La polemica l’ha innescata Flavio Briatore, il noto imprenditore che, quanto a offrire ghiotte occasioni...
Ecco il piano per la casa
È legge il cosiddetto Piano Casa, voluto dal Governo Meloni per rilanciare le politiche abitative nazionali e fornire risposte efficaci e strutturate al crescente disagio abitativo che si registra un po’ ovunque in Italia. La Legge n.116 del 2 luglio 2026, pubblicata in Gazzetta Ufficiale, converte il Decreto legislativo 66/2026, introducendo disposizioni urgenti per recuperare il patrimonio di edilizia residenziale pubblica (Erp) e sociale (Ers), incrementare l’offerta abitativa a prezzi accessibili e favorire il partenariato pubblico-privato (Ppp), con semplificazioni procedurali e nuovi strumenti finanziari.
L’obiettivo dichiarato del Piano Casa è arrivare a investire dieci miliardi di euro nei prossimi dieci anni, per rendere disponibili oltre 100 mila case nuove a prezzi calmierati e 600 mila appartamenti ristrutturati (per ora nel decreto le risorse stanziate sono poco più di 1,1 miliardi di euro, il Governo prevede di poter ricavare il resto da vari fondi europei e nazionali e da investimenti privati nei prossimi anni).
Interpellando le categorie degli imprenditori, industriali e artigiani trevigiani, e il sindacato degli inquilini, abbiamo cercato di capire quali opportunità ed eventuali criticità intravedono in questa nuova misura decisa dal Governo, rispetto alla quale si evidenziano aspettative molto elevate, poiché il problema casa esiste, eccome, anche in Veneto, e presenta dimensioni importanti.
Reazione (positiva) delle categorie imprenditoriali, ma con correttivi
Tra i favorevoli, sicuramente, il mondo industriale. Massimo Tonello, delegato di Confindustria Veneto Est al territorio e urbanistica, ha dichiarato: “Guardiamo con favore all’approvazione del Piano Casa del Governo perché, dopo molti anni, rilancia il ruolo dell’housing come leva di welfare, competitività e attrattività dei territori. La casa entra nuovamente nell’agenda delle priorità del Paese. Come Sistema Confindustria e Ance (associazione nazionale costruttori edili) siamo disponibili a contribuire all’attuazione del provvedimento, soprattutto in territori come il nostro, altamente industrializzato, in cui la difficoltà di accesso alle abitazioni potrebbe rappresentare un freno alla crescita delle imprese e del lavoro. Consideriamo, infatti, particolarmente importante, e innovativo, che il Piano Casa non guardi solo alla realizzazione di abitazioni cosiddette Erp, ovvero destinate a persone e famiglie in difficoltà, bensì estenda l’intervento all’ambito dell’edilizia convenzionata, dando così risposta anche alla cosiddetta «fascia grigia», cioè ai quei soggetti che, seppur lavorando regolarmente, non dispongono di un reddito sufficiente per accedere al mercato degli affitti. Occorre considerare che la disponibilità di alloggi a prezzi accessibili (non oltre il 25-30% dello stipendio) non è importante solo per le imprese, ma coinvolge pienamente anche servizi essenziali quali la sanità e l’assistenza, la scuola, la pubblica amministrazione. Come ha detto anche il nostro presidente nazionale, Emanuele Orsini, il Piano Casa è una leva di welfare e di competitività, oltrechè indubbiamente fattore di attrattività per giovani e famiglie, di cui anche questo territorio ha particolarmente bisogno”.
Sul fronte dell’artigianato, anche Armando Sartori, presidente di Confartigianato Imprese Marca Trevigiana, esprime piena condivisione sul Piano Casa “che interessa oltre 7.500 imprese artigiane trevigiane attive nei settori edilizia e impianti, ritenendolo necessario per rispondere a una reale emergenza abitativa. La normativa deve adattarsi ai cambiamenti demografici della popolazione attuale, che registra un invecchiamento generale e una crescita di famiglie monocomponenti, genitori single o nuclei con uno o più figli”.
Sartori si dichiara favorevole altresì alla nomina di un commissario straordinario, che dovrebbe avere la facoltà di operare in deroga al codice degli appalti, per velocizzare la “messa a terra” del Piano, “a patto che vengano comunque preservati i princìpi di massima trasparenza e regolarità. Apprezziamo, inoltre, l’impostazione del piano su due binari temporali: uno di breve termine, per intervenire e recuperare i fabbricati già esistenti, ma attualmente inutilizzabili, e uno di medio termine, dedicato allo sviluppo del cosiddetto housing sociale. Tuttavia, riteniamo che senza adeguate garanzie e risorse finanziarie sarà difficile raggiungere gli obiettivi del Governo. Per questo auspichiamo un intervento di sostegno strutturale da parte dell’Unione Europea”.
Secondo Confartigianato, andrebbero rivisti alcuni meccanismi del partenariato pubblico-privato, in particolare la soglia minima da 1 miliardo di euro e la quota del 30% destinata agli investitori privati, una percentuale che può essere remunerativa in contesti ad alto valore di mercato, ma totalmente insufficiente per attirare investimenti privati in zone periferiche o svantaggiate”.
Per evitare investimenti solo nelle grandi città, Sartori propone di derogare ai vincoli urbanistici rigidi che oggi tengono “ingessati” molti fabbricati, impedendone la ristrutturazione o la demolizione e ricostruzione, di incentivare i privati ad accettare vendite a prezzi concordati o sottostimati, qualora l’immobile venga destinato all’housing sociale, e di introdurre leve fiscali agevolate per il riscatto degli alloggi assegnati, creando una via preferenziale per le giovani coppie.
Più critica la posizione di Stefano Camarotto, presidente di Cna Unimpresa Treviso: “Il rischio concreto è che a beneficiare del Piano Casa - spiega - siano soprattutto le grandi imprese edili, quelle che hanno già i capitali e le dimensioni per partecipare ai grandi progetti, lasciando fuori le piccole imprese artigiane, che sono invece la spina dorsale del settore edile trevigiano. Per questo chiediamo alla Regione Veneto e ai Comuni della Marca trevigiana tre cose precise: bandi suddivisi in lotti funzionali, accessibili anche alle micro e piccole imprese; una quota riservata dei lavori, nei partenariati pubblico-privato, a consorzi e Ati associazioni temporanee di impresa di Pmi locali; tempi certi per i decreti attuativi, poiché senza scadenze definite ogni buona intenzione resta sulla carta”.



