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Alluvione del ‘66: le testimonianze dall’archivio di “Vita” raccontano comunità solidali

Come reagirono le comunità locali in quei giorni difficilissimi, quando esondarono Piave, Sile e Livenza? Per saperlo abbiamo scelto di “interrogare” l’archivio storico digitale del nostro giornale attraverso l’intelligenza artificiale

Come reagirono le comunità locali in quei giorni difficilissimi, quando esondarono Piave, Sile e Livenza? Per saperlo abbiamo scelto di “interrogare” l’archivio storico digitale del nostro giornale attraverso l’Intelligenza artificiale. Questo ci ha permesso di cogliere, all’interno di pagine e pagine di articoli e testimonianze, alcuni aspetti particolari, di riconoscere un filo rosso che univa la reazione di quei giorni con l’impegno, successivo, di tanti generosi volontari in altre emergenze in Italia.

Le cronache del nostro giornale restituiscono la dimensione della tragedia, ma soprattutto documentano la reazione di una popolazione che, nell’emergenza, seppe riscoprire il valore della solidarietà: “Non c’era più tempo per salvare le scorte di grano e di fieno; abbiamo fatto appena in tempo a salire sui solai portando i bambini in braccio. Dalla finestra vedevamo galleggiare nella corrente i mobili, le botti e le bestie affogate. Ma la mattina, quando abbiamo sentito la voce del parroco e dei primi volontari che arrivavano con la barca per portarci in salvo, abbiamo capito che la nostra comunità non era abbandonata”. Al centro della risposta ci furono proprio le comunità parrocchiali e i loro sacerdoti, punti di riferimento in un territorio dove le comunicazioni erano interrotte e i soccorsi difficili. Presenti giorno e notte sulle linee d’argine insieme ai tecnici della Bonifica, i parroci coordinarono i soccorsi e guidarono l’evacuazione della popolazione. Celebre il caso di Zenson, dove il parroco lavorò instancabilmente tra il fango e le macerie della chiesa sommersa. Come ricordato dalle testimonianze dei fedeli di Ponte di Piave, la popolazione riconobbe nei propri sacerdoti un punto di riferimento fondamentale: “Il nostro prete... era là, con noi!”.

Il Seminario di Treviso sospese le attività per permettere ai seminaristi di raggiungere i paesi più colpiti, occupandosi della faticosa pulizia di chiese, stalle e case invase dalla melma. A loro si affiancò l’afflusso spontaneo di centinaia di studenti, scout e giovani lavoratori (provenienti anche dalle zone collinari e dalle province vicine) che le pagine di Vita del popolo celebrarono con ammirazione definendoli “angeli del fango”. Armati di pale e stivali, condivisero il pane e la fatica con le famiglie devastate, trasformando il dramma in un’occasione di fraternità.

Le cronache parrocchiali restituiscono lo smarrimento, ma anche la tempra della popolazione contadina. Di fronte alla violenza improvvisa delle acque che distrusse raccolti, bestiame e beni di un’intera vita, la risposta popolare fu di profonda dignità.

Accanto all’azione pastorale del vescovo Mistrorigo - che visitò instancabilmente i centri sommersi portando conforto morale e celebrando messe su altari di fortuna, ma sollecitò anche le autorità governative a non dimenticare la popolazione alluvionata - si attivò la macchina organizzativa dell’Opera diocesana assistenza (Oda). Le parrocchie non colpite si trasformarono in centri di raccolta per generi alimentari, coperte e medicinali. Questa straordinaria catena di solidarietà, alimentata anche dall’aiuto economico delle comunità di emigrati veneti all’estero, delle altre diocesi d’Italia, della Cei, da Croce rossa, Vigili del fuoco, gruppi di Azione cattolica e Acli, lasciò un’impronta così profonda nella coscienza collettiva che, appena due anni dopo (nel 1968), la Marca Trevigiana seppe “riutilizzare” la stessa rete di soccorso delle comunità locali per aiutare le popolazioni colpite dal terremoto del Belice, trasformandosi da “terra soccorsa” a promotrice attiva di carità. Negli anni successivi, il nostro giornale continuò a raccontare la ricostruzione, le difficoltà delle famiglie e le richieste di interventi strutturali per mettere in sicurezza il territorio.

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