobruk, in Libia, diretto verso l’Italia, lancia una richiesta di soccorso. L’imbarcazione si trova in acque internazionali, nell’area di responsabilità per la ricerca e soccorso in mare greca, a 60 miglia nautiche dalle coste greche e a 260 miglia nautiche dalle coste italiane. A bordo si stima ci siano 750 persone, tra cui un centinaio di bambini.
Il ritardo nei soccorsi e il mal riuscito tentativo di trainare il barcone stracolmo fanno precipitare la situazione. Le condizioni del mare questa volta non c’entrano. Il naufragio è avvenuto nella notte tra martedì e mercoledì al largo di Pylos, minuscolo comune greco di 5mila abitanti affacciato sul mar Ionio, lungo la cosiddetta “rotta turca”. Quella stessa rotta della strage di Cutro, nella costa ionico-calabrese, che ora riparte anche dalle sponde dell’Africa meno sotto pressione dalle navi di Frontex.
Un naufragio che per ora certifica il fallimento degli acclamati accordi che la premier Meloni avrebbe concluso ai primi di giugno con i regimi di Libia e Tunisia sulla questione migratoria, con l’intento di bloccare le partenze dai Paesi di origine e transito per impedire i flussi illegali nel nostro Paese.

Un pesante bilancio
Per l’Unhcr questa di Pylos “potrebbe essere la peggior tragedia marittima in Grecia degli ultimi anni”, mentre per la Commissaria europea per le migrazioni è destinata a entrare nella storia come una delle peggiori tragedie di migranti nel Mediterraneo con un bilancio che rischia di registrare “fino a 600 morti”, molti dei quali non saranno mai ritrovati.
Le immagini strazianti dei corpi recuperati che la televisione greca ha fatto vedere, non ci possono far dimenticare le dimensioni della pietà e del dolore che ritroviamo ben scolpite nella ormai famosa opera in marmo bianco dell’artista Jago, Il Figlio velato, esposta nella chiesa di San Severo, fuori le mura al rione Sanità a Napoli.
Le operazioni di soccorso della Guardia costiera greca, con il supporto di Frontex, nel Peloponneso sud-occidentale dopo il naufragio continuano anche se sono pressoché nulle le speranze di trovare ulteriori superstiti. Finora sono stati recuperati 104 superstiti e, mentre scriviamo, sono meno di un centinaio i corpi recuperati.

Gli antefatti
La nave “Adriana” (questo il suo nome) sarebbe partita vuota dall’Egitto ai primi di giugno e si sarebbe diretta verso la vicina Cirenaica (Libia). Nel porto di Tobruk i migranti sarebbero saliti a bordo. Secondo alcune testimonianze raccolte, avrebbero pagato da 4.000 a 6.000 dollari per salire su quella nave che per loro si è trasformata in una tomba e viaggiato per cinque giorni, senza acqua né cibo, dalla Libia all’Italia, attraversando il Mediterraneo fino al mar Egeo, che diventa poi mar Ionio.
Sullo sfondo, la situazione politica europea e l’accordo raggiunto l’8 giugno scorso dagli Stati membri dell’Unione europea sul nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo, presentato nel settembre 2020, ma ancora inattuato. Il Consiglio “Affari interni” ha approvato il piano, dopo quasi tre anni, ma ora tutto resta demandato al Parlamento europeo per l’approvazione definitiva che nella migliore delle ipotesi è prevista per i primi mesi del 2024.

I limiti della politica europea
Cosa dobbiamo aspettarci dall’Unione europea sui migranti? Al di là delle dichiarazioni iniziali di circostanza, i tempi della politica europea, su questi temi notoriamente divisa, sono lunghi. Lunghissimi. Perché le divisioni sono forti e le posizioni distanti. E intanto in mare si continua a morire.
Un Patto che in nessun punto affronta l’urgente bisogno di un nuovo sistema di soccorso coordinato fra i Paesi membri e del tutto sbilanciato sul fronte della (non obbligatoria) redistribuzione dei migranti, della loro identificazione e della loro espulsione verso i cosiddetti “Paesi terzi sicuri” (Tunisia, Marocco e Egitto in testa). Ma di soccorso non parla nessuno, e nessuno ne parlerà, molto probabilmente, considerando la campagna per le elezioni europee del 2024!

