giovedì, 04 giugno 2026
Meteo - Tutiempo.net

Il 2 giugno fu un momento fondativo: la parola ad Antonella Lorenzoni

Antonella Lorenzoni, instancabile presidente dell’Anpi Treviso e membro dell’Istresco, nonché ex docente, ha dedicato una parte importante del suo lavoro alla didattica della memoria

Ex docente al liceo “Da Vinci”, per anni impegnata nel Coordinamento della rete della storia per la provincia di Treviso, componente sezione trevigiana dell’Anpi e del comitato scientifico di Istresco, Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea della Marca trevigiana, la professoressa Antonella Lorenzoni ha dedicato una parte importante del suo lavoro alla didattica della memoria, alla storia nella scuola e ai percorsi di educazione civica e inclusione.

Professoressa Lorenzoni, partiamo dal 1946. Che clima si respirava nel Veneto al momento del referendum istituzionale?

Il referendum del 2 giugno 1946 fu molto partecipato e consapevole in tutto il Veneto. Il voto era stato preparato anche dalle associazioni femminili, in particolare dall’Unione donne italiane e dal Centro italiano femminile. Treviso città si espresse a favore della repubblica, Padova no. Nel Veneto il quadro non fu uniforme, ma ovunque segnato da una forte mobilitazione popolare. Alle spalle c’era la Resistenza, il Comitato di liberazione nazionale, l’impegno delle donne nella Liberazione.

Si temeva un’astensione o una scarsa partecipazione delle donne?

Sì, nello schieramento politico tradizionale c’era un certo sospetto: si pensava che le donne avrebbero votato poco o che sarebbero state influenzate dal mondo cattolico. In realtà, avvenne il contrario. Le donne parteciparono in massa e il tema della partecipazione prevalse su ogni altra appartenenza. Il voto femminile non fu solo un fatto numerico, ma un passaggio culturale decisivo: la democrazia nacque dalla partecipazione di tutti.

Il 1946 segnò anche una rottura generazionale?

Assolutamente sì. Chi votava nel 1946 per la prima volta, a 21 anni, era nato nel 1925 e non aveva mai conosciuto le elezioni. Chi, invece, aveva memoria del voto libero risaliva ai primi del Novecento ed era, comunque, di sesso maschile. C’era, quindi, un vuoto democratico enorme, colmato solo dalla Resistenza e dalla fine del fascismo. Per molti si trattò di un vero e proprio “apprendistato democratico”.

Le donne avevano votato in massa anche alle amministrative di gennaio 1946?

Sì, l’affluenza fu molto alta: circa l’81 per cento. In 5.500 Comuni si recarono alle urne oltre 20 milioni di elettori. Le candidate erano ancora poche e, spesso, in fondo alle liste, ma il dato politico fu chiaro: la partecipazione femminile era ormai strutturale. Molte donne entrarono anche nei Consigli comunali: furono circa duemila le elette. Furono elette tredici sindache.

Quanto incise la Resistenza sul voto?

Molto. La Resistenza non fu solo un evento militare, ma un fattore di ricostruzione civile e politica. Nel secondo dopoguerra si osserva una certa continuità nei comportamenti elettorali. Non dal referendum però, ma dal 1948 in poi, con la contrapposizione tra Fronte popolare e Democrazia cristiana.

Il mondo cattolico ebbe un ruolo decisivo?

Il mondo cattolico veneto aveva radici nel Partito popolare e nelle leghe bianche, con una forte tradizione di cattolicesimo sociale. Nel dopoguerra, la Democrazia cristiana assunse un’impostazione diversa, più conservatrice sul piano sociale, cercava la stabilità istituzionale. Il referendum è un caso a parte. Aldo Moro, ad esempio, contribuì a costruire un rapporto positivo con la Costituente e con l’idea di una democrazia inclusiva. Sposò la posizione di Calamandrei, che considera la Costituzione la “rivoluzione promessa”. Aldo Moro chiederà l’introduzione dello studio della Costituzione nelle scuole.

Le parrocchie quanto influirono sul voto?

Le parrocchie ebbero un ruolo centrale nell’orientare il voto nel 1948. Non così per il referendum. Il voto alla monarchia non coincise con un voto conservatore, forse fu un voto un po’ inesperto, il voto alla Repubblica sposava la giustizia sociale. La società progrediva, pensiamo alla inutile battaglia contro il ballo di alcuni sacerdoti, dopo la Liberazione c’è l’esplosione del ballo.

Monarchia o Repubblica: una scelta davvero consapevole?

Per gli elettori la Repubblica significava chiudere con la guerra e con il fascismo. La Monarchia, invece, era percepita come compromessa con il passato regime e con le leggi razziali. Anche le donne, in questo, non furono “più influenzabili”, come si temeva, volevano chiudere con la guerra.

In conclusione, cosa resta oggi del 1946?

Resta un passaggio fondativo. Il 2 giugno 1946 è il momento in cui la democrazia italiana diventa reale, grazie alla partecipazione di massa e all’ingresso delle donne nella vita politica.

SEGUICI
EDITORIALI
archivio notizie
07/05/2026

Scuola e violenza

Sul piano educativo ci si trova, spesso, disarmati perché se la violenza minorile sta...

16/04/2026

Certo è che nessun capo di Stato ha mai osato tanto.

Il Papa ha denunciato quel delirio di onnipotenza...

TREVISO
il territorio