lunedì, 15 aprile 2024
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Paglini (Cisl): dall’accoglienza diffusa all’integrazione diffusa

Da qui al 2037 - fra poco più di 13 anni - la provincia di Treviso avrà bisogno di almeno 50.000 nuovi lavoratori per garantire il funzionamento del sistema produttivo privato e pubblico, dall’operaio semplice, all’impiegato dell’anagrafe comunale, al medico ospedaliero

La situazione demografica del nostro Paese è più che mai un’emergenza che necessita di scelte condivise e interventi rapidi, anche alla luce degli ultimi dati pubblicati dal Consiglio nazionale dei giovani con Eures che rappresenta un quadro apocalittico per gli under 35, costretti a rimanere al lavoro fino a 74 anni con assegno medio di circa 1.100 euro al mese o fino a 69,6 anni ma con assegno ipotetico di appena 950 euro al mese. Abbiamo di fronte un Paese di milioni di cittadini poveri.

Se non cambieranno le prospettive demografiche, una società come la nostra, sempre più vecchia e con tassi di natalità sempre più bassi, dovrà allungare l’età di pensionamento e rivedere i meccanismi di calcolo dell’assegno pensionistico, per garantire i diritti acquisiti di chi è già in pensione a scapito di chi dovrà arrivarci. Non si potrà per questo prescindere da un raffreddamento dei meccanismi di rivalutazione delle pensioni già in essere per garantire la sostenibilità di tutto il sistema finanziario pubblico.

Per garantire strutturalmente una prospettiva diversa è necessario che il numero dei lavoratori attivi superi quello dei pensionati o almeno lo equivalga, così da generare quel surplus (attivo) di valore prodotto dall’economia del Paese per garantire i diritti acquisiti di chi è già in quiescenza e non penalizzare ulteriormente chi dovrà arrivarci. Ammesso e non concesso che le misure fin qui introdotte per sostenere la natalità (assegno unico, bonus, ecc) funzionino, se dovesse raddoppiare il tasso di natalità che oggi è di 1,2 figli per donna in età fertile, in ogni caso i risultati saranno visibili tra vent’anni Da qui al 2037 - fra poco più di 13 anni - la provincia di Treviso avrà bisogno di almeno 50.000 nuovi lavoratori per garantire il funzionamento del sistema produttivo privato e pubblico, dall’operaio semplice, all’impiegato dell’anagrafe comunale, al medico ospedaliero, mentre a Belluno serviranno almeno 17.000 nuovi lavoratori per evitare che, dappertutto, le aziende avviino pericolosi processi di delocalizzazione o che non si riescano a garantire i servizi pubblici essenziali. Di conseguenza, il tema della gestione dei flussi migratori e dell’integrazione va messo ai primi posti nelle agende del Governo, delle Istituzioni regionali, provinciali e comunali, con il presupposto che non si scarichi in fondo alla filiera l’”onere” di gestire come un problema ciò che invece può essere un’opportunità.

Per questo pensiamo che assieme a politiche umanitarie che trovino programmazione a livello europeo per il collocamento di milioni di persone, sia necessario procedere a una revisione del sistema delle accoglienze che riordini le norme per la gestione dei flussi anche in Italia con l’obiettivo dell’integrazione diffusa. È necessario ripristinare la previsione già contenuta nell’art 27 del T.U. Immigrazione, che consentiva la possibilità di ingresso e rilascio di permessi di soggiorno per svolgimento di tirocini di formazione professionale di lavoratori stranieri non comunitari. In questo modo, sarebbe possibile reintrodurre periodi temporanei di addestramento direttamente presso i datori di lavoro italiani, riattivando un percorso che consolidava una sana e concreta esperienza di integrazione, che sopperiva alle necessità del sistema produttivo e che impegnava il datore di lavoro a fornire l’alloggio ai lavoratori in arrivo. La norma inoltre permetteva di attivare direttamente dalle aziende o per il tramite delle Associazioni datoriali stage preassuntivi secondo precisi progetti formativi e con sessioni di apprendimento della lingua italiana. I tirocini terminavano con l’impegno a offrire una proposta di inserimento lavorativo secondo le professionalità ricercate dalle stesse aziende e con il rilascio di permesso di soggiorno per lavoro. Al tempo - va ricordato - si parlava di modello veneto dell’accoglienza.

Fu quella un’importante esperienza d’integrazione diffusa che, oltre a sopperire alle necessità delle aziende, contribuì a evitare tensioni sociali. In altri Paesi europei dove si è scelta la via della ghettizzazione di gruppi etnici nelle periferie dei centri urbani, si sono create aree di degrado e di disagio che sono diventate focolai di scontri e di tensioni difficili da governare.Per questo riteniamo che, per quanto manchi una risposta forte del Governo e del Parlamento sulla gestione dei flussi migratori, sia più che mai necessario procedere all’integrazione diffusa evitando di lasciare i sindaci a scontrarsi tra SI Hub e NO Hub, in una prospettiva che si limita a guardare la punta dell’iceberg della gestione dei migranti senza proporre iniziative di integrazione diffusa, a partire da una programmazione concreta rispetto alla tutela della dignità delle persone che arrivano creando percorsi di cittadinanza effettiva prima che legale: insegnamento della lingua italiana, inserimento scolastico, assistenza sanitaria e soprattutto la questione “casa”.

È tempo di passare dalla propaganda e dal populismo elettorale ad affrontare con buon senso, risorse e responsabilità di tutti i soggetti in campo la questione migratoria, fosse solo per le necessità demografiche del Paese e del territorio, per quanto riteniamo venga prima il dovere di costruire una società umanamente sostenibile.

*Segretario generale Cisl Belluno Treviso

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