LA ROTTA IONICA

La “rotta ionica” non è né una rotta nuova né una rotta minore. Anzi, è quella in maggiore crescita. I primi arrivi risalgono alla fine dello scorso secolo. Sono soprattutto turchi e iracheni di etnia curda. Arrivarono in migliaia, soprattutto nella Locride, e la loro accoglienza fece storia (non solo Riace). Poi, nel 2010, in seguito agli accordi siglati due anni prima dall’Italia con la Libia del colonnello Gheddafi che portarono alla chiusura per i barconi del Mediterraneo centrale, riprese vita, facendo viaggiare soprattutto afghani, iraniani e iracheni. Rispetto a ieri, sono le stesse organizzazioni criminali turche a gestire gli attraversamenti…

Numeri in crescita. Gli arrivi, pur calati, non sono mai cessati. Anzi, negli ultimi anni sono tornati a crescere, malgrado i miliardi concessi dalla Ue alla Turchia per ospitare i profughi. Numeri da record: da 3.700 nel 2020 a più di 20 mila persone nel 2022.
Nessuna rotta fantasma, come qualcuno dopo la tragedia di Cutro ha definito questo percorso via mare della rotta orientale o balcanica, che collega, con vari percorsi, la Turchia all’Europa con un tragitto che può arrivare a 5 mila chilometri. Dapprima il mare si chiama Egeo, poi diventa Ionio.
Alle spalle, migliaia di chilometri per fuggire da scenari di povertà, da guerre civili o da catastrofi naturali. Ma la “rotta ionica” sta diventando sempre più un’alternativa meno faticosa, meno rischiosa, anche se molto più costosa, rispetto a quella via terra lungo i Balcani. Infatti il punto di partenza è sempre lo stesso, la Turchia, punto di approdo per chi scampa dall’inferno siriano, dal medioevo afghano e yemenita, o dal regime iraniano.

Rotta più costosa. La rotta turca è molto più costosa di quella libica o quella tunisina. Attraversare il Mediterraneo dalla Turchia, può costare dai 3 ai 10 mila euro a persona, ma è più “sicuro”, rispetto agli altri percorsi.
Il prezzo aumenta con il tipo di imbarcazione impiegata: più l’imbarcazione è scassata meno si paga. Il viaggio via mare dura tra i 4 e i 6 giorni. Durante la stagione estiva, le barche passano più inosservate, perché si mescolano alle imbarcazioni di turisti che stazionano davanti alle coste greche e nostre.
Il tariffario prevede anche sconti familiari e per i bambini. E, infatti, sono sempre più le famiglie che si imbarcano dalle coste turche, con molti minori e anche disabili gravi. Afghani, iraniani, siriani, iracheni, curdi, yazidi, palestinesi, pachistani, le nazionalità e le etnie più frequenti. Pochi gli africani.

Le tappe. I migranti sono ammassati in dei centri di raccolta clandestini a Istanbul, poi trasferiti in auto o in pulmino nelle città lungo la costa, dove s’imbarcano. Tra loro ci sono sempre più spesso minori. Alcuni di loro, per pagarsi il passaggio vengono reclutati dalle organizzazioni criminali come “mozzi di bordo”.
Una volta arrivati in Turchia, snodo delle rotte Est-Ovest, i migranti hanno due possibilità. La prima: incamminarsi nell’inferno dell’ex Jugoslavia e dei Paesi dell’Est che, continuano a tirare su muri e sbarramenti di filo spinato. Un cammino che in inverno diventa letale per i più piccoli e i più anziani. La seconda: accorciare il percorso salendo su barconi che fanno tappa in Grecia, oppure tentare direttamente di sbarcare in Italia, in Calabria o in Puglia.

Un fronte caldo. Al settimo anno, mostra sempre più i suoi punti deboli l’accordo fra i Paesi dell’Ue e Turchia innescato, soprattutto, dalla guerra in Siria: accordo in base al quale chi arriva in Grecia, se non ritenuto idoneo a ricevere protezione internazionale, viene rimandato in Turchia. Allo stesso tempo, si è introdotto uno schema di scambio uno a uno secondo il quale per ogni siriano rimandato in Turchia, un altro viene ricollocato in uno Stato membro Ue.
Un accordo che serviva anche a non allontanare troppo dal loro Paese dai 4 ai 5 milioni di sfollati siriani, che si sperava potessero tornare a casa una volta terminato il conflitto, e che invece ora si ritrovano città devastate anche dal terremoto. Per tenere bloccati nei campi profughi (e consentire la manodopera a basso prezzo per lo sviluppo industriale del Paese) l’Ue ha garantito alla Turchia forti finanziamenti. Gli effetti politici del terremoto sembrano aver radicalmente modificato la tenuta di questo sistema di controllo delle frontiere orientali dell’Europa.

Indignazione e omissioni di dignità. Lascia davvero sconvolti che, dopo tutti questi anni e migliaia di morti, l’Europa non abbia messo in piedi un sistema di soccorsi più efficace dello sgangherato scaricabarile a cui assistiamo a ogni allarme.
La strage di Cutro, qualche mese fa, e quella di Pylos in questi giorni, sono tra le più recenti e tragiche manifestazioni della miopia dell’Europa rispetto alla gestione ordinata dei flussi migratori e forse, un po’, anche di quella di ciascuno di noi.

SEGUICI
EDITORIALI
archivio notizie
09/07/2026

La polemica l’ha innescata Flavio Briatore, il noto imprenditore che, quanto a offrire ghiotte occasioni...

TREVISO
il territorio