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Accoglienza: a Treviso il punto a dieci anni dall’attivazione dei percorsi Sai

Piccoli numeri, ma progetti individuali con ampi margini di successo. In tutto, dal 2016, sono state prese in carico dal sistema per l’integrazione 365 persone, con l’obiettivo di trovare cura, tutele legali, scolarizzazione, lavoro e casa

A dieci anni dall’avvio del Sai, Sistema di accoglienza e integrazione che ha superato i precedenti approcci alla seconda accoglienza delle persone migranti, Treviso fa il punto su punti di forza e criticità dei percorsi.

Nel progetto coordinato dal Ministero dell’Interno, a cui gli Enti locali aderiscono volontariamente (circa 2.000 Comuni, un quarto del totale, in Italia, hanno attivato percorsi dei seconda accoglienza con il Sai), il Comune di Treviso è capofila di una rete che comprende anche le Amministrazioni di Maserada sul Piave, Trevignano e Ponzano Veneto.

Mercoledì 18 marzo, a palazzo dei Trecento, se ne è parlato all’interno del convegno “Accoglienza e integrazione, le sfide dell’accoglienza a migranti titolari di protezione internazionale: punti di forza, vulnerabilità e modalità di intervento”, al quale sono intervenuti gli Enti coinvolti, le cooperative La Esse e Una casa per l’uomo, che gestiscono i servizi del Sai sul territorio con un’équipe multidisciplinare, ma anche assistenti sociali, psicologi, docenti dell’Università di Padova e Torino e i referenti del dipartimento di Salute mentale dell’Ulss 2, che lavora in sinergia con il progetto. Particolare attenzione è stata dedicata ad alcune questioni centrali e attuali, tra cui lo status giuridico e la residenza anagrafica, la presa in carico integrata delle vulnerabilità e l’accompagnamento educativo dei neo-maggiorenni, che oggi rappresentano circa un terzo delle persone accolte.

Con il Sai, la platea a cui si rivolgono i servizi di seconda accoglienza, si è ristretta, poiché vi accedono solo le persone già in possesso di protezione internazionale o altri status di protezione per casi speciali, come le vittime di violenza o di tratta, chi necessita di cure mediche o è in fuga da calamità naturali, mentre i richiedenti asilo e i migranti per ragioni economiche sono esclusi. Inoltre, l’accesso non è automatico dai Cas, i centri di (prima) accoglienza straordinaria, ma avviene attraverso l’invio di un dossier apposito al Servizio centrale Sai, del Ministero dell’Interno, che poi viene vagliato, approvato o respinto. Solo attraverso questo passaggio le persone migranti ottengono la possibilità di entrare in un percorso che prevede l’accompagnamento all’integrazione e all’autonomia attraverso l’alfabetizzazione, l’apprendimento della lingua italiana, o l’ottenimento di un titolo di studio, la formazione e l’inserimento al lavoro, il supporto all’inserimento abitativo, ma anche la tutela sanitaria, il benessere psicologico e la tutela legale.

Nei dieci anni, dal luglio 2016, sono state seguite 365 persone, per una media di undici mesi a progetto. Sono previsti in totale 49 posti, 39 dedicati a uomini e 10 a donne, in dieci appartamenti sul territorio dei quattro Comuni coinvolti. Di questi, a Treviso i posti in totale sono 23 per gli uomini e 5 per le donne.

Parliamo di persone maggiorenni, dai 18 ai 65 anni, poiché i minori stranieri non accompagnati seguono, invece, un servizio a parte, anche se oggi, tra i 18 e i 21 anni, hanno la possibilità di completare il loro percorso attraverso il Sai. I migranti sono in prevalenza giovani uomini, di oltre trenta nazionalità diverse. Il lato positivo dei piccoli numeri è la possibilità di lavorare a progetti sartoriali, con ampio margine di successo e oltre il 50% dei beneficiari riesce a raggiungere una stabilità attraverso un impiego e una soluzione abitativa autonoma.

Durante i lavori è stata portata a conoscenza la storia di una donna, fuggita da un matrimonio combinato e violento, che, in attesa del ricongiungimento con i sui tre figli, e nonostante le difficoltà dell’affrontare una quarta gravidanza da sola, è riuscita a ottenere il diploma di terza media, ha frequentato il corso per operatrici socio sanitarie (oss) e preso la patente. Grazie alle reti positive di relazioni che è riuscita a costruirsi, oggi lavora, ha una casa dove vivere, e i suoi tre figli più grandi sono arrivati a vivere con lei, uno è all’università studia Scienze infermieristiche, gli altri due frequentano le scuola superiori.

Il convegno, tuttavia, ha portato alla luce anche le difficoltà del trattare con persone che arrivano nel nostro Paese dopo lunghi e rischiosi viaggi, che possono portare con sé i traumi di ciò che hanno vissuto e delle violenze subite, con conseguenti fragilità psichiche e fisiche. Ma non solo, ci sono persone analfabete, o che hanno patologie croniche o complesse da affrontare, disabilità fisiche o mentali, dipendenze. Per questo motivo la sinergia tra Enti e servizi è fondamentale, come, per una vera integrazione e anche per una maggiore sicurezza sul territorio, sarebbe necessario un lavoro di accoglienza più ampio e capillare, che non dimenticasse tutti gli invisibili che vivono attorno a noi e che non hanno accesso ai servizi. (Manuela Mazzariol)

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