Quello italiano è stato un “cammino esemplare della nascita di una democrazia”. Lo ha spiegato, recentemente,...
Punire i più giovani oggi?
Il 22 maggio all’interno della Casa di reclusione di Padova si è tenuto il convegno “Punire i giovani?”. Sono state molte e interessanti le voci coinvolte, e partecipi sono stati anche, con le loro testimonianze, i redattori detenuti di Ristretti Orizzonti, il giornale del “Due Palazzi”, in dialogo con i loro familiari, figli, genitori, fratelli, compagne; circa 70 detenuti hanno partecipato ai lavori. A coordinare la giornata, Adolfo Ceretti, professore ordinario di Criminologia, Università di Milano-Bicocca, e coordinatore scientifico dell’Ufficio per la Mediazione penale di Milano. La Giornata di studi annuale è stata aperta da Maria Gabriella Lusi, direttrice della Casa di reclusione, e ha visto la presenza di circa 500 persone da tutta Italia: operatori penitenziari, del Terzo settore, insegnanti, studenti, magistrati, avvocati, operatori della Giustizia minorile, le assessore del Comune di Padova Margherita Colonnello e Francesca Benciolini.
Si è trattato di un’occasione di scoperta e approfondimento: nonostante il trasferimento dell’Ipm da Treviso a Rovigo, nel nostro territorio resta fondamentale parlare di giovani e imparare a guardare il mondo con il loro punto di vista. Di seguito si riportano sintesi e spunti di alcuni degli interventi più significativi.
Non si può sempre chiedere ai ragazzi di pazientare in attesa di qualcosa. “Credo che questo dimorare sempre più esteso nella tecnologia non aiuti i ragazzi a dare significato alle loro emozioni, a quello che vivono e a ciò che accade loro intorno. A questo si aggiunga il fatto che il mancato dialogo con l’adulto impedisce loro di rielaborare tanti vissuti emotivi”. La riflessione di don Claudio Burgio, fondatore dell’associazione Kayròs per l’accoglienza di adolescenti disagiati e cappellano del carcere minorile Cesare Beccaria di Milano, insegna che “si può sbagliare nell’educazione, ma bisogna osare e bisogna farlo subito; non si può sempre chiedere ai ragazzi di pazientare in attesa di qualcosa: la cittadinanza, il lavoro, una casa”.
Comunità per minori: se è un luogo in cui si sta male non può non generare violenza. Secondo il pedagogista Paolo Tartaglione, presidente della cooperativa Arimo e referente dell’area penale minorile del Coordinamento nazionale delle Comunità di accoglienza (Cnca), “se noi pensiamo che un luogo in cui si sta male non generi violenza, dobbiamo prima interrogare noi stessi, e io ho presente che quegli stessi ragazzi che vengono definiti «incollocabili», se arrivano in una comunità dove si sta bene, se trovano un gruppo che sta bene, operatori motivati, che son contenti di andare a lavorare, tutta quella violenza la vediamo abbassarsi moltissimo, perché la violenza spesso è una risposta all’ambiente”.
La periferia vi guarda con odio. “Come nasce la fobia dei maranza” è il frutto di un’approfondita analisi socioculturale del fenomeno dei maranza che il giornalista freelance Gabriel Seroussi compie tra la primavera del 2024 e l’estate del 2025. Avvalendosi di dialoghi con personalità della scena musicale italiana, attiviste e docenti universitarie, l’autore prova a leggere questo fenomeno attraverso la musica rap e trap, linguaggi giovanili fitti di richiami culturali transnazionali (ad esempio, alle sonorità e alla lingua araba, parlata da molti artisti figli di immigrati nordafricani, oppure al rap francese e statunitense). Seroussi osserva come “la figura del maranza incarni due delle categorie sociali più temute dalla maggior parte degli italiani: i giovani e le persone non bianche”.
Celebrare processi ai bambini. “Non serve inasprire le pene, quelle esistenti possono essere graduate e chi delinque non fa il calcolo della pena che potrebbe essere inflitta” sono parole chiare, pronunciate dalla presidente del Tribunale dei minorenni di Napoli, Paola Brunese, che sull’età imputabile è altrettanto chiara: “Mi sembra dannoso celebrare processi ai bambini. Piuttosto, il minore di anni 14 che commette un reato deve essere considerato come la spia di una famiglia che ha bisogno d’aiuto”.
Un’istituzione che deve sapersi mettere in discussione. Roberto Bezzi, responsabile dell’Area educativa della II Casa di reclusione di Milano (Bollate), ha introdotto un tema molto profondo e complesso. “Lo sguardo dell’educatore deve partire dalle parti funzionali (talvolta residuali) della persona reclusa, prima che da quelle compromesse, mettendo la persona nella condizione di scoprire parti nuove di sé, competenze, interessi che non aveva mai preso in considerazione. Parallelamente, l’istituzione per essere educativamente credibile, deve essere comprensibile e deve, quando serve, sapersi mettere in discussione, proprio come chiede di fare ai suoi ospiti”.



