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Zaia e Salvini, due mosche nel bicchiere: la crisi della Lega spiegata da Paolo Feltrin

L’intervista al politologo su un partito che si trova tra calo di consensi e fuga di militanti. I primi di luglio il vertice di due giorni a Mogliano Veneto
18/06/2026

Due mosche imprigionate in un bicchiere rovesciato. Usa un’immagine forte, il politologo Paolo Feltrin, docente emerito di Scienza della Politica all’Università di Trieste, per descrivere la situazione politica di Matteo Salvini e Luca Zaia. Abituato a parlare in modo “scomodo”, l’analista entra nel merito della crisi “esistenziale” della Lega, non nuova a saliscendi nei consensi (accadde a fine anni Novanta, e poi, ancora, circa dieci anni fa, quando proprio Salvini divenne segretario di un partito al 3 per cento). Stavolta, però, la situazione appare davvero delicata. La linea di destra voluta dal “Capitano” ha trovato nel generale Roberto Vannacci dapprima un compagno di viaggio, ma ben presto un concorrente. Futuro nazionale, la forza politica fondata dal generale, veleggia nei sondaggi oltre il 5 per cento e, anzi, qualche inchiesta ha “fotografato” il sorpasso su una Lega in picchiata.

Messo in discussione sul “suo terreno”, Salvini è costretto a guardare alla parte più moderata del partito, ai presidenti di regione e sindaci che con disagio hanno vissuto la svolta nazionalista del segretario. Infatti, è partita verso Luca Zaia, oggi quasi “disoccupato”, la richiesta di fare il vicesegretario. Ma l’ex presidente del Veneto, pare, ha rifiutato dopo un duro confronto, di fronte al rifiuto di Salvini di creare un “partito del Nord”, sul modello della Csu bavarese. Mai, avrebbe stabilito Salvini, ci sarà “un partito dentro il partito”. Se ne riparlerà ai primi di luglio, proprio nella Marca, a Mogliano Veneto, durante un “conclave” di due giorni dei principali dirigenti leghisti. Nel frattempo, prosegue la “fuga” di parlamentari e amministratori verso Futuro nazionale.

La questione, riflette Feltrin, appare surreale, a partire, appunto, dal mitizzato partito bavarese. Anzitutto, una premessa: “Sempre più, politica locale e politica nazionale sono sganciate, divergono. Non a caso, nelle elezioni locali prevalgono le liste civici, o candidati con un profilo più «civico» che politico”. Vale a dire: non è così semplice portare nella politica nazionale la ricchezza di sindaci e amministratori di cui la Lega ancora dispone, a partire dal Veneto.

Partiamo da Salvini, professore. Il segretario è finito in un vicolo cieco?

Io partirei dall’inizio. Oggi, si tende a dimenticare che Salvini ha preso un partito al 3 per cento e lo ha portato oltre il 30 per cento, prima del successivo calo. Alcune cose le aveva, a mio avviso, capite, a partire dal fatto che, nel 21° secolo, il federalismo non è più attuale. Anche l’efficienza locale dipende da un forte centro, più che dalla vicinanza ai cittadini. L’esempio più evidente è la realtà di Google, un unico sistema usato in tutto il mondo, oppure pensiamo alla carta d’identità elettronica, efficiente perché governata da un unico soggetto. Si tratta di una questione interessante, che mette discussione, in qualche modo, lo stesso principio di sussidiarietà, caro alla stessa Dottrina sociale della Chiesa. Conseguenza di questo ragionamento, è che un partito, per contare, dev’essere nazionale. Ed è quello che ha creato Salvini, al contrario di Umberto Bossi. La Lega, poi, è diventata un partito di destra, dove c’era uno spazio politico. Va sottolineato che, in questi anni, a questa linea non si è contrapposta alcuna alternativa credibile.

Ma ora pare di sì. Zaia, e anche i presidenti di Friuli e Lombardia, Massimiliano Fedriga e Attilio Fontana si contrappongono a Salvini, chiedendo il ritorno a un partito più radicato al Nord e nei territori.

Ma è tutta una contraddizione... Il federalismo interessa a qualcuno? Vogliamo fare addirittura un partito veneto? Se Zaia lo vuole fare, diventa una mosca chiusa in un bicchiere. Mettiamo che l’ex presidente del Veneto diventi segretario nazionale. Cosa fa, il giorno dopo?

Già, cosa fa?

O nega il federalismo, o sotto il Po non prende un voto. Un partito solo veneto avrebbe una percentuale ridicola, a livello nazionale. Un partito del Nord non è realistico. Come fai a immaginare un sotto-partito settentrionale in una forza politica che già prende al Nord la gran parte dei suoi voti? E poi il modello tedesco della Cdu-Csu non è neppure applicabile, con l’attuale legge elettorale. Ma pongo un’altra domanda: chi l’ha detto che Fedriga, Fontana, il trentino Fugatti siano d’accordo con Zaia? Politicamente, sono tutti “figli” di Salvini. Così come la gran parte degli eletti, in Parlamento, nei Consigli regionali... Non dimentichiamo che la cassaforte della Lega è la Lombardia. I giochi passano per di là. Io, sinceramente, non vedo linee alternative credibili, ma solo l’esigenza di dare uno “strapuntino” a Zaia.

Resta il fatto che Salvini, politicamente, non gode di ottima salute, come ne esce lui, e con lui la Lega?

Salvini si è avvitato in una contraddizione interna. Fare, insieme, il partito d’opposizione e di Governo non paga, non puoi fare il barricadero ed essere forza di governo. Dentro a questa contraddizione nasce Vannacci. Il suo iniziale successo dipende da un fenomeno che ormai abbiamo visto tante volte, negli ultimi anni. Esiste un forte malessere popolare, intercettato, perlopiù, da opposizioni radicali. Le domande andrebbero poste sul perché c’è il malessere, non sulle proposte politiche che si manifestano di volta in volta. Perché, quella volta, i tedeschi hanno votato un imbianchino con i baffi? Ma venendo a noi, è evidente che questo malessere esiste, la gente sale sul primo treno che trova, perlopiù, appunto, di opposizione, ma non solo. Negli ultimi decenni, è passato il treno Liga, poi il treno Segni, il treno Lega, ma anche il treno Renzi, il treno Grillo, il treno Salvini, il treno Meloni. Ora, il treno Vannacci. Poi, quando una forza di opposizione radicale va al Governo, il consenso finisce per sgonfiarsi. Dentro a questo schema, Salvini è la seconda mosca bloccata nel bicchiere.

E come se ne esce?

Non ho la palla di vetro. Credo che Salvini possa fare tre cose. Primo: sperare che Vannacci vada “in acido” prime delle elezioni Politiche. Difficile, ma non è escluso, visto che sta imbarcando una quantità industriale di “trombati” di vari partiti, che ambiscono a essere eletti. Al primo intoppo, salta tutto. Giustamente, sia Salvini che Meloni stanno soffiando sulle contraddizioni interne del partito del generale. Secondo: mettere un po’ di cipria al partito, fare una Commissione Nord, una Commissione Sud, un po’ di movimento. Terzo: accentuare la polemica con l’Europa, passare da “Roma ladrona” a “Bruxelles ladrona”. Personalmente, penso che Salvini seguirà soprattutto questa terza strada.

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